9 dicembre 2009 – Corsa serale tra Cadibona e Savona

Si chiama “formazione continua”, o qualcosa del genere, il discutibile meccanismo che obbliga il misero dottore commercialista – e non solo questa categoria – ad accumulare un tot di punti partecipando a corsi e convegni di aggiornamento professionale: un’ora, un punto. Uno degli obblighi professionali a me più indigesto. Un professionista deve per forza tenersi in costante aggiornamento; se non lo fa per interesse e cultura personale, lo deve per forza fare proprio perché, in caso contrario, non vedo come possa svolgere il proprio lavoro, con leggi e codicilli in continua evoluzione. Quanto al modo, ce ne sono a decine: quotidiani, riviste, dispense, seminari, c’è solo l’imbarazzo della scelta. A me non è mai andata giù la frequenza obbligatoria a corsi di qualsiasi genere: già all’università, in aula sono sempre rimasta pochissimo, proprio il minimo indispensabile, per il semplice fatto che, di qualunque cosa stia parlando l’oratore, non sono mai riuscita a mantenere sveglia l’attenzione per più di dieci minuti. Sembra incredibile: come entro in una sala, ampia e magari pure affollata, sono preda di un sonno improvviso e quasi irresistibile, tanto da dovermi fare violenza per tenere gli occhi aperti e la testa su. Mal di capo, sonnolenza, fastidio. Lasciatemi a casa con le mie scartoffie, io sono topo da biblioteca; i convegni, per favore, no… E, occhio e croce, non sono l’unica a subire questo effetto, anche se credo che ben pochi colleghi siano disposti ad ammettere cotanta debolezza. Sono tutti molto rigidi e controllati… Solo una volta m’è capitato di sentire una collega, già con qualche anno più di me, sbottare: “Sono qui perché mi mancano i punti, ma non me ne frega niente!”. Non si indignino i benpensanti: non tutti i professionisti si occupano degli stessi ambiti; capita che al convegno sulla riforma della legge fallimentare partecipi qualcuno che magari, nella propria carriera, non si occuperà mai e poi mai di fallimenti… Ma gli mancano i terribili punti!

Oggi, però, m’è riuscito di prendere due piccioni con una fava. Convegno della Camera di Commercio a Mondovì: un po’ di curiosità per l’argomento, che comunque approfondirò in altra sede quando sarà il momento; occasione per mettere in saccoccia tre punti. Ma, quel che davvero conta: Mondovì è sulla strada tra Carmagnola e la Liguria; il convegno si concluderà verso le cinqiue e mezza; ergo, restano il tardo pomeriggio e la sera per una passeggiata o una corsa in zona marittima. Al percorso ha pensato Matteo: dal paese di Cadibona, si può scendere a Savona per via traversa, evitando la strada statale, e risalire al punto di partenza per altra via traversa. Aggiudicato: appuntamento sulla piazzetta della fontanella, all’uscita dell’abitato verso Savona, alle sei e mezza. Matteo ci arriverà da Genova… In bici.

Infatti, puntuale come un orologio svizzero, alle sei e mezza, ormai buio pesto, una figura inquietante spunta lungo la strada statale, una via di mezzo tra un albero di Natale ed un’astronave aliena: compare lui, con giacchino e bande rifrangenti, luci frontale e posteriore, pestando sui pedali come un forsennato e sbuffando come un mantice. Temeva d’essere in ritardo ed ha improvvisato una cronoscalata. La temperatura è tutt’altro che confortevole: siamo sì sul versante del mare, ma è pur sempre dicembre; se già è anomalo incontrare un ciclista in giro a quest’ora, ancor più anomalo è vederlo circolare in pantaloncini corti. Ma io conosco il mio pollo… E non mi stupisco più di nulla! Non così il cagnone che vigila dal terrazzo della casa accanto al parcheggio: abbaia senza sosta, il bestione; non si dà pace del fatto che un bipede si denudi al suo cospetto, passando dalla tenuta podistica a quella ciclistica. Che offesa. Gliet rifrangenti e luci frontali, siamo pronti. Si parte al trotto giù per una stradina a me sconosciuta: zona residenziale della metropoli di Cadibona, direi; son tutte villette o vecchie case ristrutturate. Anche se è buio pesto già da un po’ e sembra sera inoltrata, sono più o meno le sette e c’è il viavai del rientro dalla giornata lavorativa.. Cielo stellato che più non si può, anche se non potrò aspettarmi la luna: sorgerà tardi, fa notare Matteo, e poi ce ne sarebbe comunque solo un misero spicchio. Si comincia in leggera salita, sufficiente a scacciare i brividi. Ma, come se non bastasse, ci si mette anche l’oscuro ed invisibile abitante della boscaglia, a farmi salire il caldo fin nelle orecchie: gran rumore di fogliame e frasche; qualcuno è stato disturbato dal nostro passaggio. Chi altri, se non il cinghiale?

Le luci alle finestre delle poche case sparse mi mettono però tranquillità. Una sensazione del tutto irrazionale: non penso proprio che qualcuno si prenderebbe la briga di lasciare a metà il piatto di tortelli ed il notiziario in TV per difendere due viandanti notturni dall’assalto dell’ungulato. E poi dai, lo sai che l’ungulato non assalta. Anche se sarebbe bene che imparasse a farlo, almeno a passeggiare sulle ossa di quei vigliacchi decerebrati che si divertono a sparargli addosso. Per fortuna, di tanto in tanto sbagliano mira e si sparano tra loro, ma non è cosa che accade con sufficiente frequenza.

Un paio di tornanti ci portano via dall’abitato e da un impianto recintato, che fa un rumore sordo e continuo: forse una mini centrale elettrica? Ho il fiato corto, come sempre alla prima salita. E non ho ben presente dove l’itinerario di stasera ci porterà: Matteo me l’avrà spiegato mille volte, ma io sono una frana con l’astrazione; è possibile, nemmeno sicuro, che capisca dove mi trovo, solo quando in effetti ci arrivo di persona. Poi la strada inverte la pendenza: pian piano, si comincia a scendere, ancora in mezzo al bosco. Quel che mi lascia di stucco è il repentino cambio di temperatura: siamo passati sul versante del mare, e si sente, eccome! I miei plurimi strati di abbogliamento cominciano ad essere un po’ troppo pesanti, ma preferisco tenermeli ancora stretti, perché so che la discesa porta sempre un po’ di brivido.

Incontriamo un certo viavai di auto: a quanto pare, questa stradina è una valida scorciatoia rispetto alla strada principale del Cadibona. Poi, dietro una curva, compare all’improvviso una distesa di luci: ah, ecco… Siamo proprio sopra Savona! Ecco anche le due ciminiere di Vado, casomai ci fosse ancora qualche dubbio. Viste da qui, come dall’autostrada, sembrano immense; in realtà, se ci stai proprio sotto, non sono poi così alte. La macchia di luci distingue nettamente la linea della costa dal mare, tutto nero, salvo qualche puntino qua e là delle navi. E poi, man mano che scendiamo, le luci si distinguono meglio: i palazzi, le vie, l’autostrada. Da noi, in questa stagione, si respira solo umidità; mi riempo i polmoni dell’aria di mare, chissà che non riesca a portarne a casa un po’.

Mi preoccupa solo il fatto che, a questa lunga discesa, seguirà un’altrettanto lunga salita. Forse la differenza è solo psicologica; mi riesce più facile affrontare prima la fatica, e lasciare la parte più leggera alla fine. Ho sempre il dubbio di non farcela! Bah, in fondo non sarebbe nemmeno così grave. Se non dovessi riuscire a correre in salita, camminerò.
A ridosso delle prime case, siamo ancora alti sul mare e rispetto alle ciminiere di Vado. Ci imbattiamo in un muraglione ricoperto di immagini a tema sportivo: sembrano fotografie riprodotte su mattonelle di ceramica, per quel poco che riesco a vedere nella penombra. Siamo al Santuario di Madonna del Monte, dedicato, a quanto pare, agli sportivi: uhm, non mi piace lo stesso… Non mi sono per nulla simpatici, i santuari e chi li abita.
Poi proseguiamo lungo la strada che diventa sempre più ripida, ormai in mezzo all’abitato, le prime propaggini di Savona; una sequenza di tornanti con pendenza a doppia cifra ci proietta giù in vista dell’autostrada, illuminata di luce gialla come il resto degli orrendi palazzoni qui intorno. “Ce ne andiamo in fretta”, mi rassicura Matteo: sa che non amo l’ambiente cittadino; però, ora che vie e cortili sono pressoché deserti, credo di poter sopportare lo shock. Adesso sì, che si sale. Persa dietro ai racconti di avventure speleologiche del mio compare, non ho idea dell’intrico di vie ed incroci che in breve tempo ci allontana dall’ammasso di cubi di cemento; lo seguo come un cagnolino e mi ritrovo faccia a faccia con un’altra rampa a doppia cifra, questa volta in salita. Al cospetto di una splendida villa con finestroni illuminati che lasciano vedere soffitti in legno a cassettoni e lampadari con gocce di cristallo. Mi viene ancor da ridere pensando a mia mamma, che sbottava ogni volta che s’ingegnava a lustrare le gocce del lampadario della sala. “Mai più un lampadario così! Ogni volta, pulirlo è un disastro!”. E quella palla centrale che puntualmente le restava in mano… Io poi non ho mai capito perché fosse necessario tormentare ogni settimana quella meravigliosa creatura scintillante; del resto, non sono mai stata una buona massaia e in casa, nella mia stanza preferita, ho installato un praticissimo neon da ufficio.

Correre qui è inutile, o meglio, può essere utile come allenamento; ai fini pratici, è molto meglio camminare, perché si mantiene più o meno la stessa velocità, ma con meno fatica e meno sollecitazioni per le gambe. Se fossi in gara, mi guarderei bene dal correre. Ma stasera non lo sono… Quindi ci provo, anche se la frustrazione è immediata e totale; laddove io corricchio e sputo i polmoni, Matteo mi sta accanto camminando e masticando tranquillamente il suo spuntino. Già, la storia della crisi di fame… Con tutta la focaccia che ci siamo spazzolati in auto prima di metterci in marcia, la crisi di fame potrebbe comparire, forse, tra duecento km! Ma non insisto: quel poco fiato che ho mi serve per correre! Tornante dopo tornante, tra palazzi, palme, muri di cinta e cancellate. Il salto che ci porta su, dinuovo in vista della città e del mare, è repentino; poi la pendenza torna ad attenuarsi, le case a diradarsi. Ancora bosco, stradine sterrate che si staccano dalla via principale e si perdono chissà dove. Si corre e si chiacchiera sotto il cielo stellato e più limpido che mai: ma sempre con un orecchio ai rumori improvvisi delle frasche. Qui, in mezzo al nulla, torna a serpeggiare un po’ di tensione. Si intuisce il profilo della montagna, ma non riesco a capire esattamente quale sia la nostra direzione e, soprattutto, quanto manchi al ritorno alla civiltà. Un po’ mi preoccupa questo mio atteggiamento: una volta non ero così fifona; non avrei battuto ciglio, nemmeno se mi fossi trovata qui da sola. Ora invece ho paura per due. Mi confortano un po’ i fari di un’auto che si avvicina: non credo che possa dire lo stesso il pilota, che di certo, tapino, non si aspetta di incontrare due pellegrini qui, a quest’ora.

Tiro un sospiro di sollievo quando Matteo annuncia che siamo nei paraggi della congiunzione con la stradina che abbiamo percorso in discesa. Il bivio, me lo ricordo, era a poca distanza dalle case. Le gambe ora corrono quasi più sciolte. Passiamo accanto al cantiere di un edificio “in ristrutturazione”: una catapecchia di cui resta qualche brandello di muro… Cosa mai si potrà ristrutturare, qui? Scommetto che, tra qualche tempo, ripassando di qua, ci troverò un villone megagalattico con piscina, vista mare…

Appena oltre il bivio, scolliniamo e torniamo, ahimé, sul versante freddo. Ripercorriamo in discesa i tornanti e ripassiamo in mezzo alle case, tra profumi di cena, tintinnii di posate, luci natalizie, camini che fumano e cani che abbaiano. Ancora di corsa e di buon passo, per nulla stanchi. E poi Matteo ha il coraggio di sostenere che la corsa su strada non sia il suo sport. Se avessi inflitto questo giro, da una ventina di km per seicento metri di dislivello, ad altra persona che, come lui, non si allena mai su strada, se non quando lo costringo io… Quell’altra persona, comune mortale, a questo punto trascinerebbe la lingua per terra, e domani non potrebbe alzarsi dal letto se non con le stampelle. Lui non batte ciglio. Prima o poi, lo trascinerò ad una cento chilometri… E’ solo questione di tempo! Pazienza e perseveranza nel tormentare il mio prossimo non mi mancano…

Concludiamo il giro con un saluto ad uno splendido pastore tedesco a spasso con il padrone; entrambi un po’ sconcertati dall’incontro. Poi saltiamo in auto e ci rimettiamo in marcia, questa volta a motore, verso Carmagnola. Domani mattina, Matteo tornerà a Genova in bici. Ovvio no?

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!