8/9 agosto 2009 – Prova della seconda parte dell’UTMB: Courmayeur-Chamonix

Quando riapro gli occhi, Isacco è seduto e scruta preoccupato il cielo attraverso il parabrezza. A fatica mi scrollo dal sonno troppo breve, riemergo dal sacco a pelo e lo prendo un po’ in giro: “Ti vedo teso…”. Povero Isacco, trascinato quasi a forza in quest’avventura che ha davvero dell’assurdo, costretto a dormire sul sedile della Opel per poco più di tre ore, nel parcheggio di fronte al palazzetto dello sport di Courmayeur. Se non altro, ci svegliamo ai piedi del Monte Bianco, che non è proprio uno spettacolo da poco; sono le tre e mezza.

E’ da più di un anno che coltivo il sogno di poter provare l’itinerario completo dell’Ultra Trail del Monte Bianco, tutti i 166 km e 9.400 m di dislivello che poi dovrò affrontare in gara tra il 28 ed il 30 agosto. L’anno scorso avevo rivolto il mio appello alle Guide di Courmayeur, che mi avevano risposto picche, ed a una guida alpina del Cuneese, che, dopo aver accettato apparentemente senza problemi, si era data alla macchia il giorno prima della data stabilita per partire, rendendosi irreperibile al cellulare, alla mail, al piccione viaggiatore, e non degnandomi di risposta nemmeno quando, nei giorni seguenti, gli avevo scritto per esprimere ciò che pensavo di lui. Poi ci avevo provato da sola, ma era un tentativo destinato al fallimento già prima di iniziare, perché io non sono mai andata per sentieri da sola e non sono capace di leggere cartine, usare bussole ed altimetri, non troverei la strada nemmeno se fosse segnata da un lunghissimo tubo fluorescente fucsia stile insegna del negozio.
Un paio di settimane fa, parlando con un altro montanaro, Edoardo alias Grizzly, del giro del Monviso, ho provato a lanciare l’idea: “Non è che per caso te la sentiresti di accompagnarmi al giro dell’UTMB?”. Idea inaspettatamente accolta senza problemi. Da lì a preparare, programmare, studiare il percorso ed avanzare ipotesi sui tempi, è stato un attimo. Purtroppo, dev’essere proprio destino, questo giro non s’ha da fare; prescelto il fine settimana, fin dal lunedì le previsioni meteo di mezzo mondo si sono coalizzate nell’annunciare pioggia, diluvio, temporali, orages, mancavano solo le piaghe d’Egitto. Cosa fare, cosa non fare? Isacco da una parte, “se piove non vengo”, Grizzly dall’altra, “Consapevoli che è una caxxata, si può provare”. Io che, se fossi stata sola, non mi sarei neanche lontanamente posta il problema; avrei messo un paio di ricambi in più nello zaino e via, sarei partita comunque, almeno per provare, perché non sia mai che si rinuncia senza provare. E’ quel che rispondo quasi con rabbia, non verso di lui ma verso la jella meteorologica, ai dubbi di Isacco: “Sentimi bene… Io non rinuncio solo perché le previsioni han detto così. E’ troppo tempo che sogno quest’avventura. Io ci vado, piuttosto ci vado da sola, provo, poi si vedrà”.

Non so per quale strano potere persuasivo, fatto sta che stamattina, o meglio stanotte, visto che son le tre e mezza, siamo qui tutti e tre: Isacco perplesso, che scruta il cielo e non è troppo convinto di veder le stelle – ma ci sono, sul serio!; Grizzly ancora sprofondato nell’abitacolo della sua auto, a fianco, altrettanto perplesso ma certo meno teso. Io che mi sento in preda ad un’inspiegabile euforia. Il mio neurone sa che non c’è alcuna speranza che noi si riesca a concludere l’intero giro del Bianco; ben prima dei limiti fisici, che già rendono ardua l’impresa, saranno le intemperie a mettere prematuramente fine al nostro viaggio. Isacco poi brontola già da ieri sera che si fermerà a Chamonix. Ma tutto ciò non vale a scalfire il mio insensato entusiasmo. Mi preparo velocissimamente, mi vesto, infilo le scarpe i manicotti i guanti, preparo lo zaino, spazzolo un po’ della focaccia che ho ancora in serbo, porterò il resto come bagaglio; intanto guardo e riguardo le stelle, quasi per assicurarmi che siano ancora lì, ed il Bianco illuminato dalla luce azzurra e fioca della luna. Dai contorni delle cime, ben visibili anche nel buio della notte, si affacciano i nuvoloni, ma quelli no, non voglio vederli.

Ci avviamo di buon passo alle 4.10 verso una Courmayeur deserta e silenziosa, scherzando sul nostro amaro destino segnato, forse per esorcizzare la tensione che tutti per forza sentiamo: i miei due colleghi credo per timore del maltempo, io per la paura di non farcela, di dover cedere alla stanchezza, perché la prova del percorso è l’unica cosa che mi interessa, davvero. Il Grand Col Ferret, almeno per il tratto fino a Chamonix, è il punto più critico, a quota 2.500 m; lì sì che finire sotto il diluvio potrebbe essere poco piacevole. Se riuscissimo, come saggiamente consiglia Isacco, a passare lassù prima che inizi a piovere, cioè prima delle due del pomeriggio stando a quanto sostiene Meteo Chamonix, sarebbe molto ma molto meglio. Da lì in poi, le quote raggiunte sono meno preoccupanti; se anche dovesse piovere, pazienza.
Fino a Villair approfittiamo della strada asfaltata e delle luci dei lampioni; la compagnia dei muri in pietra, dei tetti in lose, delle fontanelle ci mancherà. Poi l’asfalto scompare, tocca alla strada sterrata, e ancora, un paio di curve più avanti, al bivio per il Rifugio Bertone. La salita al Rifugio è impegnativa; porta su con secchi tornanti e pendenze ripide da superare spesso su pietroni, fondo irregolare, in mezzo al bosco. Circa novecento metri di ascesa che lasciano sempre più in basso le mille luci artificiali del fondovalle; le intravedo e le cerco per non guardare in alto, perché su le stelle sono già sparite, inghiottite dalle nuvole. Sono spariti anche i miei due colleghi, partiti come missili; ne sento le voci più in su, ma non ci provo nemmeno, a tenere il loro passo. Evidentemente nutrono molta fiducia in se stessi… Io no, per niente. “Andate piano che è lunga”, si narra sia il consiglio nientemeno che di Marco Olmo: lui poi predica bene e razzola malissimo, perché i 166 km li chiude in meno di una giornata, ma io lo seguo alla lettera. Alla luce della frontale, ancora, perché quella del sole stenta a farsi largo tra le nuvole. Sembra coperto in modo uniforme; secondo me non c’è, almeno per ora, quel pericolo di fulmini che tanto preoccupa Isacco. Alla peggio, tra poco si apriranno le cateratte del cielo.

Tornante dopo tornante, arrivo ad uscire dal bosco: ancora una rampa in mezzo ai prati ed eccomi al Rifugio Bertone. Qualche luce trapela dalle finestre delle case lì accanto: la scaletta, i tavoli del rifugio, chissà dove sono finiti gli altri due. Mi richiamano immediatamente le loro voci, han fatto una pausa ma sono già bell’e pronti per ripartire. Da qui si sale ancora un po’ fino al bivio per la Testa Bernarda; noi però teniamo la sinistra, l’interminabile sentiero a saliscendi verso il Rifugio Bonatti. Vista Monte Bianco e luci del fondovalle proprio a picco sotto di noi: non è che lo spettacolo mi riposi, odio il senso di vuoto. Qualche goccia, di tanto in tanto, a ricordarci il nostro imminente ed infausto destino.

Dalla curva della montagna spunta la testolina di un cane, bianco e nero, che subito si fa sentire imperioso: stiamo arrivando nei pressi di un alpeggio, quindi a casa sua e dei suoi due o tre compagni di lavoro, che si uniscono in un festoso concerto. Festoso per me, che adoro i cani e non perdo l’occasione di allungare loro qualche carezza; terrificante per il povero Isacco, che per poco non mi salta nello zaino pur di nascondersi alla furia delle fiere. Cagnotti di razza indefinibile, a guardia di un rudere d’alpeggio che, pur deserto quando passiamo noi, reca evidenti i segni della presenza dei pastori. Butto l’occhio dentro la porta aperta e, da buona cittadina, inorridisco al pensiero delle condizioni di vita in questo posto: io non avrei proprio il fisico… Casa mia è sì una giungla, ci regna il caos più assoluto, tocca usare il machete per riuscire a spostarsi, però ci sono i servizi e l’acqua corrente, calda e fredda, ed i detersivi.
I latrati dei cani si confondono con gli improperi di Isacco, ormai in fuga precipitosa e disordinata in mezzo all’erba; riguadagnamo a fatica il sentiero e tiriamo avanti. I gatti, a lui piacciono i gatti, come si fa a ragionare con gente così?

Le nuvole per ora sono alte e compatte, una coltre spessa ed immobile. Superiamo un altro alpeggio, ma questa volta niente cani; quota 2000, Armina. Ancora un po’ di saliscendi e spuntano le bandiere del Rifugio Bonatti. Nonostante il maltempo, non siamo soli; ci sono alcuni turisti stranieri ed un tenerissimo micio bianco e grigio, dall’aspetto amichevole, curioso di cacciare il naso nei nostri zaini mentre facciamo una sosta per riempire la borraccia. Poi il sentiero ci riporta in alto, sempre a mezza costa; da qui si vede già Arnuva, il punto in cui la strada asfaltata di fondovalle va a morire e lascia il posto al sentiero che sale al Grand Col Ferret. Grizzly, da buon alpinista, era perplesso all’idea di andare fino lì a piedi anziché in auto… “Si va in macchina fin dove è possibile, e solo da lì si comincia a camminare!”. Eh già, peccato che noi, oggi non si sa ma in gara di sicuro, si debba percorrere un anello. Quel che si evita prima, si dovrà percorrere poi.

Proprio attraverso il nostro colle, laggiù in fondo alla testa della valle, i primi ciuffi di nebbia fanno capolino, aggiungendosi alle nuvole che finora erano rimaste alte ed immobili. Riccioli soffici che fanno irruzione al di qua e rapidamente si estendono nella valle, restando così a mezz’aria, tagliandoci la vista in giù oltre che in su. In breve tempo, quel che vediamo dell’altro versante della valle è solo una fetta di parete, né la base né le vette. Mi sa che l’acqua lassù non la scampiamo…

Incontriamo sul nostro cammino nientemeno che tre asinelli, in marcia ordinata verso di noi sullo stesso sentiero, uno in fila all’altro, soli. E le tracce di scarponi, fresche, nella terra umida indicano che qualcuno ci precede, non molto avanti, verso Arnuva: infatti, quando la vista s’allarga verso il fondovalle, vedo due loschi figuri già coperti dai poncho, anche se non piove ancora. Com’è ovvio, non mi sogno certo di accelerare per raggiungerli; non avrebbe senso, soprattutto ora che iniziamo la discesa. Poche centinaia di metri verso il pianoro di Arnuva, tra tornantini ed arbusti; non mi spiego perché Isacco e Grizzly siano un po’ più indietro, ma ne approfitto per prendere un po’ di vantaggio, così poi dovranno aspettarmi in cima al colle per meno tempo. Ricordo bene questa salita, non va presa sottogamba.
Nel piazzale di fronte al bar, colgo per caso una scenetta da manuale: da una fiammante lussuosissima BMW, di quelle che si comprano solo ipotecando anche la mutanda, la propria e quelle delle due generazioni a venire, scendono un uomo sulla sessantina, grasso con la pancia flaccida che deborda sopra la cintura dei pantaloni e la sigaretta in bocca, ed una biondona mozzafiato con più curve della salita allo Stelvio, strizzata in jeans di tre taglie di meno e sistemata in modo molto precario su quindici centimetri di tacco a spillo. Eh, sì, proprio vero, l’amore è cieco… Ma il profumo della pecunia si sente a distanza di un miglio! Complimenti naturalmente per l’abbigliamento, proprio l’ideale per una gita in montagna! Tiro avanti con un ghigno in volto; è curioso, quest’estate ho già assistito ad almeno altre due scenette simili; allora non è un luogo comune! Brrr, meno male che non sono nata bionda e formosa, o meglio, formosa sì, solo che la distribuzione delle masse è uscita completamente sballata…

Piove, ahimè. Questa volta non sono più goccioline sparse, è pioggia in piena regola. Mi raggiungono anche Isacco e Grizzly mentre mi fermo per indossare la giacca impermeabile: è vero, camminare con la giacca, soprattutto in salita, significa rimediare una bella sudata, ma meglio così, per me, piuttosto che sentire l’acqua fredda della pioggia che bagna la pelle e la maglia. Riparto all’attacco del ripido sentiero verso il Grand Col Ferret; un primo salto di rampette secche e rocce, un breve tratto in piano verso il ponticello. Mi volto per vedere quando mi riacchiapperanno gli altri due: Isacco sale con una velocità impressionante, sarà che è piccolo e leggero, ma quest’anno è davvero ben allenato. Ne aveva già dato prova la scorsa domenica al Tour des Fiz, nonostante il ginocchio dolorante.

Il Rifugio Elena è illuminato; dalle finestre filtra la luce calda che riflette il colore degli interni in legno. Ma noi non ci badiamo: si continua a salire, su, nella nebbia. Poco fa avevo intravisto in mezzo al grigio alcune sfumature di colore, sembrava una comitiva che saliva lentamente; se non ho avuto un’allucinazione, tra poco la raggiungeremo. Grizzly ed Isacco, magnanimi, lasciano che sia io a fare il passo. Ora non piove più, anche se l’effetto della nebbia fitta è più o meno lo stesso: siamo fradici. Procedo di buon passo guardandomi le punte dei piedi, l’unica cosa che riesco a vedere adesso; intorno si sentono confuse delle voci, ma è difficile capire da dove arrivino. Solo quando siamo davvero vicini, vediamo delinearsi alcune figure, persone che salgono piegate sotto il peso di zaini enormi: vere e proprie torri montate sulla schiena, con tanto di materassino arrotolato, saranno venti chili di roba per uno! Rabbrividisco: per carità, questo sarà anche il vero spirito del viaggio in montagna, ma io una cosa del genere non la farei… Già mi lamento del mio zaino troppo pesante, ed avrò si e no cinque o sei chili di bagaglio, non di più. Sono viziata, ecco!

Superiamo uno dopo l’altro i nostri avversari, perché poi va sempre a finire così: quando capita che, in salita, io mi imbatta in qualche altro escursionista che vedo alla mia portata, non riesco a trattenere lo spirito agonistico. Misera soddisfazione, mi devo accontentare di rivaleggiare con chi nemmeno ci pensa, a far la gara, ed ha sei tonnellate di zavorra in più rispetto a me; altrimenti, chiunque altro mi mangia in insalata. Però è curiosa questa processione di anime dolenti, che compaiono via via dal nulla della nebbia, che trascinano faticosamente i piedi e sbuffano come locomotive, che rispondono al saluto, quando riescono, con un filo di voce, uno sbuffo di tonalità appena diversa da tutti gli altri. Chissà cosa pensano i malcapitati, quando Grizzly passa loro accanto fischiettando, quando Isacco a pochi metri dalla cima fa un allungo di corsa.

In vetta non mi fermo, tanto la giacca l’ho già indosso; anzi mi affretto a scendere il più possibile, almeno per sfuggire alla rabbia del vento gelido lassù. Sul colle c’è una gran folla, una Babele di lingue, chi l’avrebbe mai detto in una giornata così? Anche in questa valle a farla da padrone è la nebbia, ma il sollievo è sapere che, almeno per un po’ di ore, il peggio è passato. Il punto pericoloso è alle spalle; ora ci attende la lunga discesa verso La Fouly, in terra svizzera. I miei due compagni di viaggio mi raggiungono poco dopo, Isacco snocciolando miserie per aver dovuto correre, a rischio di risvegliare il dolore al ginocchio; ricominciano i battibecchi, “Facciamo tutto il giro fino a Courmayeur”, “No io mi fermo a Chamonix ammesso che ci arriviamo”, e via così. Lo so, che la mia è un’illusione bella e buona, ma so anche che la speranza è l’ultima a morire; voglio crederci e comunque farò di tutto per arrivare il più lontano possibile. Cominciando dal risparmio delle gambe, anche e soprattutto in discesa.

Il Bianco ora non si vede più, ma, scendendo al di sotto della coltre di nebbia, si allarga la vista su questa verdissima valle e su un alpeggio, crocevia di alcuni sentieri. Crepe che incrinano il verde dei prati e salgono verso chissà quale colle; verrebbe voglia di andare a cacciare il naso, ma non si può: la nostra direzione è un’altra.
Un alpeggio, un saluto al pastore ed ai cagnotti; un rifugio, ancora un lungo tratto in costa; scendiamo al di sotto di quota 2000 e ci infiliamo tra bosco ed arbusti, pietre bagnate e scivolose, fiori coloratissimi che fanno contrasto con il grigiore della giornata. Prendo un po’ di vantaggio, verso il fondovalle, mentre Isacco si leva il vestiario da pioggia e resta in attesa di Grizzly; m’infilo in una pineta dal profumo intenso, poi giù al bivio verso Ferret, ma tengo la sinistra. Incontro un gruppo di escursionisti che salgono; una signora mi chiede, in francese, se per caso più su ho trovato il sole: tento una risposta nella stessa lingua, “No, pas de soleil…”. Vorrei aggiungere qualcosa del tipo “solo tanta nebbia”, mi viene in mente “neige”, ma forse significa neve, insomma, per evitare di dire una boiata lascio perdere.
Ancora un tratto di ripidissima discesa su terra e sassi, tra le radici dei pini, quasi a picco, e poi un ponticello: lo oltrepasso e mi fermo in attesa dei due compari. Quasi quasi mi preoccupo un po’: strano che siano rimasti tanto indietro… Qualche minuto ed arriva Isacco: Grizzly è poco dietro. Ci incamminiamo per una comoda strada sterrata accanto al torrente, troviamo anche una fontana; risaliamo ed ancora una volta scendiamo al torrente, con una breve deviazione in mezzo alla pineta. Luogo ideale per una sosta tecnica! Peccato che poi mi tocchi rincorrere i due marrani, che nel frattempo mi superano…

Siamo a La Fouly, piccolo centro dall’aria molto turistica, affollato e chiassoso. Isacco ordina, senza possibilità di appello, una sosta per mangiare: a malincuore mi adatto, anche se le gambe non gradiscono affatto. Una panca, un po’ di focaccia con le olive; Grizzly, più saggio, attacca un pezzo di Parmigiano, Quasi inorridisco quando il poveretto esprime il desiderio di trasferirsi dieci metri più avanti, al ristorante… No no no, proprio non ci siamo! Già scalpito per ripartire…

Ci rimettiamo in marcia nella direzione sbagliata; se ne accorge Isacco, che in un attimo riporta il gregge sulla retta via. Ancora strada sterrata, in piano e poi in leggera salita; so di essere già passata di qua, ma non ricordo proprio nulla, non il rumore del fiume, né i tronchi degli alberi spezzati e bruciati, né il piccolo sentiero che si stacca sulla sinistra e che imbocco al seguito di Isacco. Ciononostante, sento una tranquillità indescrivibile. Non c’è proprio nulla che possa turbare questo viaggio, non c’è limite di orario, in fondo non c’è neppure una meta; non so ancora quanto camminerò, fino a che ora, fino a quale destinazione, ma non ha alcuna importanza, ho tutto il tempo che voglio. E nemmeno per la strada mi devo preoccupare; se fosse per me, mi sarei già persa dieci volte, ma sono in compagnia di due persone che sanno quel che fanno, soprattutto Isacco che conosco un po’ meglio. Lui che dice di aver deciso di partecipare a questa follia, oggi, solo per essere sicuro che io possa tornare a casa intera; beh, lui scherza, ma solo fino ad un certo punto… Io non sono proprio capace di adoperare il buonsenso quando qualcosa, proprio come l’idea di questo viaggio, mi coinvolge e mi entusiasma tanto da perdere il senno; mi dà grande serenità l’idea di avere accanto qualcuno che invece sa tenere la situazione sotto controllo. E’ curioso, anche perché non mi era mai capitato, fino ad ora, di riporre fiducia spontanea in una persona più giovane di me; del resto Isacco ha un’esperienza di montagna che io non potrò raggiungere in una vita intera, e poi devo pur prendere atto del fatto che sto invecchiando!

Salita blanda nel bosco, qualche goccia di pioggia, poi un tratto a mezza costa, tra i 1.300 ed i 1.400 m di quota; Créte de Saleina, un breve tratto di roccia bianca tagliata dal sentiero ed attrezzata con catene, precauzione persino esagerata in questo punto. Poi ci fiondiamo nuovamente verso il fiume, in mezzo alla pineta, accompagnati per un breve tratto dal cagnotto nero in compagnia di due escursionisti francesi. In fondo alla discesa, Isacco ed io ci fermiamo un momento in attesa di Grizzly; la strada sterrata che imbocchiamo qui ci porta poi all’abitato di Praz De Fort, splendide case in pietra e legno scuro, qualcuna dall’aspetto davvero vissuto, cataste di ciocchi di legno per l’inverno, incastrati uno sull’altro con precisione matematica. Nel lungo tratto in piano tra Praz de Fort ed Issert approfitto per sgranocchiare frutta secca ed un po’ di barretta, appena prima che riprenda a piovere. Per l’ennesima volta indossiamo le giacche impermeabili, poi torniamo a salire: un sentiero si stacca a sinistra della strada asfaltata e ci conduce, con un salto di circa 400 m di dislivello, a Champex-Lac. Salita non troppo impegnativa in mezzo al bosco; questa sì, la ricordo: l’anno scorso, in gara, l’ho percorsa nella notte, in preda alla fame, con le visioni del piatto di pasta che di lì a poco avrei spazzolato al ristoro di Champex. Oggi invece sto bene, non ho alcun problema né di stanchezza né di gambe né di fame; certo, preferirei splendesse il sole ed invece sulla faccia cola la pioggia, tanto che non posso nemmeno tener su gli occhiali, che non servono a nulla. Il paesaggio che vedo io è ancor più incerto e sfumato di quanto lo renda la nebbia.

Il sentiero sbuca sulla strada asfaltata e l’attraversa ancora più volte tagliando i tornanti, fino a giungere a Champex, al lago, placido e di colore cupo come la giornata senza sole. Inforco gli occhiali bagnati per individuare Isacco, seduto al riparo dello spiovente di un tetto, sulla soglia di una casa, in maniche corte: quasi quasi ho freddo per lui! Altra pausa in attesa di Grizzly; mi sforzo di essere tollerante e rispettare le esigenze altrui, come sarebbe appena normale… Ma fremo, perché so che ogni volta poi le gambe fanno una fatica nera a riavviarsi. Si mangia qualcosa, scrutando le minuscole chiazze di azzurro che ogni tanto si fanno largo tra la nebbia, e poi ci si avvia a caccia di un negozietto di alimentari dove fare un po’ di scorta. Io ho da mangiare per un esercito, ma ne approfitto volentieri per comprare una bottiglietta di Coca Cola, resistendo a mille altre tentazioni ordinatamente disposte sugli scaffali: Ritter di ogni tipo, biscotti, gelati, e poi le creazioni di pasta sfoglia e formaggio sotto il vetro del bancone…
Accampati sulla porta del minimarket, sistemiamo gli zaini, quando un tizio esce dal negozio con un plico di volantini sotto il braccio: pubblicità dell’Ultra Trail del Bianco, guardacaso. Ci chiede se lo conosciamo già: gli rispondo in italiano, “Siamo già iscritti”, dubito che capisca, ma finge bene e se ne va. Ad essere sinceri, non credo che in questo momento noi si abbia l’aria dei seri ultra-trailer duri e puri, no no. Sembriamo più che altro tre scappati di casa, che non hanno ben chiaro dove si trovano e soprattutto perché.

Un po’ di strada asfaltata, poi ancora sterrato ed infine ancora strada; dovremmo salire a Bovine, ma chissà per quale ragione continuiamo a scendere, in mezzo alle ultime propaggini del paese, casette sparse e giardini da fiaba. Stiamo seguendo i cartelli che segnalano, in via permanente, il tradizionale TMB, il giro del Monte Bianco che gli escursionisti completano di solito in qualche giorno di marcia, ma forse da qualche parte c’era una scorciatoia. Poco male, alla fine imbocchiamo comunque la salita giusta, passando accanto ad una sorta di rifugio-ristorante da cui provengono canti, urla e fragorose risate: mi sa che qui il pranzo alcoolico sta già dando i suoi frutti! Strada sterrata, lamponi e mirtilli, pendenza dolce dolce ed ingannevole: all’improvviso, infatti, ci ritroviamo su un sentiero che definire impervio è proprio poco; una salita ardua, irregolare, dura, tutta su rocce e radici, tutta scalini da superare a forza di ginocchia e mani e mettendo alla frusta i bastoncini. Porgo la mano ad una mucca nerissima che mi fissa sbarrando il sentiero; per tutta risposta, ne ricevo una ruvidissima leccata, sembra quasi una passata di carta vetro. Isacco è un camoscio, sparisce più avanti, leggero ed agile su questi passaggi aspri; Grizzly mi segue, subito dietro, mentre sbuffo, mi inciampo, rovino a terra un paio di volte per l’appoggio scivoloso nel fango, rimedio una botta al gomito. E intanto osservo le tracce di ruote di bicicletta e mi domando come diavolo sia possibile anche solo pensare di scendere in bici giù di qua. Eppure qualcuno ci riesce: li abbiamo incontrati poco prima! Se ci provassi io, otterrei sul mio scheletro più o meno l’effetto di uno schianto frontale con un TIR…
Ci litigo, ma mi piace da matti questa salita, che in pochissima strada ci fa mangiare buona parte dei novecento metri di dislivello complessivi. Quando fatico in salita, ho sempre la sensazione che il tempo si fermi, che dal fondo alla cima non sia passato che qualche minuto; l’opposto mi capita in discesa, che ogni volta mi sembra eterna…
Il sentiero così aspro ed ostico va poi a finire, quasi all’improvviso, in un lungo tratto in piano verso il rifugio di Bovine, sarà un chilometro o poco più di traccia in mezzo ai prati, accanto al recinto elettrificato che tengo d’occhio con un po’ di timore. Lo spettacolo quassù ripaga la fatica: in fondo alla valle, la piana di Martigny, un’ampia area proprio perfettamente piatta e densa di abitazioni, strade, fabbriche, che stride con la corona di montagne circostante. Sopra la nostra testa, si distingue nettamente la linea della perturbazione, dritta e grigia; al di là di essa, le nuvole sono più sparse e frastagliate; filtrano i raggi del sole della sera. Chissà che ora è? Potrebbero essere le sei, forse di più, non ne ho idea. Secondo Isacco, le previsioni del tempo hanno promesso una notte asciutta; noi siamo ancora sotto la pioggia, ma tutto fa pensare che la situazione sia destinata a cambiare. Speriamo che quella linea di perturbazione si sposti sopra di noi e ci sorpassi, lasciandoci il cielo!

Saliamo ancora un centinaio di metri di dislivello; al colle, un cancello ci separa dalla ripida discesa su sentiero di terra in mezzo alla vegetazione. Mi avvio, mentre Isacco aspetta Grizzly; più tardi mi raggiungerà per dirmi che il nostro collega ne ha le scatole piene e si fermerà a Trient. Mi dispiace, cavoli, stento a credere che uno con il fisico asciutto ed allenato di Grizzly e la sua esperienza di montagna possa non farcela a reggere un banale percorso escursionistico: impegnativo, sì, per quant’è lungo e per il ritmo serrato a cui lo stiamo percorrendo, ma pur sempre privo di qualsiasi difficoltà tecnica. Secondo me non sono le gambe che cedono, è solo che la testa non è abituata a sopportare l’idea di una faticaccia così lunga. Infatti Isacco ci prova, a spiegarmelo: ascensioni su cime anche molto difficili e percorsi facili ma distruttivi per la fatica continua e prolungata che richiedono, son due cose molto diverse… Sarà per questo che persino le guide alpine si sono tirate indietro?
Ridendo e scherzando, scendiamo verso il Col de La Forclaz, dove passa la strada asfaltata e dove c’è traccia di vita civile, bar, un piccolo albergo; io mi sento, non so bene perché, sempre più euforica man mano che passano i chilometri. Le gambe non battono ciglio; sarà anche merito dell’antiinfiammatorio “preventivo” che ho trangugiato qualche ora fa, seguendo il pessimo esempio di Isacco.

A La Forclaz, in attesa dell’arrivo di Grizzly, Isacco ed io approfittiamo dei bagni pubblici per sistemarci, rinfrescarci, nientemeno che lavarci i denti; se ci fosse anche una doccia, sarebbe il non plus ultra… Ma non possiamo chiedere troppo. Ci cambiamo, una volta per tutte, gli abiti ancora bagnati di pioggia, anche perché tra poco sarà buio e dobbiamo prepararci per la notte. Poi, un po’ preoccupati per il ritardo di Grizzly, decidiamo di avviarci per risalire un tratto della discesa appena percorsa: speriamo di no, ma potrebbe essersi fatto male… Non appena mettiamo piede sul sentiero, però, ce lo ritroviamo davanti; s’è fermato qualche volta per i crampi e, in ogni caso, davvero rinuncia a proseguire. Andrà a chiedere ospitalità all’albergo.

Ci si saluta: di qui, Isacco ed io scendiamo verso il paesetto di Trient, circa duecento metri più giù, mentre ormai calano le ombre della sera. Anche qui, ricordo questo passaggio, il sentiero lungo il canale artificiale, l’abitato in cui c’era uno dei tanti punti di ristoro, poi il ponte sul fiume. Il mio collega è a caccia di acqua: inspiegabilmente tutte le fontane del paese sono sigillate. Io ho ancora la borraccia quasi piena; do per scontato che, in ogni caso, troveremo acqua lungo la salita: errore fatale! E’ l’unico tratto lungo del nostro viaggio in cui non c’è proprio nulla, nemmeno un minuscolo rivolo, solo le pozzanghere della pioggia e le gocce d’acqua che pendono dai fili d’erba, dalle foglie, riflettendo la luce della frontale in mille colori. La salita in mezzo al bosco è tranquilla, ripida ma non troppo; buio pesto, solo ogni tanto intravedo il bagliore della frontale di Isacco, molto più avanti. Intorno a me il silenzio assoluto, solo qualche fruscìo di tanto in tanto, qualche animaletto che scappa al mio passaggio, il verso improvviso di qualche volatile notturno. Sono preoccupata per il buon Isacco che, senz’acqua, sarà già nel panico, se conosco un po’ il mio pollo; per me non sarebbe un problema, visto che sono abituata a bere anche troppo poco, ma non mi stupisco di sentirlo raccontare, quando finalmente lo raggiungo e lo trovo fermo in attesa, che ha bevuto persino l’acqua delle pozze! Gli porgo quel che resta della mia borraccia; rido: e che diamine: non so quanto sia durata la salita, proprio ho perso completamente la nozione del tempo, ma non credo che nel giro di un’ora o poco più si possa rischiare la disidratazione. Per di più di notte, quando si suda pochino…

Un cartello indica Catogne, quota 2.011; il sentiero attraversa il prato per un tratto quasi in piano, di fronte a noi le montagne nere si stagliano contro il cielo illuminato di stelle a perdita d’occhio e della luce della luna, che faceva già capolino poco fa dal costone di un monte. Chi l’avrebbe mai detto, dopo la pioggia di oggi – o di ieri? – che ci saremmo imbattuti in una notte così?
L’aria è frizzante in discesa. Mi sento felice come non mai, davvero non c’è altro posto al mondo in cui vorrei trovarmi adesso. Per la gioia di Isacco, ci imbattiamo in un torrente che scorre proprio accanto al nostro sentiero, cosicché possiamo riprendere la marcia con le borracce piene e l’animo in pace. Lunga discesa in mezzo ai prati, a riempirci gli occhi di questo splendido cielo; un po’ meno poetico l’arrivo ad una stazione di funivia o qualcosa di simile.

La strada sterrata per me significa il tracollo: è qui che comincio a pagare le ore di sonno mancanti, troppe, non solo nei giorni precedenti l’avventura, ma da tanto tanto tempo a questa parte, ore sottratte alla nanna per l’ufficio e gli allenamenti in bici ed a piedi. Il sonno mi assale, d’improvviso, tanto che sono costretta a rallentare; mi sforzo di pensare ad altro, di canticchiare, ma gli occhi vogliono proprio chiudersi, il campo visivo si restringe, la testa è sempre più pesante. Scendere a Vallorcine è un vero calvario, anche perché la strada sterrata fa calare il livello di attenzione al minimo indispensabile.

Ringrazio tra me e me, di tutto cuore, Isacco che, all’ingresso del paese, fa una pausa per mangiare; ci sediamo sugli scalini dell’ingresso di un edificio, io butto la testa contro il muro e mi addormento all’istante. Pochi minuti di sonno, qualche parola, poi ancora sonno, istantaneo, brevissimo ed intenso, come se il corpo s’affrettasse a sfruttare ogni minima occasione per recuperare quel poco di energia. Non m’era ancora mai successo di arrivare a questo punto, durante una notte a piedi.
Ripartiamo per un tratto in piano verso Il Col de Montets, dove inizia la salita che poi conduce a Courmayeur ed a La Flegere: ancora strada sterrata. Il sonno non mi dà proprio tregua, non riesco nemmeno a sostenere un discorso con Isacco; rallento in modo esagerato, trascino un piede avanti l’altro. Mi appoggio ai bastoncini, in ginocchio a terra, chiudo gli occhi per pochi secondi; poi mi rialzo, riparto, mi fermo ancora una volta, ancora qualche secondo di requie, poi la strada e finalmente il Col de Montets. Mi spiace di costringere Isacco a questa lunga attesa, ma scopro che anche lui non è in ottime condizioni: ha male alla pianta dei piedi e patisce il sonno. Ora la salita dovrebbe aiutarci un po’; la fatica di solito scaccia i fantasmi, poi questa è bellissima, finalmente illuminata dalla luna, ripida, dura, cattiva finché si vuole, ma libera dagli alberi, offre una vista spettacolare sulla vallata. La frontale diventa quasi inutile. Seguo diligentemente il passo di Isacco, finalmente un po’ più calmo, forse per il sonno, forse per non mollarmi così da sola nella notte, anche se in questo momento provo mille sentimenti diversi, fuorché la paura. Solo un attimo di brivido quando Isacco si ferma: guardo avanti a lui, distinguo nel buio una curva, due occhietti gialli brillanti, pian piano metto a fuoco la figura imponente di uno stambecco. Bellissimo, maestoso, proprio lì a pochi metri da noi, che quasi potremmo toccarlo; in realtà sono due, uno accanto all’altro: restano sul sentiero, quasi ci accompagnano mentre noi avanziamo; percorrono un paio di tornanti, proprio come se volessero farci strada, ci tengono d’occhio ma senza timore, poi cambiano direzione e vanno ad appollaiarsi su una parete rocciosa a picco, con equilibrio che ha un che di magico. Ma l’avrò poi visto davvero, tutto questo, o l’avrò sognato?
Continuiamo la salita con i nasi all’insù; quando la pendenza si fa appena meno aspra ed il sentiero sfuma in mezzo alle rocce, accanto alla cascata d’acqua, sappiamo che anche questa è quasi finita. Isacco segue sicuro la traccia degli ometti di pietra; meno male che c’è lui, io mi sarei già persa dieci volte. Scivolo, incespico, pianto una bella ginocchiata sulla pietra, ma almeno la vetta è raggiunta, o quasi. Dalle rocce giungiamo in mezzo ai prati, al sentiero che conduce alla Tete au Vents; ci abbattiamo per un momento su una pietra, ci vestiamo perché, scollinando, ci troveremo sotto vento: siamo a oltre duemila metri, quindi tanto caldo non farà…

Lo spettacolo che ci appare al culmine della salita è da mozzare il fiato; i ghiacciai del Monte Bianco, particolari nitidissimi alla luce della luna, colori in tutte le sfumature dell’azzurro, luci del fondovalle che sembrano vicinissime anche se sono mille e più metri sotto di noi, forse di più, non lo so; le creste frastagliate, i lumini dei rifugi o chissà cosa sono, là appese sulle pareti; il vento gelido che taglia la faccia. Due splendide stelle cadenti in rapida successione attraversano il cielo.

Il guaio è che non ce la facciamo più… Non sono le energie che mancano, è il sonno che, in questa seconda discesa notturna, proprio non vuole più concederci requie. Io non penso d’essere in grado di scendere ancora molto; rischierei davvero, visto che sento di addormentarmi persino mentre cammino. Isacco, forse per solidarietà, è piazzato più o meno allo stesso modo. Detto, fatto; anche se siamo su una cima che si chiama Tete au Vents, dove è probabile che non patiremo l’afa, troviamo una grossa roccia piatta che possa farci da schienale inclinato e ci fermiamo qui. Isacco stende a terra il poncho, per proteggere i nostri preziosi posteriori dall’umidità dell’erba, ed indossa tutto quel che ha nello zaino; faccio anch’io lo stesso, metto su la giacca invernale rubata al corredo ciclistico e quella in GoreTex, più il berretto di pile. Ci stendiamo l’uno appiccicato all’altro sotto il telo di sopravvivenza, per sfruttare l’”effetto stalla”, e nel giro di pochi secondi finiamo entrambi nel mondo dei sogni. E’ il mio terzo bivacco notturno in alta montagna, naturalmente all’avventura, senza sacco a pelo, senza materassino, senza alcun conforto di alcun genere, se non il calore del corpo del mio “vicino di branda” che è un vero scaldino, non so come faccia; eppure dormo, eccome se dormo, un sonno profondissimo, proprio necessario. Mi risveglio solo per brevi istanti, scossa dai brividi, sento il respiro regolare di Isacco accanto a me ma non raggiungo lo stato di coscienza necessario ad aprire gli occhi. Mi sembra un’eternità quando la sensazione di freddo diventa troppo forte perché io riesca a sopportarla… Tremo come una foglia, ho i piedi gelati ed i polpacci nudi che quasi non sento più, la faccia esposta all’aria, eppure ci vuole Isacco che con decisione mi scrolla da questo stato di torpore, sgradevole per il freddo eppure piacevole allo stesso tempo, perché son qui irrigidita a guardare le stelle e le montagne e tremo e non riesco a pensare a nulla, eppure sento che potrei restarci finché non arriverà il sole, anzi in fondo lo vorrei proprio. “Erano le tre quando ci siamo fermati, adesso sono le cinque e mezza”, mi fa notare il compare: sì, ha ragione, forse è ora di rimettersi in marcia. A malincuore, davvero; sono in uno stato d’animo tale che in fondo l’impresa sportiva potrebbe anche passare in secondo piano, si potrebbe restare quassù ancora un po’…
Muoversi costa uno sforzo sovrumano; i muscoli sono irrigiditi, le ossa fiaccate dall’appoggio sulla nuda pietra, la gola che brucia, la testa ancora stordita dal freddo e dal sonno che non è bastato e non basta mai. Raccogliamo le nostre cose, ci rimettiamo in cammino; il rifugio di La Flegere sembra lì a due passi, ma sarà necessario camminare ancora molto per raggiungerlo. Intanto il cielo si fa sempre più chiaro, i ghiacciai riconquistano il legittimo colore bianco, e poi le cime s’incendiano di rosso; Isacco scatta foto e mi illumina sui nomi, sui posti, le guglie; d’ora in poi, quando leggerò romanzi e biografie di montagna che parlano di questo luogo, ricorderò dov’è che ho visto la Mer de Glace, l’Aiguille du Midi e tanti altri. Sentiero ed ancora sentiero, balzi su roccette e poi via via pianura, fino ai casermoni di La Flegere, dove sono in corso lavori per costruire chissà quale altro obbrobrio. Rischio di inciampare ad ogni piè sospinto, perché qui tenere gli occhi fissi a terra è un delitto; mi perdo a guardare e contare le innumerevoli guglie del massiccio di fronte a me, alcune così sottili che sembra incredibile restino in piedi. Splende il sole: se per la giornata di ieri si può dire che le previsioni abbiano azzeccato persino il minuto, oggi la storia pare ben diversa; si annunciavano temporali violenti in mattinata, ma qui non ce n’è traccia, solo alcuni passaggi di baffi di nuvole molto alti. Poi il bosco ci toglie l’orizzonte; ricordo che, da qui a Chamonix, il cammino è ancora interminabile. Raggiungo, dopo una breve sosta, Isacco che mi aspetta seduto su una pietra, il viso un po’ più scuro di ieri per la barba che è cresciuta, in senso reale oltre che metaforico; lo sguardo che sembra quasi cattivo, anche se so che è solo la stanchezza. Sono davvero felice quando mi dice che, nonostante tutto, è contento di aver preso parte alla mattana, che quest’avventura gli ha dato rinnovata carica per affrontare con il giusto spirito la prova distruttiva che ci attende a fine agosto; non commento, perché in fondo la faccia tosta io ce l’ho solo quando non serve, ma so bene che, se siamo giunti fino qui, posso solo dire grazie alla sua decisione di partecipare. Non solo: è merito suo del fatto che adesso siamo qui, ed anche dello stato d’animo di assoluta tranquillità in cui io ci sono arrivata. E pazienza se Isacco è irremovibile dalla scelta di fermarsi a Chamonix. So bene che, se volesse, ce la farebbe ancora a proseguire, ma non posso proprio insistere oltre: nella condizione di stanchezza in cui si trova adesso, credo reagirebbe proprio male. Un po’ di rammarico ce l’ho, perché il cielo è più azzurro che mai; lungi da mela certezza che io stessa sarei in grado di percorrere ancora 77 km e quattro salite, però vorrei davvero, con tutta me stessa, poterci provare. La luce violenta del giorno terrà lontano il sonno, almeno finché camminerò; le gambe dolgono ma non più di tanto, e in ogni caso, con orrore dei puristi, ho con me una buona scorta di chimica che mi permetterebbe di tenere lontana la sofferenza fisica. Pazienza: ha ragione Isacco, son pur sempre 90 km quelli che abbiamo alle spalle, con circa 5.000 m di dislivello, percorsi in autonomia, col disagio della pioggia, con poco sonno, con zaini ben più pesanti di quelli che avremo in gara. E sono più che soddisfatta della condizione in cui arrivo in piazza a Chamonix, dopo una discesa interminabile; stanca sì, ma ancora pimpante quel tanto che basta a rispondere a tono alle battutacce del mio compare.

In paese, neanche a farlo apposta, incontriamo Grizzly in compagnia dell’amico che, ieri sera, lo ha raccattato a Trient, un ragazzo che vive e lavora a Chamonix. Comprati i biglietti del bus per il ritorno a Courmayeur, ci resta un’oretta di attesa che passiamo al bar, ascoltando a bocca aperta il racconto dell’amico di Grizzly, reduce da una spedizione alpinistica in Pakistan, e successiva toccata e fuga in panetteria, da cui usciamo con due meravigliose baguettes ancora calde e morbide. Crolliamo sui sedili del bus, provando in questa occasione l’esperienza del teletrasporto: ci risvegliamo infatti sul piazzale di Courmayeur senza esserci minimamente resi conto di aver compiuto uno spostamento… Sarà un po’ più dura, per me, guidare fino a casa, senza autoradio e con Isacco che mi fa più o meno la compagnia di un pelouche, addormentato come un sasso sul sedile passeggero, tranne brevi momenti di lucidità. Ripartiamo lasciando qui il nostro bagaglio di entusiasmo e voglia di fatica e suole consumate: torneremo a prendero tra non molto, a fine agosto. Avremo da realizzare un sogno più grande di noi.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!