8 ottobre 2018 – DI CORSA DA NEIVE A CASSINELLE

Per oggi, le previsioni meteo annunciano pioggia nel pomeriggio. Il frescolino delle prime ore mattutine ed il rischio di dover correre fradicia per parecchie ore sono due ottime ragioni a favore della scelta dei pantaloni ¾ in luogo dei miei soliti pantaloncini corti. Oggi sarò da sola e senza possibilità di riparo per un bel po’ di ore: meglio che mi tenga pronta a patire qualche disagio. Così, estraggo dal cassetto i pantaloni ¾ Compress, nuovissimi, ancora mai provati. Ho già collaudato, di questa stessa marca, le calze alte al ginocchio, quelle che comprimono, massaggiano, favoriscono la circolazione e, all’occorrenza, fanno anche il cappuccino. Probabilmente sono utili davvero, non lo metto in dubbio, ma io le trovo inguardabili, come tutte le calze più alte della caviglia: quindi, le uso d’inverno, abbinate ai pantaloni ¾, in modo che l’insieme sembri un paio di pantaloni lunghi.

I pantaloni ¾ Compress seguono, occhio e croce, la stessa logica. Comprimono, sostengono, massaggiano. Tra il colore nero ed il lavoro di schiacciamento, direi che, indossati, fanno anche la loro porca figura: mi fanno sembrare quasi atletica e gnocca. Però, è un risultato che costa lacrime, sangue e santi, quelli che abbatti per riuscire ad indossare il demoniaco indumento. E’ più o meno come vestire i collant contenitivi. Ho poca esperienza di collant; non li ho mai usati molto e li ho aboliti del tutto da qualche anno, da quando cioè mi sono posta la domanda filosofica: ma perché farsi del male gratuito, quando esistono i pantaloni che son tanto caldi e comodi? Le evoluzioni necessarie per mettere su questi ¾, tuttavia, mi risvegliano immediatamente la memoria. Essendo deputati a comprimere, massaggiare ecc. ecc., sono stretti. Molto stretti. Chi avesse assistito alla mia vestizione, avrebbe temuto che fossi stata colta da un attacco epilettico. Ce l’ho fatta. Sembro una mortadella ambulante, ma ce l’ho fatta. Però so già che una sottile angoscia mi accompagnerà per tutta la giornata: così tesi, i pantaloni resisteranno oppure cederanno di schianto, esponendo le mie lardose nudità ai quattro venti? Lo scopriremo solo vivendo.

Arrivo a Neive in auto con una buona mezz’ora di ritardo sulla mia personale tabella di marcia. L’idea è quella di partire da qui a piedi per correre in direzione di Ovada, dove Matteo è già partito da una mezz’ora almeno per affrontare in bici i 200 km della Randonnée. Ci troveremo da qualche parte, appunto, in zona Ovada, a seconda di dove riuscirò ad arrivare a metà pomeriggio, quando lui avrà completato la prova e razziato il punto di ristoro finale.

6,5 gradi alla partenza, sulla piazza accanto al passaggio a livello di Neive, da anni ormai inutilizzato per dismissione della ferrovia. Parto con la felpa e con la dovuta cautela, perché la strada sarà lunga. Poco traffico ed un po’ di nebbia lungo il rettilineo che, dal centro del paese, porta al bivio per Coazzolo. Colta dal solito, eterno dilemma della scelta tra i marciapiedi dissestati ed il bordo della strada, scelgo il secondo: violerò il Codice della Strada, probabilmente, ma ho qualche probabilità in più di salvare le rotule. Poi, oltre il bivio per Coazzolo, il problema non si pone più. Cerco però di viaggiare sul lato sinistro della strada, perché il sole sta sorgendo proprio nella mia direzione, di fronte, limpido ed abbacinante… Stare a destra significa rischiare che gli automobilisti che arrivano alle spalle, abbagliati, non mi vedano.

Si parte cautamente in salita ed io, dopo due o tre km, sono già alle prese con il mio incubo di sempre, incubo credo comune alle podiste non più giovanissime e quindi con ridotta capacità di tenuta della vescica. Urge trovare un luogo defilato per una sosta tecnica. Già, ma dove? Qui, ai piedi della salita, boscaglia e nebbiolina a mezz’aria sarebbero perfette per avere quel po’ di riservatezza necessaria. Ma ci sono i cacciatori. Di questi tempi, accucciarsi per esigenze fisiologiche e ritrovarsi con un foro in più rispetto a quelli già imposti da madre natura è un attimo. Coraggio, dai, prima o poi qualcosa trovo. Intanto proseguo, di corsa lentissima, la salita.

Panchina gigante di Coazzolo (immagine tratta dal web)

Le prime case di Coazzolo sono precedute dalla panchina gigante, una delle enormi panchine a colori sgargianti disseminate qua e là tra Langhe e Roero. Credo, nella mia ignoranza, si tratti di opere d’arte. Di certo sono simpatiche. Attraverso il paese ancora dormiente, svoltando a destra al bivio centrale. La salita non finisce qui, tutt’altro: prosegue fino al successivo bivio per Valdivilla. Proseguo di corsa, con il mio dramma, mentre la luce del sole inonda le colline circostanti, ma non scalda ancora. La felpa, per adesso, rimane addosso.

Un cagnolino bianco e nero mi si lancia incontro, sfuggendo dal giardino di una casa. Abbaia furiosamente, non immaginando che i suoi latrati non mi fanno alcuna paura, anzi. Esce il padrone, lo chiama: obbedientissimo, il cagnino si lancia esattamente dalla parte opposta e sparisce in mezzo ad una vigna. Per me, un cane libero in mezzo alla strada è sempre fonte di gran pena, per il rischio che qualche veicolo possa investirlo; eppure, la maggior parte di chi lascia i cani liberi di invadere la strada non sembra preoccuparsi né della salute dell’animale, né delle conseguenze nel caso la bestiola causi un incidente. Mah… Saluto e proseguo. Il mio dramma è sempre più drammatico. Ma qui non se ne può fare nulla: troppe abitazioni… I filari delle viti non offrono schermo sufficiente. Io non posso pensare di esporre le mie terga al vento, se non trovo rifugio in qualcosa di simile ad un bunker antiatomico. Però, qui, la faccenda si fa drammatica.

Proseguo sulla strada in cresta verso Valdivilla. Qualche umano comincia a fare capolino. Due ciclisti, o meglio, un ciclista ed un tizio in sella ad una bici elettrica, che è cosa ben diversa da un ciclista. Intanto, il sole sembra scaldare un po’ e la nebbia si dirada dal mare di colline tutt’intorno. Ma io, che ho in testa una sola cosa, lancio uno sguardo speranzoso ed indagatore al cancello del cimitero. Sembra tristemente chiuso. E’ presto… A volte, i cimiteri sono provvisti di toilette. Quello di Camo, ad esempio. Ma qui, niente da fare. Supero Valdivilla: ancora un po’ di pianura, poi comincerà la discesa verso Santo Stefano Belbo. Addocchio un anfratto interessante sulla sinistra: ma ovviamente, nel nulla eterno di questa fredda mattinata quasi deserta, immediatamente si materializza un podista che arriva in senso contrario. Ma li mortacci sua, cosa fa in giro a piedi di buon mattino, la domenica, questo rompiscatole? Non poteva starsene a casa a dormire? Passiamo oltre. Un sentiero che scende giù per i vigneti, protetto alla vista da un canneto. Benissimo, questo è mio, non c’è santo che tenga. Ora o mai più. Mi fiondo, mi apposto, traffico affannosamente con i mai tanto odiati pantaloni a compressione, mi appendo al palo iniziale di un filare per evitare di rotolare giù per la collina: qui è ripido… E poi vai a spiegare ai soccorritori perché mi trovo in fondo ad un pendio, tutta acciaccata e con la mutanda in mano! Mi sembra di metterci un’eternità, con le orecchie dritte a percepire qualsiasi movimento. Anche al proprietario della vigna sarebbe arduo spiegare cosa io stia facendo qui, anzi, ci sarebbe ben poco da spiegare. Del resto, alla fin fine non è mica colpa mia, se non esistono bagni pubblici o quasi e se quei pochi che esistono sono di solito in condizioni tali da rischiare un contagio da Ebola solo a passarci vicino.

Riparto finalmente leggera, sollevata e ben disposta a godermi la giornata. Morbida discesa fino a Santo Stefano, sfilando davanti al sontuoso Relais San Maurizio. Incrocio alcuni ciclisti in salita, anche qualche turista straniero. Non entro nemmeno in paese: al fondo della discesa, svolto a sinistra in direzione di Canelli. Lungo tratto rettilineo, in piano, fino alla stazione ferroviaria ormai dismessa. Mette tristezza vedere questi binari ancora intatti, congelati nel tempo ed assaliti dalle erbacce. Chissà se mai questa linea sarà riattivata? Approfitto di una panchina per togliere finalmente la felpa e restare in maniche corte.

Breve tratto, pochi km sulla strada un po’ più trafficata che arriva a Canelli. Alle porte del paese, noto sulla destra, sull’argine del torrente Belbo: ci sono persone che passeggiano. Mi riprometto di cercar di capire da dove si può imboccare.

Canelli (immagine tratta dal web)

Attraversare l’abitato, discretamente affollato a quest’ora della domenica mattina, come sempre mi mette un po’ di ansia. Forse dovrei preoccuparmi di questa mia galoppante misantropia… Mi dà proprio fastidio vedere, sentire, annusare gente, con alcune eccezioni: i podisti, i ciclisti e le persone che portano a spasso un cane. Le quattro o cinque auto comodamente parcheggiate sulla pista ciclabile e pedonale sotto il viale, poi, non aiutano a mettermi in pace con l’umanità. E sì che sui tronchi degli alberi campeggiano cartelli, un po’ artigianali per carità, foglio A4 dentro busta di plastica, che ricordano, come se ce ne fosse bisogno, il divieto di parcheggiare sulla ciclabile. Canelli, per fortuna, è piccina: il ponte sul Belbo, l’ultimo dehors di un bar, la curva davanti alla stazione ferroviaria, un paio di km e sono fuori dall’abitato, in direzione Acqui Terme. Altro paio di km lungo una strada trafficata e con pochissimo margine per percorrerla a piedi: bivio sulla destra per Frazione San Vito e sono fuori dalla pazza folla. Questa stradina secondaria mi porta sulla strada che sale a Rocchetta Palafea, la principale. Credo d’essere arrivata a Rocchetta Palafea già da ogni direzione, ma mai dalla strada principale di Canelli. La salita è abbastanza dolce, ma l’affronto con cautela, camminando alcuni tratti a passo svelto per non compromettere le gambe già qui, dopo meno di 25 km. E ne approfitto per mangiare qualcosa, una merendina con il cioccolato, ad esempio. Salita bella, panoramica e più breve del previsto: inaspettatamente mi ritrovo Rocchetta sopra al capoccione, poco più in alto.

Rocchetta Palafea (immagine tratta dal web)

Il programma originale prevedeva di scendere da Rocchetta verso Acqui. Da lì poi, però, sarebbe stato necessario percorrere un tratto della circonvallazione di Acqui, brutta e trafficata. Decido all’ultimo minuto, cartina stradale alla mano, di seguire il consiglio di Matteo: anziché arrivare a Rocchetta, imbocco il bivio a destra per Bistagno e Sessame e, poco oltre, quello a sinistra per Bistagno. Vigne e colline a perdita d’occhio, da quassù. La quota è poco più di 400 m, anche se sembra di essere più in alto.

Ancora uno o due km di saliscendi: mi sembra di vedere, davanti a me, abbastanza vicino, un paese. E’ la frazione di Roncogennaro. Mi sembra persin troppo bello per essere vero: ci sono una panchina ed una fontanella; sembrano messe lì apposta per me che, alle soglie dei 30 km, ho bisogno di riempire la bottiglietta e concedermi un momento di tregua. Così, con calma, mi metto comoda ed organizzo il da farsi. Aprire la busta del the solubile, prima di tutto. La giro, la rigiro, la guardo in controluce: non c’è traccia del taglietto iniziale che di solito, nelle confezioni fatte così, permette di aprire la busta anche senza un paio di forbici. Niente. Provo a strappare un angolo: la plastica si tende, ma non si strappa. Per fortuna, risolvo il problema con la mia proverbiale calma ed uno squarcio nella busta creato usando la chiave dell’auto a mò di pugnale. Molto spesso la chiave della Zafira mi salva le piume nei momenti difficili: sarebbe però opportuno che mi ricordassi, ogni tanto, che quella chiave è l’unica rimasta ed andrebbe trattata con cautela… La medesima tecnica mi permette di aprire anche il sacchetto delle arachidi tostate e salate, da cui attingo con voluttà. Queste sono adatte, secondo i miei calcoli, anche ai vegani, categoria verso cui sto cercando di traslocare. Il guaio è che non sono ancora riuscita ad individuare cibi che siano comodi da trasportare in uno zaino a piedi, sufficientemente nutrienti e privi di ingredienti di origine animale. Quindi, al momento, nello zainetto ho sì le arachidi, ma anche alcune suinissime barrette Snickers. Me ne scarto una non appena riprendo a correre. Lunga e dolce la discesa verso Bistagno.

Arrivata in paese, sfodero la cartina di questo tratto di percorso. So che, adesso, pur dovendo arrivare ad Acqui, da qua non devo prendere la direzione di Acqui, bensì quella opposta, anche se solo per un breve tratto, per oltrepassare la Bormida ed andare a prendere una strada secondaria. Così, davanti ai cartelli che indicano Acqui a sinistra e Cortemilia a destra, fiduciosamente giro a destra. Ed altrettanto fiduciosamente corro per un paio di km in leggera salita. Ma qualcosa non mi torna: primo, il bivio a sinistra che avrei poi dovuto imboccare mi risultava molto più vicino al paese. Secondo, dalla cartina si evince che, in paese, avrei dovuto attraversare sia un passaggio a livello che la Bormida e non ho fatto nulla di tutto ciò. Riprendo la cartina, aguzzo la vista: mannaggia a me ed alla mia mania di stampare sempre con l’impostazione “risparmio toner”. Chi non ha testa, metta gambe: io le metto per tornare, con le pive nel sacco, di corsa a Bistagno, attraversare il paese e trovarmi finalmente davanti ai miei punti di riferimento: il passaggio a livello e, subito dopo, svoltando a destra, il ponte. Un anziano che mi vede passare di gran carriera si ferma e si volta a guardarmi come se avesse appena visto un dinosauro con il tutù…

Oltre il ponte, poche decine di metri e bivio minuscolo a sinistra. Ormai ho capito dove sono; cartina alla mano, non sbaglio più. Mi ritrovo su una strada che corre a mezza costa per km in mezzo alla boscaglia, con la Bormida a sinistra qualche rara abitazione. Pochissimo traffico, qualche auto, qualche ciclista, nulla più. Per il resto, silenzio e quiete, benché qui si sia ad un tiro di schioppo da Acqui Terme. Saliscendi appena accennati, fino ad un primo incrocio che non mi aspettavo. Ricontrollo la cartina: anche qui, il “risparmio toner” ha colpito. Il bivio c’è, ma è stampato in grigio troppo chiaro. Quindi a destra, direzione Melazzo. Breve tratto prima di un altro incrocio, a cui devo svoltare a sinistra. Un rettilineo mi porta fino ad un ponte in ferro: ecco il motivo dei cartelli che indicavano il limite di larghezza ed altezza dei veicoli, già qualche km fa. Il ponte in ferro sul torrente Erro, che fa persino rima. Un trattore ci passa al pelo. Poi passo io: una rampa inattesa e sono in paese. Svolto a sinistra: da qui, non dovrei più incontrare bivi fino ad Acqui.

Ponte sul torrente Erro a Melazzo (immagine tratta dal web)

Primo pomeriggio: fa quasi calduccio, con questi pantaloni neri così stretti. E mi rimane pochissima acqua nella bottiglietta. Non vedo però alcuna fontanella nei paraggi. Forse qualcosa troverei, se prendessi una delle vie che vanno in paese, ma non voglio aggiungere altre deviazioni. Già stamattina sono partita più tardi del previsto; come se non bastasse, a Bistagno ho sbagliato strada e perso altro tempo… Troverò qualcosa più avanti. Ancora leggeri saliscendi, qualche tratto attraverso le frazioni e qualche altro più solitario. Acqui si avvicina ed il traffico di auto si fa più intenso. Purtroppo, ciò che appare per primo alla vista è un ammasso di orrendi condomini, che non migliorano all’aspetto man mano che mi avvicino. Ma, in questo momento, la mia preoccupazione principale è l’acqua. La bottiglietta è desolatamente vuota ed io ho una certa sete. Al primo incrocio, estraggo la cartina, con una certa ansia, perché la scala probabilmente non è abbastanza dettagliata per orientarsi nelle vie cittadine. Ma mi sembra di riuscire a raccapezzarmi, più o meno. Imbocco il viale a destra e finisco in una sorta di giardino pubblico, di fronte ad uno stabilimento termale, occhio e croce. Vago un po’ senza meta, fin quando scorgo in lontananza una fontanella. Mi ci avvicino, fiduciosa, ma la fontanella è chiusa. Non ne cade nemmeno una goccia d’acqua.

Sconsolata, mi abbatto sulla panca in cemento. Tanto vale fare comunque una pausa: sono stanca, ho alle spalle quasi 50 km. Tanto per lenire la sete, mi butto sulle arachidi salate e tostate. Intanto, mando un messaggio a Matteo, che sta pedalando, per aggiornarlo sulle mie coordinate. Dall’altro lato del parco, una madama legge su un’altra panchina, mentre il suo cagnolino nero a pelo lungo esamina ogni centimetro quadrato di aiuola.

S’ha da ripartire. Mi attende un tratto di strada decisamente caotico, via da Acqui ed in direzione di Visone, in leggera salita. Ma è più breve del previsto. Qui troverò una fontana? Tanto per cominciare, trovo un passaggio a livello che si chiude. Qui la ferrovia è viva ed attiva. Ma ho appena il tempo di appoggiarmi per qualche istante ad un muretto: il treno arriva. Proseguo, sempre più preoccupata. Destino infame: stamattina avevo il problema di un eccesso di liquidi, adesso di carenza di liquidi. Ma il centro di Visone, che io pensavo fosse tutto quel che c’era prima del passaggio a livello, è invece davanti a me. Troverò una dannata fontanella?

Al bivio in centro paese, consulto la cartina. Avevo in previsione di imboccare una stradina secondaria, un po’ più avanti rispetto a qui, per salire e poi scendere verso Ovada. Ma, anche qui, Matteo mi aveva proposto un’altra rotta: la strada per Grognardo, che comincia proprio qui, sotto ai miei piedi. L’area della cartina che ho in mano adesso le comprende entrambe. Ma sì, proviamo a salire di qui, a Grognardo. Mi piace questo nome così masticato, mi ispira. Pochi passi e vedo, sulla sinistra, un giardinetto. Una fontanella… Finalmente! Mi ci fiondo. Apro il rubinetto: scende si e no un bicchiere d’acqua. Poi basta. A questo punto, mi sorge il sospetto che qualcuno mi stia a pigghià puu culu. Una specie di candid camera? Ma no, direi di no: non c’è nessuno, qui intorno. Pazienza. Esco con la mia bottiglietta e quel po’ d’acqua: oltretutto, sarà rimasta nel tubo per chissà quanto, magari sarà anche un po’ lercia. Amen, peggio per i batteri. Non sanno con chi hanno a che fare.

Una rampa iniziale, poi un lungo tratto di salita dolce in mezzo alla campagna. I colori tutt’intorno sono ormai quelli dell’autunno: alberi con la chioma un po’ spelacchiata e gialla, muri ricoperti di edera di un rosso intenso. All’ingresso in Grognardo, il cimitero: anche lì butto un occhio, ma non vedo tracce di fontanelle. E non oso entrare per cercare un rubinetto che, ne sono certa, ci deve essere, per forza. Una rampa in salita mi porta verso il centro paese. Abbandono la strada principale per addentrarmi tra le case di questo minuscolo paese fantasma. Non c’è traccia di vita umana, né di fontanelle. Però c’è la teca del defibrillatore. Automatico, presumo, perché qui, in caso di malore, non sembra esserci abbondanza di soccorritori.

Grognardo (immagine tratta dal web)

Finalmente, quando stavo per perdere le speranze, ormai colpita da torcicollo e strabismo a furia di girare la testa a mò di periscopio, trovo la fontanella. E, per festeggiare, riempo e scolo due volte la bottiglietta accompagnando l’acqua con qualche pugnata abbondante di arachidi salate e tostate. Poi faccio il terzo pieno, con il the. Fiduciosamente riparto, al trotto, una curva dietro l’altra in un ambiente sempre più boscoso e selvatico. Ma non troppo: il cellulare riceve. Poco dopo le 15.30, puntuale come un orologio svizzero rispetto alle sue previsioni, mi telefona Matteo, già arrivato al traguardo della Randonnée, ad Ovada. Ma c’è il punto di ristoro con la focaccia, laggiù: quindi, penso di poter macinare ancora km per una buona mezza giornata, prima che il marrano decida di abbandonare il desco – o prima di esserne allontanato con la forza. Mi chiede se mi faccia piacere un trancio di focaccia o una lattina di birra: con sovrumano sforzo, declino. “Ma no, grazie. Non ho così fame. E la birra, meglio di no”. Per fortuna, il telefono è incollato all’orecchio, perché il naso allungato all’istante lo avrebbe passato da parte a parte. Ma non posso buttare così vilmente all’aria più di due mesi di regime alimentare alla soglia della decenza.

Dopo qualche km di curve e pendenze dolci, con l’aria che si fa più frizzante e le nuvole che coprono il cielo, raggiungo un altro paesino: trattasi di Morbello, dove trovo, troppa grazia, un’altra fontana. Un anziano a passeggio mi si avvicina e mi chiede da dove io sia partita. “Da Neive”, rispondo. “Ma… Quale Neive?”. Mah, io di paese che si chiami Neive ne conosco uno solo. Ecco, proprio quello. “Ma… Da sola?”. Beh sa, a volte corro anche in compagnia, ma non ho mai trovato nessuno disposto a caricarmi a spalle. Chissà perché. Quindi, da sola o con qualcun altro, cambia poco, la fatica è sempre quella. Lascio il viandante sbigottito e riparto: poche centinaia di metri dopo, c’è un bivio. Matteo mi ha raccomandato di seguire le indicazioni per Ovada e così faccio. Questi sembrano luoghi fuori dal mondo, meravigliosi e tranquilli, ben poco frequentati. Lungo tratto in discesa e poi si risale: Matteo, nel frattempo, ha concluso il fiero pasto, caricato la bici in auto ed è pronto a partire per venirmi un tratto incontro. Baldanzosa, affronto di corsa anche l’ultima salita: le gambe non ne sono entusiaste, ma suvvia, è l’ultima. E mi fa vedere i sorci verdi prima del profilo di Cassinelle, a cui arrivo quando sono ormai quasi le cinque del pomeriggio. Ancora uno squillo del cellulare: “Io sono a Cassinelle”, mi dice. Urca, anch’io! Meno male, non avevo assolutamente capito quale fosse il punto di incontro previsto. Pochi passi e vedo Matteo che mi cammina incontro, fresco e riposato, proprio come chiunque abbia appena percorso 200 km in bici strappandosi l’anima. Beh, insomma, nemmeno io mi posso lamentare: ne ho messi sotto le scarpe quasi 69, oggi, eppure non mi sento né stanca né dolorante. Però, arrampicarmi sul sedile del furgone Volkswagen non è un’impresa così semplice. Dopo più di 1.200 m di dislivello in salita, “ultimo necat”!

Cassinelle (immagine tratta dal web)

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!