9 marzo 2008: Granfondo Città di La Spezia

E quattro! Anche questa è andata! Sarà che i miei neuroni sono andati in corto, tanta è la pioggia che ho preso, ma a me questa GF è piaciuta da matti! Se non altro, non posso dire d’aver trascorso una domenica noiosa e banale… Anzi!!!

Partenza da casa con il buio, viaggio tranquillo e tappa a Genova per l’appuntamento con Matteo: a La Spezia si va insieme… L’unico caso in cui riesco ad andare alla stessa velocità di Matteo si verifica, appunto, quando siamo in auto!!! Se poi invece lui va con la sua Mini ed io con la mia Corsa, riesco persino a batterlo! Beh, si fa quel che si può…

A La Spezia, manco a dirlo, piove. Va bè, piove è un parolone; diciamo che vien giù qualche goccia. Però il cielo è plumbeo; anche a voler essere molto ottimisti, non promette proprio niente di buono. Poco male. Noi VERI UOMINI non ci preoccupiamo di simili bazzecole. O meglio, facciamo il possibile per non far vedere che in realtà siamo terrorizzati. Si va a fare un po’ di riscaldamento in salita, lungo la strada che poi sarà l’ultima discesa della GF. Questi bei tornanti secchi mi stanno già simpatici!

Mezz’oretta prima del via, siamo in griglia. A star fermi, fa abbastanza freddo. E naturalmente piove: non forte, ma abbastanza per rompere le scatole. Il tempo non passa mai. Per fortuna, fuori della griglia, c’è una ragazza con una borsa a tracolla e, dentro la borsa, un tenerissimo cucciolo di barboncino: vorrei fargli una coccola, ma è troppo lontano! Intanto, un ciclista un po’ gasato davanti a noi si contorce in modo strano… Per un attimo ho timore che stia male, ma no, mi spiega che sta facendo riscaldamento secondo la scuole di non so quale cavolo di professionista… Boh, sarà. Ci credo sulla fiducia. Speriamo che si parta, non ne posso più di stare qui ferma ad ibernare!

Finalmente il via. Finalmente una partenza come si deve… Brevissimo tratto di pianura, poi subito si sale. Evviva! La prima salita è pedalabile… Infatti, mi pedalano tutti sopra le orecchie e se ne vanno via. Ah già, dimenticavo, nell’istante stesso in cui siamo partiti, Matteo è scomparso, lo rivedrò tra sei ore. Vabbuò.

La seconda salita – Volastra, se non ricordo male – mi resterà impressa nella memoria per un po’. Corta, per carità, ma con rampe cattive, tornanti secchi che si arrampicano in mezzo al bosco, su per la valle stretta; vedo un serpentone colorato di ciclisti sopra la mia testa. Poi, quando arrivo in quota io, guardo giù e vedo solo più quattro gatti… Beh, che farci, non son mai stata un fulmine! Si gioca intorno il toto pendenze, chi dice 13, chi 14, chi 16%, ellamiseria!!! Va bene che è ripida, ‘sta strada, ma non è mica il Mortirolo!!! Un po’ di ritegno, please!

Da lì in poi, le salite si susseguono; di tanto in tanto, tra la pioggia e le nuvole, vedo il mare giù, qualche centinaio di metri più in basso, ed i paesini delle Cinque Terre con la schiuma bianca dell’acqua che si abbatte sulle spiaggette deserte. Man mano che andiamo avanti, sono sempre più sola: non mi posso lamentare di come sto andando in salita, visto che sto decisamente bene; però, mi mette in crisi ogni accenno di discesa, ancor più adesso che la strada è bagnata e scivolosa. Ogni volta, mi sento così impotente di fronte alla mia incapacità totale nelle discese, ma anche solo nelle curve quando la strada è piatta… Beh, pazienza. Gli incroci sono comunque ben segnalati; non dovrei perdermi.

Al bivio tra i percorsi lungo e corto, tutti quelli che sono con me tirano dritto per il corto, tranne uno. Da lì in poi, sarà una sfacchinata in solitudine completa, o quasi. La salita successiva, quella da 10 km e circa 600 mt di dislivello, mi dà un po’ di fiducia, perché lì recupero, uno dopo l’altro, un bel gruppo di ciclisti. In cima c’è la nebbia, ci sarebbe anche il ristoro, ma non ci penso nemmeno, a fermarmi: guai; già sono una lumaca; se poi ancora mi fermo… Fa freddo, tiro dritto senza vestirmi. C’è nebbia. Mi passano, come al solito, tutti quelli che ho acchiappato in salita, compreso un signore che poi riacchiappo sulla salita successiva, il Bracco. Quando lo raggiungo – nel frattempo mi son messa la giacca, visto che la pioggia adesso batte sul serio – mi fa: “Vai proprio bene in salita, ma devi migliorare in discesa, altrimenti perdi tutto quel che hai guadagnato”!!! Ma no???? Ma sai che non l’avrei mai detto??? E io che pensavo d’essere la sorella minore di Savoldelli in discesa!!! Lo penso, ma non lo dico… Tiro avanti per il Bracco. Immagine splendida su in cima: la strada che passa attraverso una fessura scavata nella parete; un edificio senza tetto, così lugubre contro il cielo livido. E poi la discesa… Mi prende lo sconforto quando leggo che dovrò scendere per 11 km. Mi aggrappo ai freni, che funzionano proprio poco, ora che la pioggia s’è infittita e la strada è bagnata sul serio. Ho persino male alle mani, fatico a controllare la bici e la paura che sale senza misericordia. Ma quando finisce questa salita… Mi sorpassano, ancora, uno, due, tre, tutti…

Non mi par vero d’arrivare al fondo. So che, vagamente, ora dovrebbe esserci un tratto piuttosto lungo di pianura. Si forma un gruppetto di tre persone: beh, almeno non sono proprio sola… Ormai sono convinta d’essere fuori tempo massimo; posso anche permettermi di fare una cosa che ha poco senso, cioè mettermi davanti e tirare. Tanto, se anche scoppio, non cambia più nulla. Mi aspetto che, nel giro di pochi secondi, quelli dietro si stufino e mi passino avanti. Invece no. Se ne stanno dietro senza banfare. Non mi par vero… Gasatissima, accelero per quanto posso e raggiungo un fuggitivo, portandomi a ruota i due compagni d’avventura. Mamma mia, poverelli, devono proprio essere cotti, per ridursi a stare alla mia ruota! Poi, col cervello ormai in debito d’ossigeno, raggiungo il fuggitivo, un ragazzo di Roma, e, persa ogni umana decenza, gli dico: “Mettiti a ruota, così ti riposi un po’”… Lo so che sono a dire poco ridicola, ma quando mi ricapita, l’occasione di dire una cosa del genere?
Ecco a ruota pure lui, che però, almeno, mi dà una mano passandomi davanti ogni tanto. Al contrario degli altri due. Arrivo all’ultimo strappo con le gambe di legno, che bruciano quasi per lo sforzo: però, sono contentissima di aver resistito così tanto su un tratto piatto e addirittura in leggera salita!!! Quando il ragazzo romano mi dice che manca ancora parecchio alle quattro, e quindi c’è ancora un’ora abbondante di tempo, e mancano ancora 10 km… Prendo il volo!

Le due sanguisughe si riprendono giusto giusto per staccarmi nell’ultima discesa… Un po’ mi incavolo, ma che posso farci? Colpa mia che sono un paracarro anche quando la strada scende! Il Romano, invece, resta indietro sulla salita, poi mi riprende in discesa: tagliamo il traguardo insieme, dopo sei ore di gara. Un saluto veloce, poi via da Matteo, che già aspetta da un’ora e mezza e deve avere la temperatura corporea di una lucertola ormai… Non ho mai patito il freddo in gara, ma, non appena mi fermo, congelo. L’idea del pasta party nemmeno mi sfiora: voglio la macchinina e qualcosa di asciutto da mettermi addosso! Gli abiti sono da strizzare…

Il mare è grigio come il cielo. Non fa nemmeno venire voglia di due passi sulla spiaggia. No no, meglio l’auto, via verso casa. Anziché prendere subito l’autostrada, andiamo a Sestri attraverso il Bracco, raccontandoci a vicenda le nostre gare. E fino a Genova, con Matteo che per fortuna chiacchiera volentieri, resto ben sveglia. Da Genova a casa, ‘na traggggedia… Ma non importa: anche per oggi, ciclisticamente parlando, ho portato a casa la pagnotta. Non vedo l’ora che arrivi la prossima domenica, la prossima GF!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!