9 dicembre 2010 – “E a casa come torni? Beh che domande… A piedi!”

L’esistenza degli Ordini professionali è un concetto che non riesco a digerire, benché io stessa, obtorto collo, sia iscritta ad uno di tali enti: non lo digerisco né nel suo presunto ruolo di sorveglianza sulla professionalità degli iscritti – sarà perché ho ben presente l’esperienza dell’Esame di Stato – né nella veste di organo che tutela i suoi stessi componenti. Soprattutto nel caso del mio mestiere, che, ben lungi dall’essere materia esclusiva, è libero appannaggio di “esperti contabili”, “centri di elaborazione dati”, controfigure e praticoni vari, che esercitano senza alcun controllo, con buona pace dei dottori commercialisti che si sono sciroppati tre anni di tirocinio più un esame di abilitazione e che pagano ogni anno un consistente obolo al suddetto Ordine. Come se non bastasse, oltre al danno, la beffa; ai DottComm tocca anche l’ingrato obbligo di ciò che pomposamente, con il solito orrendo neologismo da piazzista in carriera, è stato battezzato “formazione continua”: pare chissà che cosa, ma altro non è che il vincolo a seguire un tot di ore di convegni e corsi di aggiornamento, a cui corrisponde un punteggio. Tapini, dobbiamo collezionare un minimo di punti l’anno e, alla fine, non conquistiamo neanche un orsetto di pelouche. Sarà che ho sempre detestato, di tutto cuore, ciò che somiglia anche solo vagamente ad una lezione scolastica o universitaria: per quanto la materia fosse interessante, non sono mai riuscita a prestare attenzione per più di dieci minuti senza dover ingaggiare una lotta selvaggia contro il sonno. Risultando, tra l’altro, sempre soccombente. Ora, dico io: in un mestiere come questo, l’aggiornamento è vitale; se non ti tieni al passo con i tempi e le norme, puoi proprio chiudere bottega, hic et nunc. Se dovessi contare su corsi e convegni per adeguare la mia preparazione, apriti cielo. Proprio per questo, ritengo la “formazione continua” il più inutile ed odioso tra gli obblighi. A me fa solo perdere del tempo; in compenso, ne è contento il mio benzinaio, visto che, come minimo, per inseguire i punti mi tocca spostarmi a Bra o ad Alba, quando non a Cuneo.

Ma stavolta il benzinaio rimarrà a bocca asciutta. Ed io potrò lenire almeno un po’ la seccatura. Sola nel deserto, davanti al binario 2, attendo il treno delle 14.05 per Alba. Felpa, giacca da bici, pantaloni ¾, scarpe da ginnastica; sulle spalle uno zaino, forse troppo pesante. Non viaggio in treno da una mezza eternità: è ben difficile trovare un motivo abbastanza valido per lasciare l’amata Opel in garage. Il convegno, per mia fortuna l’ultimo del 2010, inizia alle 15, a pochi passi dalla stazione di Alba; ci arriverò con i dieci minuti di ritardo accademico; tre ore, ma spero in un po’ di sconto, di supplizio e poi via: guanti, berretto, giacchino e fasce rifrangenti, pila frontale. Si tornerà a casa, per la via delle colline, di corsa, a piedi.

Dal finestrino, osservo la campagna in una splendida giornata di sole. Guai, se oggi non avessi escogitato il mio diabolico piano d’azione: avrei avuto un diavolo per capello, a buttar via una giornata così luminosa, senza nemmeno poter sfruttare la pausa pranzo per una corsa, e tutto per andarmi a rintanare al piano seminterrato di un albergo, a fissare con sguardo perso nel vuoto un televisore che trasmette, oltretutto, un filmato registrato, a sentire quella voce noiosa, monotona, piatta, che scandisce parole che ben presto non riesci più a distinguere. Il peggio del peggio, oggi, il convegno sulla deontologia professionale… Vero, il sole non lo verdò comunque; sarà già buio quando riemergerò dall’abisso. Ma si annuncia una stellata fantastica, che mi sarà di adeguata ricompensa.
Cambio di treno a Bra: per poco, non salgo sul convoglio sbagliato… Non sono più abituata alla vita del pendolare sui mezzi pubblici. Acciuffo per la coda la coincidenza per Alba, che mi scodella nella piccola stazione invasa da un penetrante, inebriante profumo di cioccolato. Benedetta Ferrero!

Pochi minuti ed eccomi all’entrata dell’Hotel Savona, che ha messo a disposizione la sala per le torture. Lo sguardo perplesso degli elegantissimi inservienti mi conferma che, così conciata, faccio davvero la mia porca figura, tra giacche, cravatte, cappotti lunghi, tailleur, tacchi alti e nauseabonde scie di profumo. La casacca Windstopper da bici, azzurra con la fascia giallo canarino, spicca anche nella penombra del seminterrato. Per fortuna, la trasmissione è già iniziata e più d’uno, noto con la coda dell’occhio fingendo noncuranza, ha il capo appoggiato alla spalla, le mani incrociate sul ventre, le palpebre beatamente abbassate. Scommetto che, se mi avvicinassi, potrei percepire un sommesso “ron-ron”, delicato come le fusa di un gatto. Anche se la maggior parte, fuori di qui, non l’ammetterebbe mai. Ma guarda un po’ cosa ci tocca fare… La cosa mi consola e mi rafforza nella mia convinzione dell’inutilità assoluta di questa messa in scena: convinzione non solo mia, che in fondo sono novellina del mestiere ed ho soltanto da imparare, ma anche di più d’un professionista affermatio indubbiamente capace e stimato. Mah.

Mi domando cosa posso aver fatto di orribile, in una vita precedente, per meritare questa croce. La penombra, il freddo dell’immobilità in un locale non riscaldato, la voce del relatore sempre uguale, monotona, piatta. Sfido chiunque a non cadere tra le braccia di Morfeo. Ormai ho acquisito un perfetto equilibrio: testa china, mento appoggiato al petto, posso assopirmi senza rischiare l’improvviso ed imbarazzante crollo laterale. Ma il dramma è far passare tutto il tempo. Quanto possono essere tremendamente lunghe, le ore… Di tanto in tanto, capto qualche spezzone, ma è più forte di me, non sono mai riuscita a seguire una lezione. La mente parte e va…

I ringraziamenti conclusivi, però, li catturo al volo. Rapida occhiata intorno a me: ho capito bene? E’ proprio finita? Libera nos, domine… Raccatto lo zaino, appongo l’autografo sul registro presenze… “Ed uscimmo a riveder le stelle”. Respiro… Accanto all’albergo c’è un parco: bene, una panchina è tutto ciò che mi serve per sistemarmi. Un capannello di loschi figuri mi tiene d’occhio: indosso il giacchino rifrangente, sistemo le bande rifrangenti sulle ginocchia; bevo un succo di frutta, trangugio un boccone di cioccolato e via, si parte. Al buio, ma non è buio affatto, tra le luci dei lampioni ed i fari delle auto: il colmo del traffico del rientro da uffici, fabbriche et similia. Sono le sei, in effetti. Il caos mi mette a disagio: attraverso subito la strada principale, in direzione della stazione ferroviaria, e poi via, lungo il marciapiede, verso il Tribunale, di corsa con il mio zaino ingombrante, ma ben fissato, in modo che non muova e non mi dia fastidio a collo, spalle, schiena. Via dalla pazza folla. Clacson, rumori, luci che si sfumano e s’allargano attraverso i fumi di scarico delle altre auto: probabilmente, almeno per i primi km da Alba, spostarsi a piedi conviene di gran lunga, rispetto all’auto. Osservo con commiserazione la fila di vetture immobili. I volti di chi guida non riesco a vederli, ma me li immagino tutt’altro che sereni e sorridenti. Sfido ancora una volta la sorte, attraversando la strada di fronte al Tribunale: conquisto così il ponte sul Tanaro, che offre al podista un comodo marciapiede. Sarà pur vero che correre è salute, ma qui mi pare di respirare in una camera a gas, a un metro dalle auto in coda. Coraggio Gian, è per poco… In questi casi, non si sa bene se conviene accelerare e levarsi dal marasma, respirando però a pieni polmoni, oppure andar pianino ed evitare di inspirare troppe schifezze, ove possibile. Alla rotonda, terzo ed ultimo attraversamento temerario, almeno per il momento: imbocco la direzione verso la Asti-Cuneo e poi, alla successiva rotonda, che taglio senza vergogna, svolto a sinistra, lungo una strada che attraversa la zona industriale degli stabilimenti Miroglio. Deserto, finalmente. Cubi di cemento freddi, vuoti e silenziosi. Davanti a me, le luci della collina. E’ una serata limpida che più non si può; le stelle e le luci artificiali spiccano, quasi tremule. Passo dietro i capannoni, accanto ai parcheggi deserti, poi a sinistra in direzione di Castelrotto, in mezzo ai filari di frutteti, ora spogli. Silenzio e non un’anima in giro; sembra notte fonda, eppure non sono certo ancora le sette di sera. Il Castello di Guarene è il mio primo traguardo volante; spicca lassù, leggermente sulla destra; raggiungerlo mi costerà un bello sforzo. Chissà se ce la faccio a correre fin lassù, anche solo a passettini brevi?

Incrocio un paio di auto, che rallentano vistosamente. Alla rotonda, la guerra comincia, sotto forma di ripida rampa. Parto fiduciosa, passettini brevi, fiato sotto controllo: però… Chi l’avrebbe mai detto? Continuo di buona lena, scatenando l’insofferenza degli innumerevoli cagnetti e cagnoni a guardia dei giardini delle ville. Supero il punto più ripido, le due curve, e poi la rampa che riporta alla strada principale in direzione di Guarene. Per ora, la pila frontale non serve; basta ed avanza la luce generosamente omaggiata dagli indigeni. Un tratto di pendenza meno disumana, fino al bivio per la frazione Vaccheria. Il cielo stellato è uno spettacolo impagabile; da quassù la vista spazia sulla collina. La temperatura dev’essere molto rigida; il ghiaccio sull’erba luccica, ma lo sforzo della salita ben compensa. Il passo si fa ancora breve e faticoso, anche se non voglio cedere alle lusinghe della camminata. Tre “scalini ” per arrivare al punto più alto di Guarene: il primo qui, per arrivare alla cappelletta; il secondo più avanti, in paese; il terzo che inizia accanto alla casa di riposo, dove campeggia un inquietante cartello “18%”. Pian piano, me li lascio alle spalle. L’attenzione, basta distrarla, meditando sull’itinerario da seguire. Meglio andare a Castagnito, scendere giù a Vezza bassa, poi San Rocco e Montaldo, o meglio scendere a Piobesi? E’ vero, l’intento è macinare km, ma non ho troppa voglia di rientrare a casa a mezzanotte; tengo famiglia, ho un cagnone che mi aspetta!

Il tratto di strada tra Guarene ed il cimitero è una splendida balconata sulla collina: il pendio coltivato, le luci, il castello ora alle spalle, squadrato ed imponente. Si vede Vezza, si scorgono le luci di chissà quanti paesi. Mi sorprendo a sorridere da sola, da un orecchio all’altro; felice di essere quassù, come se non esistesse nient’altro al mondo. Più che mai blasfema, guardo con un certo interesse il piccolo cimitero; se non ricordo male, c’è un sentiero che passa dietro al muro posteriore. Riservato ed accogliente luogo, ideale per una sosta “tecnica”: solo quando sono lì, con la parte migliore di me esposta inerme al freddo, impegnata nello sforzo supremo, mi rendo conto di quanto possa essere lugubre la situazione, al buio, senza un’anima intorno – anima viva, preciso – ed accanto ad un cimitero. Guai se fossi suggestionabile o superstiziosa.

Mi allontano alla chetichella, senza che alcuno spirito malvagio mi abbia importunata. Appena in tempo, prima che passi un’auto che avrebbe illuminato il mio momentaneo ricovero, infrangendo la poesia. Oltre la curva, si spegne l’ultimo fioco bagliore giallognolo dei lampioni di Guarene, ma s’accendono, in compenso, mille altre luci della collina. Attraverso una frazione, passo accanto ad un’osteria ed al bivio per il laghetto; tra le case, la strada spiana un po’, poi riprende a scendere, fino all’incrocio con lo stradone che va ad Alba. Anche qui, i cani si scatenano: non capiterà mica tanto spesso di poter dimostrare al padrone, con tanto vigore, che non si mangia la zuppa a tradimento! Mi spiace un po’ perdere quota e rinunciare, così, al panorama notturno sulla collina. Il tratto di strada rettilineo dall’incrocio fino a Piobesi non è dei più gradevoli; qui passano più auto e senza troppi riguardi. Il cartello che indica il bivio per la frazione Reala e lassù, su un cocuzzolo, la sagoma di un edificio ed una luce. Un brivido di tensione ogni volta che vedo, davanti a me, la strada illuminarsi; non sono mai davvero sicura che l’auto che mi arriva alle spalle mi schivi. E’ vero, tra luci e bande rifrangenti, sono più luminosa di un albero di Natale, ma ho poca fiducia nell’altrui concentrazione ed attenzione alla guida.
Appena all’inizio dell’abitato, una fontanella: ignoro, come sempre, il cartello minatorio “Acqua non potabile”; ormai qui posso dire di essere, da parecchio tempo, la cavia di me stessa. Bevo a garganella: per risparmiare peso e fastidio, come sempre, ho lasciato la borraccia a casa.

Piobesi d’Alba, Corneliano d’Alba, due paesi distinti da chissà cosa, visto che, di fatto, proseguono l’uno nell’altro. Il marciapiede mi salva dai tentativi di omicidio a quattro ruote; in compenso, insidia l’integrità delle mie tibie: tra le crepe, le irregolarità e la mia distrazione, rischio di farmi del male. Non parliamo poi del passaggio in piazza a Corneliano: agli arzigogoli del passaggio pedonale, su e giù e gradini, preferisco la strada. Poche anime intirizzite a piedi; silenzio, immobilità. Solo le insegne luminose danno un cenno di umana esistenza. Le gambe faticano un po’, dopo la lunga discesa, a riadattarsi alla pianura, nel lungo rettilineo che passa davanti alla Caserma dei Carabinieri. Alla rotonda, il traffico lungo la strada che sale a Sommariva Perno è intenso: è ora di rientro dal lavoro, per non dire di cena. Svolto in direzione di Baldissero, a caccia di tranquillità; appena oltre il cimitero, è il buio. Per quanto possibile, evito di accendere la luce; mi piace lasciare che gli occhi si abituino all’oscurità e si sforzino di distinguere la linea bianca a bordo strada. Una leggera brezza fa frusciare l’erba e quel poco di fogliame secco che ancora resiste, ostinato, sui rami. Tutt’intorno, pendii scuri, boscaglia. Passa qualche auto, ben poche; per tutti lo stesso, identico stupore, il piede sul freno, gli abbaglianti freneticamente accesi, un pensiero comune: “Ma che diavolo…”.

L’idea che ci si possa spostare a piedi, o in bici, nottetempo, è qualcosa che i più non riescono nemmeno a concepire. La strada è e deve essere monopolio delle auto: se pretendi di percorrerla a piedi, il minimo che ti può capitare è di essere deriso, e fin lì nessun problema. Va peggio con quegli elementi che si attaccano isterici alle levette delle luci o al clacson, come se tu, nullità a propulsione umana, ti stessi macchiando del peggiore dei delitti. Bah, peggio per loro, non sanno quel che perdono. Così rimuginando, raggiungo il bivio per Baldissero. Una delle tante mete intermedie in cui ho spezzettato il mio viaggio, per poterlo vedere meglio e per evitare di incappare in una crisi di sconforto. Breve risalita, che riscalda i garretti; leggera discesa, nel silenzio profondissimo di questo tratto di strada deserto, poi comincia la lieve ascesa alle prime case, fino alla curva che mi porta in vista del paese. Un chilometro di salita leggera, combattuta tra la tentazione di restare all’interno dell’ampio curvone, per risparmiare distanza, ed il rischio che chi mi arriva di fronte non riesca a vedermi se non all’ultimo. Un concerto di latrati, luci accese nei giardini; il fiato che pian piano si adatta alla fatica; il bivio verso il centro del piccolo abitato sempre più vicino. Un occhio sempre rivolto al cielo, limpidissimo: mi stupisco di come possa essere stata fortunata stasera… Se sopravvivo fino a casa, potrò davvero dire di aver vissuto una giornata perfetta!

Appena oltre il bivio per il centro del paese, la stradina si restringe e s’impenna. Il piccolo cimitero, il tornante, il fondo in porfido tra le case. Salgo a passettini brevi, ma continuo a correre, nonostante tutto. Un cagnetto mi si avventa contro: la padrona, che accore carica di borse della spesa e di un pandoro appeso al polso, lo richiama: “Nessun problema, non credo riesca a mangiarmi tutta”… Guadagno a fatica il sagrato della chiesa principale, con i muscoli un po’ in fiamme; ora si può dire che il peggio sia alle spalle. Il peggio in termini di fatica in salita, s’intende. Calpesto porfido fino all’uscita dell’ampia piazza. La fontanella, qui, è desolatamente chiusa: mi terrò la sete fino a casa, mi sa… Da qui mancano circa 20 km, ma quasi tutti su strada pericolosetta, direi. Certo, potrei imboccare strade traverse, ma è la pigrizia che mi frena: già così, arriverò a casa oltre le dieci… A questo punto, bando ai timori e via per la diretta. Procedo in direzione di Ceresole: la quiete mi accompagna tra le ultime case del paese, in località Sigola; finestre illuminate, camini che fumano, profumo caldo di legna, leggera discesa che riposa e ristora le gambe.

Alla rotonda, mi immetto sullo stradone tra Ceresole e Sommariva Perno, con un solo obiettivo: gambe in spalla! E’ vero, a quest’ora non ci sarà più molto traffico, ma per chilometri sarà buio pesto. E, soprattutto, qui i piloti hanno tutti il piede pesante. Accelero il passo, rasentando l’erba a bordo strada; tengo la pila frontale in mano, per poterla meglio orientare sia contro le auto che mi arrivano incontro, sia verso quelle che sopraggiungono alle spalle. L’impressione netta è che mi vedano benissimo e che, anzi, l’effetto sorpresa giochi a mio favore. Da brava podista, dovrei correre sul lato sinistro della strada, ma, non so perché, non mi va giù. Ho la sensazione, forse infondata, che gli automobilisti siano più portati a sorpassare un veicolo, o qualcosa di simile, che si muove nella loro stessa direzione, piuttosto che un ostacolo che si para loro davanti. E poi, correndo a destra, subisco un po’ meno l’effetto nefasto dei fanali delle auto che incrocio. Mi dà comunque molto fastidio la loro luce, per quanto cerchi di evitare di fissarla. E’ come essere abbagliati da un violento lampo e poi, un istante dopo, passata l’auto, ritrovarsi per una frazione di secondo completamente ciechi. Ma, in quei pochi momenti in cui non c’è traccia di motori, mi godo il panorama di sagome scure, limpidissime nell’aria cristallina di questa splendida serata; sagome di filari di alberi, di pali e cavi del telefono, di solchi in mezzo ai campi. L’erba scintilla accanto ai miei piedi; l’aria che inspiro è gelida. Ma non sono tranquilla, non posso esserlo, con le auto che mi sfrecciano di fianco come missili terra-aria. Tengo d’occhio i cartelli chilometrici, che scorrono troppo, troppo piano; mi sforzo di allungare il passo, ma d’altro canto non posso nemmeno permettermi di esagerare: a casa devo arrivare per forza con i miei piedi…

La rotonda al bivio per Monteu, il “Mulin ‘d la pera”, la meravigliosa tenuta sulla sinistra; un’altra tappa ideale. La strada scende leggermente e s’allarga, concedendomi uno spazio per correre con un minimo di sollievo in più, ma sempre ad orecchie tese, pronta a saltar fuori, nell’erba. Ancora buio, sagome scure che di tanto in tanto mi sembra di veder muovere: un sussulto… Ho paura della mia stessa ombra, è il caso di dirlo: la sequenza di lampioni fa l’effetto di spostare la mia ombra, così che, ad ogni lampione che supero, me la ritrovo davanti. Accanto a me, il nuovo agriturismo “Cà d’l Mat”, alle porte di Ceresole; una vecchia cascina ristrutturata con molto gusto. Peccato solo per la spianata d’asfalto del parcheggio.

Supero anche il bivio per Sommariva Bosco; tiro dritto, con la voglia di entrare in paese e distendere, almeno per un poco, i nervi tesissimi. La luce dell’abitato mi rincuora un po’: l’officina del meccanico, le prime case. Chissà che ora è? Trilla il telefonino: ci vuole un bel coraggio a levare il guanto. E’ mamma: vuol sapere a che punto io sia. “A Ceresole”, rispondo, “un’oretta e sono a casa”. “Ah beh, allora sei vicina”. Ormai ha imparato anche lei a misurare le distanze con il mio metro podistico o ciclistico; da qui a casa mancherà una dozzina di km. Beh, un’ora è un po’ ottimistico, diciamo un’ora e un quarto, via. A fatica, la mano mezza congelata, ritiro il telefonino nella tasca della giacca. In paese non c’è un’anima; le locandine dei giornali pendono pesanti di umidità, il bar è già chiuso. Un gruppetto di avventori di mezz’età esce dal vicino ristorante: mi sa che sono troppo pieni per accorgersi di me…

Alè Gian, l’ultima fatica, l’ultimo tratto insidioso. Ho fame e patisco un po’ lo sforzo della galoppata che mi sono imposta per ridurre i rischi, ma non posso certo pensare di cedere. Un’oretta e sarò a casa, davanti ad una tazza di latte bollente con i grissini. Oltre la rotondina, il lungo rettilineo, in leggero saliscendi; il paesaggio che è già più campagna che collina, lo splendido viale che porta alla tenuta sulla sinistra, un bellissimo palazzotto; poche case e capannoni, la quiete che precede il riposo della notte. Qualche auto passa ancora; conto i paracarri, scruto l’orizzonte di una strada che ormai conosco a memoria, centimetro per centimetro. La collina di Torino pare un cuscino di brillanti; laggiù superga, là il faro della Maddalena, persino le sagome delle montagne, le sfumature della neve. Sembra di poterle toccare. Non potrei essere più felice… Un altro trillo, un messaggio, questa volta; è la sorella. Chiede se sono a casa. Quasi quasi, la prossima volta mi procuro un sensore GPS: così, chiunque può controllare la mia posizione senza causarmi un congelamento alle mani. Le dita sono troppo rigide per pigiare i tastini: tantovale che la chiami… Con la bocca impastata dal freddo, protesto: “Non mi chiamo mica Gebresilassie! Mi mancano circa sette km…”. E intanto leggo l’ora sullo schermo; le dieci meno un quarto. Dai Gian, muoviti, per carità. “La Piccola Fattoria”: e anche l’agriturismo è andato. Non mi resta che l’ultima discesa, cinquecento metri e via, il bivio con la stradina vecchia di Santa Rita. Fine della sottile angoscia, posso rilassare i muscoli e la mente. Pochi chilometri tra le gaggie e le cascine, a spaventare gli indigeni all’abbaio dei cani; la fame ora sì, che si fa sentire. Ancora un po’ di cautela per i tanti crateri che tormentano l’asfalto di questa piccola strada secondaria. Le sagome dei parallelepipedi di mattoni, le casermette a cui arrivano e da cui partono cavi di non so che; qualche luce di passaggio sull’autostrada. Ultimo sforzo in salita, il cavalcavia. Mi restano poche centinaia di metri per godermi il buio e le stelle; i garretti ben presto mi riportano tra le case e le luci, lungo la via di quel che resta del tiro a segno, ormai diroccato. Rotonda, sottopassaggio della ferrovia. In Carmagnola come sempre è il coprifuoco, peggio che in aperta campagna; tanto meglio… Poco più di quaranta km, un buon dislivello, in quattro ore e mezza, e null’altro al mondo che possa rendermi felice come una sera trascorsa così, in compagnia delle mie scarpe e della mia fatica. Sento nel cuore la soddisfazione dell’ennesima mattana ben riuscita. “Se puoi pensarlo, puoi farlo”, recita una di quelle massime da cartellone pubblicitario; “Just do it”. Infatti…
Mi servono due mani per infilare la chiave nella serratura, tanto il freddo mi ha irrigidito le dita. Mi precipito su per le scale, per produrre ancora un po’ di calore. Inutile aspettarsi, a quest’ora, la festosa accoglienza del bestione peloso: riverso sul lettone, la testa sul mio cuscino, in stato di morte apparente, il filibustiere a quattro zampe vuol farmi capire, con la sua ostentazione di indifferenza, che non è questa l’ora di rientare a casa e turbare il sonno del giusto. In effetti, non posso darti torto, tesorone mio, ma sappi che tra poco verrò a reclamare la mia parte di cuccia!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!