9 ottobre 2010 – Marcia Alpina a Roure (TO)

La guida in rotonda non è la specialità di mamma… E la pazienza non è inclusa nel novero delle mie virtù, ammesso che io ne abbia. “Mannaggia… Continua a girare finché non te lo dico io!”, sbotto. La rotonda le incute sacro terrore; vorrebbe imboccare la prima uscita possibile, lei. E’ qualcosa che supera la mia capacità di comprensione: possibile che sia così difficile fare proprio il concetto della circolazione in rotonda? Eppure, a me pare elementare, ovvio direi, lapalissiano! Ma la stizza sbollisce all’istante: dai Gian… Non hai proprio nulla da rimproverarle. Con tutti i guai che ha superato, rischiando pure di vincere un biglietto di sola andata verso la dimora di Belzebù, ha trovato il coraggio di tornare a scuola guida, riprendere la patente, mettersi al volante, anzi al pomello, di un’auto adattata e con il cambio automatico. Non è cosa da tutti, anzi. E poi, le rotonde non le andavano a genio nemmeno prima.

Una nebbia pesante, appiccicosa, quasi pioggia, nasconde Pinerolo anche agli occhi di chi passa lungo la circonvallazione. Quanto alle montagne, che pure incombono sulle nostre teste, non se ne ha notizia. Siamo ormai all’imbocco della Val Chisone. I tergicristallo sono all’opera; nemmeno un’anima lungo la via centrale di Perosa Argentina. Da queste parti, l’aria ed i colori sanno già d’inverno, per giunta in una giornata così uggiosa; alle otto di sabato mattina, i comuni mortali se ne stanno ancora rintanati al calduccio. Procediamo con i piedi, anzi le ruote, di piombo. Un po’ perché siamo entrambe cieche come talpe: dei quattro occhi presenti nell’abitacolo dell’Agila, non se ne farebbe uno solo sano. Un po’ perché non sono sicura di ricordare a che punto della strada si trovi Roure e, in particolare, la località Castel del Bosco. E’ bello ed insolito: mia mamma partecipa sempre con interesse e malcelata apprensione alle mie scorribande, in bici o a piedi, ma non ha mai assistito dal vivo ad alcuna di queste avventure, ad eccezione della lontana Maratona di Treviso del 2006. Oggi l’occasione è ideale: la Marcia Alpina è una corsa breve, da una decina di km, sia pure con un dislivello di tutto rispetto in rapporto alla distanza; dovrei cavarmela, spero, al più tardi in un paio d’ore. Non la costringerò, quindi, ad un’attesa troppo lunga e noiosa. E poi l’ambiente è, o almeno immagino che sia, raccolto e poco chiassoso. Peccato solo che il cielo non inviti al passeggio: spero di non costringerla ad incamerare troppo freddo aspettando il mio arrivo…

Alle prime case di Roure, aguzzo la vista, si fa per dire. Per fortuna, la Pro Loco di Roure, responsabile dell’organizzazione, ha pensato a tutto, piazzando un bel cartello ad indicare la stradina che porta agli impianti sportivi. Pochi metri oltre il bivio e ci siamo: noi ed altre due auto, con largo anticipo rispetto all’orario di partenza e tutto il tempo a disposizione per registrare l’iscrizione e prendere un caffé al bar del palazzetto. I volontari sono già tutti in fermento, con i loro gilet fosforescenti, gli atleti arrivano alla spicciolata, animando lo spiazzo di fronte al palazzetto ed al ponticello sul torrente. L’accoglienza, più che calorosa, mi lascia imbarazzata e sorpresa: l’avventura del Tor des Geants ha lasciato il segno nei miei ricordi, ma anche un po’ nella fantasia di altri che condividono con me la stessa passione. Lo ammetto, sarà superbia la mia, ma… Leggere negli occhi di chi mi sta di fronte sincero stupore ed ammirazione per un bell’obiettivo che ho conquistato con le mie forze, ed a cui io stessa tenevo tantissimo, è qualcosa che riempe di soddisfazione. Ne sono doppiamente contenta perché si sa, i figli so’ppiezz’ecore e mia mamma è quasi più sorpresa e contenta di me…

Ammazziamo l’attesa facendo quattro passi sul ponticello e lungo la sponda del torrente. Qui, più che da noi in pianura, i colori dei boschi parlano di autunno; ogni albero ha ai piedi il suo cerchio di foglie secche; le chiome tendono al rosso, alcune, al giallo intenso, altre. Calcio via una noce ruzzolata sul sentiero, i brividi nella schiena e sulle gambe nude. Ma chi me l’ha fatto fare, di indossare i pantaloni corti?

E’ un peccato: la giornata grigia ed umida ha senz’altro giocato a sfavore della manifestazione, che già solo per l’impegno e l’entusiasmo dei suoi creatori meriterebbe ben più dello sparuto gruppetto di una ventina di atleti presenti al via. Pazienza: siamo pochi, ma buoni. La partenza è proprio alla buona, come piace a me: qualche foto di rito, quattro chiacchiere. Si parte: un paio di proiettili schizzano via come se avessero visto comparire all’orizzonte un agente del Fisco; gli altri, meno esagitati, sfilano via in buon ordine. Io resto, manco a dirlo, in fondo: non sopporto le partenze a razzo… E questa corsa non fa eccezione. Con il mio zainetto sulle spalle, immancabile anche per pochi km, attraverso il ponticello e seguo la massa, lungo il sentiero verso destra. Per ora, l’itinerario è in leggera salita; provo a corricchiare e scambio quattro chiacchiere con due compagni di viaggio, tra cui l’altra fanciulla in gara. Ce n’è una terza, in verità, ma ha il ruolo di scopa, insieme ad un bellissimo labrador nero. Il sentiero corre tra il torrente ed il bosco fitto e gocciolante, fino ad immettersi nel tornante di una strada sterrata che sale con pendenza decisamente più severa, lungo una parete di roccia. Qui si tratta già di tirare i remi in barca. Il fondo è agevole, ma la pendenza non concede misericordia. Mi sforzo di tenere un’andatura almeno decente: che diamine, sono dieci km… Ce la devo fare, a forzare un po’, almeno su una distanza così breve! O almeno provarci: se anche dovessi scoppiare, amen, non impiegherò comunque quattro ore per tornare al palazzetto. Già, facile a dirsi, molto meno a tradursi in realtà. Il mio cuoricino reagisce indignato all’offesa: non solo non raccoglie il guanto di sfida, ma sembra, per ripicca, voler rallentare ancor più di quanto non sia già tranquillo per natura. Ho un bell’inspirare a pieni polmoni: è come se nel mio torace non entrasse nulla. Anche i pochi rivali da cui avevo guadagnato un misero distacco sono in arrivo. La strada sterrata è insidiosa; mi costringo a correrne i tratti meno ripidi, ma tutto ciò mi costa uno sforzo sovrumano. Dai Gian, due ore di sofferenza, alla peggio…

Ormai tiro dritto, occhi bassi e passo furioso; è solo grazie ad un attento volontario, che non parto per la tangente. Bisogna abbandonare la strada ed arrampicarsi lungo il sentierino a sinistra. Stavo giusto domandandomi dove fosse andato a finire il dislivello: settecento, ottocento metri, così ho sentito dire. Eccolo qui, proprio davanti al mio naso; una traccia ripida e sconnessa in mezzo alla vegetazione, viscida di fango e pietre bagnate. Si sale, senza appello. Alle mie spalle, una delle due coppie di papà e rampollo: ci sono, in gara, due ragazzini intorno ai dieci anni. E dire che a me sembra di salire proprio bene, qui… I due satanassi mi saltano sulla schiena in un battito di ciglia. Devo riconoscere, come sempre, la mia inferiorità e cedere il passo; in un impeto d’orgoglio, però, m’impongo di provare almeno a star loro dietro. Ci riesco, in effetti, sulla distanza: la salita, pur non essendo una rampa unica da mille metri, è comunque impegnativa e costantemente ripida; il mio terreno preferito. Si corre tra i tronchi ed una suggestiva foschia che sfuma i contorni delle piante. Sbuffando come un mantice, mi aggancio al trenino che mi precede, senza tuttavia pensare nemmeno per un istante a tentare il sorpasso. Forse, in qualche punto, ce la potrei fare, ma verrei riacchiappata e staccata con ignominia al primo tratto in piano o in leggera discesa. Un omino in casacca rifrangente spunta dal nulla: “Dai che la salita è quasi finita”. Mi permetto di dubitare: d’accordo, come altimetro umano non credo di essere un gran che, ma mi sembra davvero che settecento metri sotto le suole non li abbiamo ancora schiacciati. Infatti, l’ascesa è ancora lunga ed impegnativa. Scambio qualche parola con le mie due locomotive. Di lì a poco, raggiungiamo l’altra coppia di papà ed erede. Ecco, chi mi conosce sa bene che non nutro particolare simpatia per i fanciulli, per non dire che proprio non li sopporto; in questo caso, però, devo fare un’eccezione. Questi due ragazzini sono a modo, compiti e straordinariamente maturi per la loro età. Da ammirare, sia loro che i genitori che li hanno educati così. La montagna tempra il corpo e pure l’anima!

Nel fitto della boscaglia, continuiamo a salire senza poter vedere nulla intorno a noi, vuoi per la vegetazione intricata, vuoi per le nubi pesanti che ci avvolgono. Questi due piccoli satanassi mi fanno sputare l’anima: probabilmente, se volessero, potrebbero anche piantarmi qui. Una bella lezione ed una bastonata all’orgoglio. “Memento mori”, o, più semplicemente, vedi di non tirartela tanto, che poi va a finire a mazzuolate sulle orecchie, Gian. Infatti: non appena la salita accenna una tregua, i miei quattro compagni di viaggio s’involano. Anch’io, a dire il vero: mi lancio pronta all’inseguimento, appoggio la suola su un pietrone liscio, umido ed inclinato e finisco a gambe all’aria senza nemmeno il tempo di accorgermene. Atterro pesantemente sulla chiappa destra, che per fortuna è ben imbottita, come del resto la consorella. Mi rialzo, scornata e vergognosa: per fortuna, i due volontari a pochi metri da me sembrano non aver visto nulla, complice la nebbia. Mi offrono un bicchiere di the caldo: e con questo, addio a quel poco di intenzioni bellicose che ancora rimaneva. Mi gusto con calma il the, poi riprendo la marcia, con circospezione. Leggera discesa, tra fango e rami gocciolanti, poi la salita riprende, a tratti secca e cattiva. Dei fuggiaschi, più nessuna traccia. Se non erro, l’ascesa termina in località Rocho de Maurel. Finché si va su, m’impegno per quanto posso, maledicendo la mancanza dei bastoncini; pazienza se domani, al Trail dei Tre Comuni, le gambe protesteranno con fierezza. Qui è meglio che mi muova, altrimenti non scoprirò mai cos’è il misterioso “gofri”… Qualunque piatto sia, non ne resterà più per me!

Il primo tratto di discesa è sconnesso e ripido, in mezzo ad un pugno di case in pietra. Un volontario raccomanda prudenza; sulle pietre umide si scivola. Tranquillo, io la prudenza ce l’ho incorporata… Scendo con l’agilità di un rinoceronte in fase di digestione; ogni passo preceduto da un accurato studio di fattibilità. Maremma, se è tutta così, a Roure torno domani mattina… Per fortuna, no: il sentiero va a confluire in una strada sterrata in leggera discesa, dall’aria comodissima. Si corre. O meglio, si potrebbe correre, se non fosse per quel dolorino al costato, a destra. Dolorino che ormai ben conosco e che, dopo pochi passi, diventa una fitta violenta, da levarmi il respiro. Mi fermo, piegata in due; schiaccio con due dita appena sotto le costole; riprendo a camminare, forzanzo un po’, ma non c’è verso, il dolore è acutissimo. Mi fermo, riprendo, mi fermo ancora; quasi non riesco a respirare. La fitta s’irradia alla gamba destra. Porca miseria, e sì che almeno qui avrei potuto recuperare qualche minuto… Del resto, avrei dovuto immaginarlo; è una sorta di crisi che mi tormenta ogni volta che, in partenza, esagero, tiro troppo per le mie scarse possibilità senza aver concesso al mio vecchio motore diesel il tempo necessario per entrare in temperatura.

Percorro così, con continue soste, almeno un paio di km, giù per questa strada a serpentina. Non ci sono segnali: in effetti, la gara avrebbe dovuto percorrere il ripido sentiero che taglia i tornanti della strada e va giù per la diretta; oggi, però, viste le condizioni del meteo e del fondo fangoso, i responsabili hanno deciso, e ci hanno raccomandato prima del via, di scegliere l’itinerario più lungo ma più sicuro. In preda ai dubbi, oltre che al dolore, mi rassereno solo quando incontro altri due volontari: “E’ giusto di qua, tranquilla!”. Quasi nello stesso momento, la fitta, improvvisa com’è venuta, se ne va. Riprendo a correre, prima con cautela, poi di buon passo, soprattutto quando la traccia abbandona la strada per imboccare un sentiero sulla sinistra. Leggera salita e lungo tratto in falsopiano in mezzo al bosco, con le voci del fondovalle già percepibili. Non so nemmeno io perché, ma mi diverto da matti a correre lungo questo stretto sentierino in mezzo ai tronchi ed ai pochi fiorellini ancora sbocciati; incredibile dictu, riesco persino a non cadere. Procedo a grandi falcate e quasi vorrei che questo istante magico non finisse più: pian piano, però, la foschia ed il bosco si diradano; ecco in lontananza il ponticello. Un breve tratto di corsa in piano: mamma è in paziente attesa ad un capo del ponte. “Visto, che ti avevo detto? – la saluto – Sono ultima…”. Infatti, è proprio così. Il primo degli uomini, un ragazzo giovane e smilzo con gli occhiali da ingegnere, ha impiegato poco più di un’ora; la prima donna, che sarebbe poi la fanciulla con cui ho attaccato bottone all’inizio della gara, è arrivata credo almeno mezz’ora prima di me. Ed i due giovini virgulti mi hanno rifilato ben venti minuti! Ma sì, prendiamola con filosofia… Un’ora e cinquanta, poco più. Un asino da soma non potrà mai diventare un cavallo da corsa, e non si può cavar sangue da una rapa. Entriamo nell’affollato palazzetto: prima un bel cappuccino caldo, e poi… Come mio solito, vorrei andar via subito; friggo a star qui in attesa. Poi, a furia di scrutare le tante ganasce in movimento, mi avvicino anch’io al lungo tavolo accanto a cui brulica un gruppo di indaffaratissimi volontari: ecco cos’è il famoso gofri… Una pastella versata su una teglia di metallo a due facce, chiusa lì in mezzo a mò di pinza e girata più volte in un recipiente alto, da cui sale il calore delle braci. Ne esce una specie di sfoglia, leggerissima, di forma circolare, che poi viene divisa a metà e farcita a piacere: prosciutto, formaggio, Nutella. Gorgonzola, per me: fantastico… Per smaltire tutte queste calorie, come minimo dovrei correre altri due giri! Un altro ottimo motivo per tornare qui in valle l’anno prossimo, sperando che sia infondata la voce di uno spostamento della corsa in estate: il calendario estivo è già sovraffollato.

La bella mattinata si conclude con una simpatica cerimonia di premiazione simbolica, con i concorrenti chiamati uno per uno in ordine di tempo d’arrivo. E’ naturale che il mio nome risuoni per ultimo… Ma, ancora una volta, chi tiene il microfono sa bene quale tasto andare a premere per farmi fare la ruota del pavone. La menzione al Tor ed un applauso che a me, nella mia megalomania, sembra quasi un po’ più forte degli altri…

Mamma ed io lasciamo il palazzetto: sul prato, legato alla staccionata in metallo, c’è il bellissimo labrador nero che ha fedelmente scortato la scopa. Bellissimo, maestoso, fiero di portare al collo, anche lui, la sua meritatissima medaglietta!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!