9 maggio 2009 – Da Carmagnola al Col de Vars e ritorno in giornata

Ormai non manca molto alla data fatidica: 30 e 31 maggio, i giorni del Raid Provence Extreme, sono dietro l’angolo. E’ con questo chiodo fisso che, già da una quindicina di giorni, stavo meditando ad un ultimo allenamento di quelli seri, lunghi, con la notte in mezzo da trascorrere in sella. La prima idea, spuntata quasi per caso nelle nebbie di un noioso pomeriggio di ufficio, prevedeva un giro che da Carmagnola mi avrebbe portata al Colle della Maddalena e, da lì, via Col de la Cuillole, Saint Martin Vesubie, Col de Turini ed altri, fino al mare, per poi rientrare via Langhe: peccato che avessi trascurato il piccolissimo particolare che, in mezzo a tutto ciò, c’è anche il Col de la Cayolle… Ovviamente chiuso, in questa stagione; anzi, scoprirò più avanti, chiuso per lavori fino al 2 giugno. Meno male che ci ha pensato Matteo a farmi aprire gli occhi! A dimostrazione della cura meticolosa con cui mi dedico alla pianificazione scientifica del viaggio…
Nessun problema; incassato il colpo, ho già in mente un’idea alternativa. Dalla Maddalena potrei andare al Col de Vars, scendere a Guillestre, svoltare per Embrun, girare attorno al lago di Serre Ponçon, passare a Barcellonette, risalire al Vars e da lì Briançon, Monginevro, Sestriere, Pinerolo, Bibiana, Montoso per gradire, Bagnolo, casa. Circa 520 km, a seconda delle alternative possibili nella zona del lago, per… Dislivello, boh, 7, 8 mila metri, a quel punto lì non fa gran differenza. Un programmino molto ambizioso, certo, ma in fondo non troppo distante, quanto ad impegno e sudore da spendere, da altri percorsi che più o meno ho già visto di poter portare a termine.
Ecco: se riuscissi nell’impresa, allora potrei avvicinarmi all’appuntamento di fine maggio, da quasi 600 km, con un po’ di fiducia in più. La data prescelta per l’avventura, da incastrare tra una gara ed un viaggio e mille impegni sportivi già stabiliti, è il fine settimana del 9 e 10 maggio. Una volta tanto, caso più unico che raro, riesco a preparare lo zaino con un giorno di anticipo ed un po’ di calma; ci metto un copertoncino di ricambio, il telo termico, una felpa, un berretto e guanti lunghi per la notte, luci, giacchino e bande rifrangenti, corredo di medicinali con antiinfiammatori, Muscoril e qualcosa per eventuali turbe del pancino, pappatoria in forma di barrette e cioccolato e gel energetici, soldini, documenti; in più, borsello anteriore da bici con giacca per la pioggia, macchina fotografica e telefono, e borsello sottosella con due camere d’aria e tutto il necessario per piccole riparazioni di difficoltà elementare. Purtroppo, manca l’elemento che sarebbe più prezioso in assoluto: la ragionevole certezza di trovare bel tempo, per me condizione indispensabile per affrontare sui pedali una notte in mezzo ai monti. Avventura sì, ma suicidio no… Non sarei preparata, né fisicamente né di testa, per una situazione del genere. Purtroppo MeteoFrance annuncia nuvole per sabato e peggio per domenica; idem, al di qua delle Alpi, Meteoitalia. Questo l’ultimo bollettino del venerdì. Ma il dubbio di poter rinunciare non mi sfiora nemmeno: ho deciso che vado e vado, punto e basta. “Torno domenica sera, non preoccupatevi”, saluto così mamma e parenti vari, che ormai non si scandalizzano nemmeno più, e parto, fiduciosa che, se riuscirò almeno ad evitare la pioggia fino a domenica mattina, potrò poi andare a cuor leggero oltre il Monginevro. Infatti, da lì avrò comunque a disposizione vie di fuga per un precipitoso rientro a casa via pianura se la situazione dovesse davvero volgere al peggio.

Carica come un mulo da soma, mi chiudo il cancello di casa alle spalle sabato mattina, verso le sei e un quarto, col favore di un cielo appena velato, ma con l’animo listato a lutto per un guaio stupido combinato il giorno prima in ufficio; soprattutto, per la figuraccia barbina che poi ho dovuto affrontare in conseguenza. Confido che la bici porti consiglio e sollievo, ma per lunghi interminabili chilometri di pianura, fin quasi a Cuneo, non riesco a pensare ad altro; pedalo, pedalo, ma la testa è sempre lì, alla telefonata di ieri, quelle parole pesanti, “Non avrebbe dovuto succedere”, e infatti è vero, non avrebbe dovuto succedere, non avrei dovuto commettere un pasticcio tanto idiota, non dopo cinque anni e mezzo di questo lavoro che in fondo non ha mai fatto per me. Se l’avesse fatto qualcun altro, avrei commentato “Ma questo la laurea come l’ha presa… Coi punti del Dixan?”. E invece no, io l’ho presa con le mie risorse, quindi peggio ancora, non ho proprio scusanti!

Il parco verde e rigoglioso del Castello di Racconigi meriterebbe una foto nella luce del mattino, ma non ne ho voglia, non sono in animo. Anzi, non mi volto nemmeno a guardarlo, il castello; tiro dritto sotto il viale, tutto uno slalom tra buche e rattoppi di un asfalto che nemmeno il Terzo Mondo ci invidia. Cavallermaggiore, i pioppeti che recano ancora i segni dell’allagamento causato dalle piogge dei giorni scorsi, il fango che secca e si spezza con crepe profonde e nette; Savigliano, il negozio di bici nel capannone di periferia, il Maira gonfio d’acqua ancora grigia, torbida; un semaforo, prima pausa della giornata. Ancora rettilineo fino a Genola, ma non si passa in paese, solo in mezzo alla zona commerciale; poi ancora piattume fino a Levaldigi, l’aeroporto in mezzo alla campagna, ma senza aerei che partono o arrivano, peccato. Le montagne da qui dovrebbero già vedersi bene… Ma c’è una cappa grigia che avvolge tutto. Ancora piattissima piattura, Centallo; ancora una decina di km e finalmente Cuneo. E’ solo qui, sul primo cavalcavia della giornata, che finalmente mi scrollo di dosso la malinconia: sarà che vedo la Bisalta, lo sento, mi si stampa in viso un sorriso da un orecchio all’altro, e chissà cosa penserà chi mi vede. Le montagne, le mie montagne! La Ridley non le aveva ancora viste così da vicino, lei che è nata a dicembre, in piena stagione di sci.

Il sole è calduccio, picchia qui sulla pianura. I monti però sono tutt’altro che limpidi e sgombri; anzi, c’è una coltre di nubi scure ad incappucciarli. Ma nulla sembra preoccuparmi sul serio, oggi, nulla che abbia a che fare con il mio viaggio. Magari il tempo mi sembra peggio di quel che è in realtà, perché sono ancora in pianura, da qui non posso giudicare; magari poi le nuvole si dissolvono, se ne vanno, chissà. Aggiro Cuneo per la strada che passa davanti all’Ospedale Carle; solo qui, dopo circa sessanta km, le prime tracce di pendenza. Borgo San Dalmazzo, Gaiola, Moiola: ancora saliscendi, traffico sì ma non troppo. Il cartellone luminoso all’uscita di Borgo annuncia solo alcuni lavori in corso: meno male, non dovrei trovare intoppi lungo la mia strada.
Temevo tanto il rettilineo da Festiona a Demonte, in leggera salita, uno di quei terreni su cui soffro l’impossibile: eppure in un attimo mi ritrovo nella via centrale del paese, con l’occhio che guizza tra le vetrine delle panetterie e dei bar, con particolare indugio su quella della celeberrima pasticceria Agnello. Ma chi si ferma è perduto, notoriamente, e in questo caso sarebbe pure condannato all’ingrasso. Procedo stoicamente; ormai la pianura è un ricordo, sono in valle, fa più fresco ma mi ci sento quasi a casa. E poi non sono sola: i camion di Lannutti oggi vanno su e giù in forze! Il loro telone verde è ormai di famiglia per me.

Procedo però con qualche sbadiglio di troppo: sarà che stamattina, a colazione, dopo i due etti e mezzo di tortellini ricotta e spinaci non ho preso il caffé. E’ un senso di sonnolenza fastidioso, costante; spalanco le ganasce come i passerottini appena schiusi fanno col becco in attesa del vermiciattolo… Non dev’essere un bello spettacolo! Ma sì, in fondo è già da un po’ che viaggio; potrei anche pensare di concedermi una sosta caffé, doppio ovviamente. Supero Aisone, azzeccando una volta nella vita il semaforo verde – ma non è che mi sia mai lasciata intimorire dal rosso, non in bici perlomeno. Ancora qualche km, Vinadio è già lì: sulla piazza centrale, accanto al distributore di carburanti, appoggio la bici al muro di un palazzo ed entro nel bar. Mi accoglie, dopo qualche istante, un signore anziano e simpatico: s’illumina quando mi vede in tenuta da ciclista, “Anche mio figlio va in bici, ieri è andato alla Maddalena, oggi là davanti a Demonte… Come si chiama…”. Alla Madonna del Colletto: sono ancora belli gli occhi di quest’uomo, anche tra le rughe; brillano al nome del figlio. Chiedo un caffé doppio, ci annego due buste di zucchero; l’anziano mi chiede da dove arrivo, sussulta quando gli dico che son partita da Carmagnola e che vado al Vars… Tristemente profetico questo annuncio: mi fermo al Vars, perché è inutile che tenti di spiegare l’idea di un viaggio che nessuno potrebbe credere; non immagino ancora, ahimé, quanto ci sarà di vero in questa piccola bugia!
Resterei ancora un po’ a chiacchierare; chissà quante cose ha da raccontare questo signore. Ma la strada chiama; lo sa, che io non posso resisterle. Così, zaino in spalla, ancora fuori, sotto un sole sempre più incerto, sotto gli occhi incuriositi di un gruppetto di persone sedute accanto al distributore, che per un attimo interrompono una dotta disquisizione sulle tariffe telefoniche. Col caffè doppio in corpo, spero mi passi la sonnolenza; sarà effetto placebo, sarà realtà, ma mi sento già meglio.

Di fronte al parco di Vinadio ed al Forte c’è un manipolo di ciclisti dall’aria poco agguerrita nonostante l’abbigliamento tecnico e le bici da cassaforte; mi sa che han voglia più di tintarella che di pedali. Breve discesa, passo davanti al bivio per il Colle della Lombarda: inesorabilmente sprangato, sia il colle che la salita al Santuario di Sant’Anna. Poi il falsopiano accanto alla Stura e le prime gallerie: le temevo, invece le salto senza fatica. Ad ogni piè, anzi pedale sospinto, mi è facile far la conta dei danni causati dalle piogge recenti ed abbondanti: ovunque si vedono tracce di frane, sulla strada o dall’altro lato della valle, alberi sradicati, spezzati e rotolati nel greto del fiume, tracce di lavori di contenimento fatti da poco. Piove, per ora solo in galleria; faccio lo slalom tra le pozze. Davvero, non me lo spiego: la salita alla Maddalena, dal lato italiano, è sempre stata per me una delle più indigeste, eppure oggi, malgrado lo zaino, non ho ancora abbattuto nemmeno un paio di santi. Supero Sambuco, raggiungo Pietraporzio; tengo d’occhio il cielo, che offre di tanto in tanto qualche francobollo di azzurro ma subito lo ritira, sdegnoso. Sul curvone che precede le Barricate mi superano due ciclisti più leggeri e veloci di me; come sempre, trattengo un po’ il fiato… Per poi tornare a soffiare come un mantice quando ormai sono certa che non mi sentono più. Altrimenti rischio che chiamino il 118!

Le Barricate sono uno spettacolo che mi affascina tantissimo, ogni volta che le vedo, da quando, piccolina, venivo quassù a seguito degli adulti camminatori. Peccato che la galleria le nasconda alla vista, sono imponenti, quasi minacciose. La galleria tra l’altro è gelida ed in leggera salita. Quel che segue, poi, ormai lo conosco a memoria; Prinardo, il rettilineo del Villaggio Primavera, Argentera. Tutti chilometri che scorrono con inaudita leggerezza. Sarà merito dei tortellini al formaggio? O del caffé? Mah… Nell’ampio pianoro successivo, non c’è ancora traccia di campeggiatori; solo mucchi di neve, piccoli torrenti tra i pendii, una splendida fragorosa cascata. E si sentono le marmotte, le primissime: fischiano ossessive, vicine, ma non le vedo tra l’erba ancora secca di gelo. Povere bestie, temo che questa stagione non sia propizia per loro. Chissà se trovano già cibo a sufficienza.

Supero le voragini nell’asfalto di Bersezio, riempo la mia borraccia dal fondo muschiato ed attacco, finalmente, gli ultimi tornanti che portano su al colle, giusto in tempo per ammirare ed invidiare l’abilità di alcuni camionisti con i loro lunghissimi Tir. Un gruppo di scialpinisti torna verso le auto con gli sci in mano: che strano effetto… Ed io in bici! Curva dopo curva, raggiungo la Fontana di Napoleone, solo per accorgermi con tristezza che uno spigolo della vasca in pietra si è spaccato ed è caduto nella canaletta dell’acqua: effetto del freddo, o vandalismo?

L’ultimo chilometro prima del colle è spazzato da un vento gelido; intorno è ancora tutto bianco, il lago non si vede, ancora sepolto da uno strato di neve. Tutto tace, non c’è nessuno: tempo di indossare giacca e berretto e sono già in discesa, pensando che sì, tra poco pioverà, ma non ho intenzione di gettare la spugna solo per un sospetto. Discesa veloce, da brividi ma solo per il freddo; una comitiva di escursionisti protetti da spesse giacche a vento a Larche, qualche temerario ciclista in salita, qualche marmotta ancora intontita che resta a lungo immobile in mezzo alla strada prima di sparire in qualche invisibile buco nel terreno.
Come al solito, non c’è ombra di gendarme a sollecitare il rispetto del divieto di passaggio ai ciclisti; i semafori sono spenti, la frana non sembra aver voglia di scomodarsi, non oggi. Passo tranquilla, fino in fondo: al bivio per il Vars, svolto a destra, breve pausa per svestirmi e poi mi rimetto in cammino. Che emozione intensa, essere qui, ancora, dopo mesi e mesi. Eppure mi par d’esserci passata ieri: ormai sono le mie strade, queste; è casa mia. Anche qui, i primi chilometri, che di norma odio con tutto il cuore, scorrono e vanno via; il bivio per Tournoux, il ponte sul greto di un torrente che oggi, credo una delle rarissime volte da quando ci passo, accoglie un po’ d’acqua, le due gallerie, il bivio per Saint Paul. Da qui si può dire che inizi la salita, a 8 km dalla cima, anche se poi quelli duri sono gli ultimi 5. Il cielo, boh, adesso non se ne vede più. Solo nuvoloni gonfi e scuri. Eppure non riesco ad essere preoccupata: sono semplicemente felice di essere qui. E’ tutto bellissimo, anche se qualche goccia sta già scendendo: anzi, altro che qualche goccia, questa è una doccia in piena regola! Un minuto o poco più di solenne lavata, manco fossi finita sotto il getto di un irrigatore da giardino. Ma no, non è ancora ora: io sul colle ci arrivo, punto e basta! Poi mi sa che mi fermerò lì, tornerò indietro, perché la prospettiva della notte sui pedali in queste condizioni è un’idea che va al di fuori delle mie capacità di sopportazione. Certo, dovrei prima o poi vivere anche quell’esperienza. Ma poi? Se scendo a Guillestre e mi ritrovo sotto il diluvio, al freddo? Che faccio? Non sarei in grado di continuare. Sarebbe pericoloso e basta. No, va bene la fatica… Ma cacciarmi nei pasticci, no.

Ponticello, poche case, siamo a meno cinque. Sono pronta a stringere i denti… Ma non ce n’è bisogno, oggi le mie gambe accettano davvero ogni maltrattamento; anche qui, con la pendenza secca e costante, lavorano di buona lena, senza lagnarsi. Mi fa compagnia qualche motociclista avventuroso; ciclisti, per ora, nessuno. In un battibaleno sono su, al colle: il bar qui è aperto, ne approfittano due turisti tedeschi in cerca di conforto alimentare. Io no, devo decidere hic et nunc: Guillestre e l’ignoto, oppure indietro e casa? In realtà la risposta la conosco già. Sollevo la bici, la ruoto di 180°; mi metto la giacca e riparto. Piove. Beh… Almeno mi tolgo il dubbio.

Al primo tornante in discesa, incrocio una ciclista che sale con passo impressionante: molto alta, magrissima, tutta vestita di nero, maglia e pantaloni lunghi. Alla faccia del bicarbonato, che ritmo! Beata lei… Scendo abbastanza tranquilla grazie ai freni della Ridley, che anche sul bagnato non tradiscono. Il tratto finale, prima del bivio con la strada che va alla Maddalena, offre un momento di tregua dall’acqua, ma illusorio. Faccio appena in tempo a notare, in direzione di Jausiers, un cartellone giallo che annuncia la chiusura del Col de la Cayolle fino al due giugno: ah ecco… Non è colpa della neve bensì dei lavori in corso.

Mestamente riprendo la salita: 16 km al colle, poco più. Pioviggina. E mi basta superare i primi due tornanti ed infilarmi nel vallone, per scoprire, con sommo disappunto, che tira un odiosissimo vento contrario. E’ forte, agita le fronde dei pini, respinge i miei sforzi per andare su; quando incrocio un camion, la somma dei due spostamenti d’aria fa paura. Solo una pausa alla prima fontanella sulla sinistra: riempo la borraccia e ci metto dentro un avanzo di maltodestrine di una busta raccattata a chissà quale gara di chissà quanti anni fa. Non so se servirà a qualcosa… Ma il gusto dell’acqua pura non lo sopporto più. E’ già da un bel po’ che sogno la Coca.
Riparto litigando con il vento e la pioggia sulle gambe, mannaggia a me che proprio oggi ho abbandonato i ¾; ripasso a Meyronnes, salgo ancora, e intanto faccio i conti per la sera: dunque, una campana ha appena suonato le quattro; sarò su alle cinque meno un quarto-cinque, poi con quest’acqua impiegherò una vita a scendere, e una tappa da Agnello già che ci ripasso davanti vuoi che non la faccia? Insomma, va a finire che una parte almeno della statale tra Cuneo e Carmagnola me la sciroppo al buio. E va bè, pazienza, di qualcosa bisogna pur morire prima o poi.

A Larche qualche anima viva ed infreddolita c’è, per quel poco che riesco a vedere attraverso le lenti degli occhiali bagnate. In realtà non penso che la temperatura sia poi così bassa; il guaio è che io sono bagnata e, come se non bastasse, il vento raffredda ancora la pelle. Eppure, anche ora, per l’ennesima volta nella giornata, ho la sensazione che le distanze si siano accorciate; di solito, da Maison Meane fino al colle, quei tre o quattro km mi parevano eterni… Incrocio qualche camion che, suo malgrado, contribuisce a farmi la doccia; guard rail e bastoni segnaneve a bordo strada divelti ed abbandonati giù per il pendio: dev’esserne scesa tanta di neve, quest’anno!

Un po’ stufa ed infreddolita, arrivo finalmente al colle; intorno a me è tutto grigio e sembra già tarda sera, quando in realtà non saranno nemmeno le 5. Cerco un minimo riparo, del tutto illusorio, sotto lo spiovente del tetto del piccolo chiosco di liquori, ovviamente chiuso; solo per scuotere via un po’ d’acqua ed aggiungere la felpa sotto la giacca. Da un camper parcheggiato sul piazzale scende un omino tutto intirizzito, chiuso nel suo giaccone: mi scruta un po’ da lontano, mi gira intorno, poi conclude evidentemente che non mordo, perché cauto si avvicina: “Coraggiosa”, osserva strabuzzando gli occhi… “Ma non fa troppo freddo?”. Ecco, mannaggia a me che non conosco il francese. Altrimenti gli risponderei: “Ma no, si figuri, io vengo quassù ogni volta che piove, adoro il clima tropicale caldo-umido di questo posto”… Li mortacci tua, certo che fa freddo; fa un freddo porco, ma io son quassù e non posso fare altro che scendere! E non è coraggio… Il coraggio c’è quando puoi scegliere se fare o non fare qualcosa di rischioso o comunque disagevole, e scegli di farlo; io di scelte qui non ne ho, sono obbligata ad andar giù. Anzi, l’imperativo è sbrigarsi, perdere quota il più in fretta possibile, perché già solo a Pietraporzio la temperatura sarà più umana, il vento meno violento. Più mi fermo quassù, più mi raffreddo.
Lo spettacolo è inquietante: si vedono solo sfumature di grigio, l’asfalto, la neve sul lago, la nebbia, tutto grigio. Vado incontro alla Siberia, forse così la supererò più in fretta! Confido nei freni Cantilever, l’osso del collo qui dipende solo da loro! Infatti non mi tradiscono; nonostante la pioggia battente, fanno imperterriti il loro dovere. Uno, due tornanti: è un guaio cercare la traiettoria quando non si vede un cappero… Maledetta miopia. Ancora un tornante e strabuzzo gli occhi: ci sono ciclisti che salgono, in tenuta estiva… Non mi sembra che siano esattamente il ritratto del benessere, anzi, mi sembrano proprio male in arnese! Avranno al massimo un giacchino antivento leggero nelle tasche, ammesso che ce l’abbiano… Uno di loro, chiuso faticosamente il curvone, mi fa “Com’è su?”. Ma dico io… Ci sei o ci fai? Come vuoi che sia, su, ad un chilometro e mezzo da qui? Diluvia, esattamente come qui! Di peggio sul colle c’è il vento più forte… Ma non sono certo in animo di restare qui a consigliar loro il da farsi: sono in quattro, che s’arrangino! Io me la squaglio… Tornante dopo tornante, scendo giù e di tanto in tanto ho l’impressione che l’intensità della pioggia si attenui, ma è solo un’illusione: dipende dalla direzione del vento.

Le buche in mezzo all’abitato di Bersezio sono ora dei veri laghi; lungo la strada che attraversa il pianoro incontro qualche viandante a spasso con gli ombrelli, chissà da dove arriva e dove va! Nuvole basse e sfilacciate avvolgono le cime, solo ad Argentera qualche traccia di vita. Il lungo rettilineo del Villaggio Primavera, quegli obbrobri costruiti chissà quando, lasciati lì a metà, a perenne monito; le barricate, la galleria, unico momento asciutto. Scendo con cautela, ma sicura della morsa dei freni; ancora Pietraporzio, Sambuco, le altre gallerie. Questa volta sta smettendo davvero: la giacca non cola più; il Goretex si asciuga in pochi minuti! Fosse vero… Ne ho abbastanza, per oggi, di pioggia. Beh, se smette potrei… Potrei, cosa? Forse salvare l’idea della notte in bici? Potrei forse salire alla Madonna del Colletto, poi tornare giù, magari andare verso Caraglio e Montemale e poi nel Saluzzese… La tentazione è forte. Ma, c’è un ma. Il cielo sta concedendo una tregua, ma non pare avere in animo di tornare sereno. Se non torni a casa subito, Gian, rischi che la pioggia riprenda, magari si estenda alla pianura, visto che le previsioni meteo per domani annunciavano un peggioramento; rischi di ritrovarti a dover comunque tornare per la via più diretta, la statale, con la visibilità ridotta ad un nulla, sia per te che per gli automobilisti. Insomma, rischi di farti passar sopra. Ne vale la pena? No, non ho ancora concluso la domanda che mi sono già data la risposta da sola.

La breve risalita di Vinadio mi riscalda un po’ le ossa; le mani riprendono una parvenza di vita. Da lì ad Aisone c’è da pedalare un po’; idem verso Demonte. Ci arrivo dopo aver superato una Cinquecento ferma in mezzo alla corsia con le quattro frecce: l’ho superata lentamente, guardando nell’abitacolo per capire se qualcuno potesse avere bisogno di aiuto… Ma mi sono sbagliata: la madama al volante ha bisogno sì, ma di un ottimo psichiatra! Ma guarda tu se ‘sta deficiente si deve inchiodare in mezzo alla strada per appendersi al telefonino… Insomma, donna al volante, ho detto tutto!

Adesso però niente eroismi. E’ vero che sono le sei e mezza del pomeriggio passate da un po’ e non mi restano molte ore di luce, e che sono a più di ottanta km da casa, ma sono anche fradicia, infreddolita ed affamata. Sì, anche affamata; è un bel po’ che non metto nulla sotto i denti. Qui non fa più molto freddo, ma gli abiti umidi non aiutano. Insomma: una bella sequela di scuse per giustificare la sosta da Agnello. Appoggio la bici alla vetrina, con tutte le cautele, per la vetrina, non certo per la bici che non patisce; così da dentro potrò vederla. C’è un certo viavai sotto i portici; non si sa mai… Mi tuffo al caldo del bar, ordino una cioccolata calda bollente: il barista mi mette sotto il naso una tazza che potrei quasi tuffarmici a bagno; caldissima, buona da matti, farei già il bis ancor prima di aver dato fondo a questa. Mi scalda lo stomaco ed il cuore…
All’improvviso, un inconfondibile rumore di bici che si sposta. D’istinto, guardo fuori: c’è un tizio che ha per mano la mia Ridley! A rischio di ustione di terzo grado, mollo la tazza sul bancone e mi fiondo fuori, poco ci manca che gli metta le mani addosso: “Giù le zampe dalla mia bici, cosa diavolo sta facendo?”. Mi guarda, impassibile: “Lì non deve stare”. Ma dico io, pezzo di imbecille che non sei altro… “Scusi ma Lei è il proprietario del bar? No? E allora si faccia gli affari suoi e non si azzardi a toccare un’altra volta la mia bici!”. Imbestialita, rimetto la mia Ridley dov’era prima, cioè appoggiata alla vetrina; rientro a finire in fretta e furia la mia cioccolata, sotto lo sguardo perplesso del barista che, evidentemente, non può capire la ragione della mia rabbia. Ma non riparto senza una piccola scorta alimentare: quattro dolcetti, due con la marmellata e due con il cioccolato, saranno il mio sostentamento fino a casa. Uno fa immediatamente una pessima fine: che buono… Spero che il pancino, per un po’, smetta di reclamare.

Sotto gli occhi interrogativi dei turisti della domenica pomeriggio, improvviso un rapido spogliarello: via i pantaloni invernali, tra l’altro un vecchio paio di due taglie più grande rispetto alla mia; via la giacca fradicia; finisce tutto nello zaino, alla rinfusa. Sette e dieci, dal bar di fronte mi squadrano: tra un po’ chiedo se qualcuno vuole dieci euro…
Riparto di gran carriera per la parte più odiosa del viaggio. Il cielo è ancora bigio, ma non piove più. L’asfalto è bagnato, l’aria pesante, carica di umidità. Falsopiano, tratti in leggera salita, vento contrario, inquietudine che sale: chissà fin dove riesco ad arrivare con un po’ di luce? Ormai sono abituata a pedalare al buio, è vero, ma la strada tra Cuneo e Carmagnola fa paura già in pieno giorno… Borgo San Dalmazzo, il bivio a sinistra che taglia fuori l’abitato; a ritroso la strada di stamattina, le nuove rotonde della circonvallazione di Cuneo, l’Ospedale Carle, fino ad arrivare alla rotonda del Ponte dei Sospiri: pesto sui pedali come una forsennata; sono nel pieno del traffico serale, devo avere dieci occhi. Il giorno se ne sta andando; le nuvole lasciano spazio ad un po’ di azzurro molto tenue, adesso. Malinconica mi lascio Cuneo alle spalle: guardo il cartello, 31 km a Savigliano. Bene dai Gian, Savigliano, prendila come meta intermedia. Di qui in poi è tutto piattume e lunghi rettilinei; vento, maledetto vento contrario, provo a forzare ma non serve a nulla, troppo forte, troppo teso contro di me. I rami degli alberi si piegano, lo spostamento d’aria causato dai veicoli più grossi è amplificato; l’ansia cresce, il timore di non farcela, non farcela poi a far cosa? Qualche decina di km in pianura? Solo passando nei paesi mi tranquillizzo un po’: Centallo, Levaldigi, poi Genola che non arriva mai, ancora vento e rabbia e cuore che batte troppo forte. Mi fermo a bordo strada, indosso il giacchino e le bande rifrangenti, sistemo le luci. Telefono a casa: “controordine, rientro stasera, credo verso le dieci e mezza”. Dall’altra parte, un semplice OK: beh, finalmente non c’è più nessuno che si stupisca, né che stia in pena per me. Riparto, appena più serena: è quasi buio quando arrivo a Savigliano, è buio del tutto quando supero la discoteca di Cavallermaggiore. Passo in mezzo al paese: per quanto posso, sfrutto le luci dell’illuminazione pubblica evitando la statale. Quasi mi diverto a guardar le facce del popolo del sabato sera che si sta accalcando all’ingresso di bar e birrerie… E mi sento immensamente felice di essere nei miei panni, non nei loro! Anche se ora mi rituffo sulla statale. Adesso sì, viene il bello. Da qui a casa ci saranno venti km, ma il primo tratto non si può definire “strada”: è un’accozzaglia continua di rattoppi, rattoppi dei rattoppi, buche, fessure, a cui fare la massima attenzione servendosi solo della luce del manubrio e di quella frontale. Ho il cuore in gola: conto i metri che mancano all’imbocco della nuova circonvallazione di Racconigi. Le auto mi sorpassano con una certa cautela, indubbiamente superiore a quella che usano di giorno, ma io ho il terrore di cadere su questa specie di pista delle montagne russe; sarei rovinata…
La rotonda, finalmente. Qui sulla circonvallazione, l’asfalto è perfetto; non mi illudo che duri, ma forse per qualche mese dall’inaugurazione terrà. Non passa nessuno, la carreggiata poi è molto ampia; posso prendere fiato, ascoltare il buio, i grilli ed il fruscio dell’erba. In cielo, persino qualche stella; laggiù in fondo, piccole piccole, le luci di Carmagnola. L’ultimo tratto insidioso è proprio quello tra la fine della circonvallazione e la mia città: ma è solo un chilometro… Ci siamo, è fatta, anche stavolta m’è andata bene. Sono le dieci: meno di tre ore per ottanta e rotti km, non me lo sarei mai aspettato; potere della fifa! In tutto, 315 km per circa 3.400 m di dislivello in salita e meno di 16 ore. Per il momento, il naufragio del mio progetto di viaggio non riesce proprio ad affliggermi: e, se anche ci riuscisse, la porzione di risotto con i fagiolini, gentil pensiero di mia sorella, basterebbe senz’altro a lenirlo. Il tempo di meditare il giro in bici di domani… E si va a nanna. Con un pensiero fisso però: ci riprovo, oh se ci riprovo!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!