Agosto 2005: a caccia di Manfred

Fine agosto 2005, sono trascorsi più di sei mesi da quando ho ricevuto la ferale notizia dell’annullamento della XXAlps Nationals 2005, e ancora fatico a rassegnarmi. L’edizione 2004 ha lasciato un segno così profondo nei miei ricordi, oltre che nei miei garretti, da buttarmi addosso un dispiacere pesantissimo ogni volta che ci penso. Ahimè, gli affari sono affari; gli organizzatori, a gennaio, si son fatti probabilmente due conti e devono aver concluso che il gioco non vale la candela. Così, niente Nationals per il 2005, e niente nemmeno per gli anni a venire.

La mannaia delle ragioni di bilancio ha però risparmiato, almeno per quest’anno, la versione Extreme, cioè la corsa che, da Vaduz, percorre l’arco alpino per 2000 km fino alla Costa Azzurra. Tra i pazzi al via, anche Manfred, uno dei due temerari che, nell’estate 2004, ha condiviso con me (ma molto meglio di me) l’avventura della XXAlps a tappe. Ci siamo scambiati diverse mail prima della sua partenza; come d’accordo, nel giorno previsto per il suo passaggio ai colli Vars e Bonette, parto per andare a fare il tifo.

Purtroppo, non ho avuto la possibilità di comunicare con Manfred durante la gara, nei giorni scorsi, quindi non posso sapere più o meno a che punto del percorso si trova. OK, prima di partire mi ha dato delle indicazioni di massima; ma, a quest’ora, è in sella da sei giorni e con ben poco sonno alle spalle. Difficile sapere se la sua tabella di marcia è stata rispettata oppure no! Io l’ho visto correre, Manfred, so che è una roccia, ma questa è un’impresa estrema, dove difficoltà ed imprevisti sono dietro l’angolo.

Pazienza, io ci provo, gliel’ho promesso. Lascio l’auto alla fine della discesa del Colle della Maddalena, dal lato francese; scarico la bici, zaino in spalla, parto, destinazione Col de Vars. Ho messo nello zaino un buon equipaggiamento da pioggia: il cielo non promette niente di buono. Per ora, però, non piove; posso sfoggiare la mia maglietta XXAlps, per essere riconoscibile anche agli occhi probabilmente stanchi ed assonnati di un ultraciclista a fine gara. Sono emozionata come se fossi parte della corsa io stessa. Un po’ mi brucia, non aver nemmeno voluto tentare l’Extreme… Ma sarebbe stato troppo costoso e troppo complicato. Avrei dovuto trovare tre o quattro persone disposte a vivere una settimana in un furgone al seguito di una corsa in bici; avrei sostenuto un costo davvero consistente; soprattutto, non avrei potuto nemmeno lontanamente immaginare di farcela. Di cose folli ne ho fatte tante, ma qui si tratta di avere un minimo di decenza. Sette giorni di fila su e giù per i colli alpini… Va bene l’impresa, ma di imprese vorrei tentarne ancora un po’, prima di passare a miglior vita!

L’agitazione cresce, man mano che mi avvicino alla cima. Mi sembra di volare. Ad un tratto, ecco, in uno degli ultimi tornanti: incrocio un ciclista seguito da un furgone con i lampeggianti e gli adesivi XXAlps; poi, più indietro, un altro furgone, quello dei giudici di gara. E’ un attimo. Secondo me quel ciclista non è Manfred ma, nonostante questo, mi sento scoppiare dall’emozione. Ho appena incrociato un extraterrestre. Un fenomeno!!!

Vado ancora su fino al colle: non sia mai che io lasci una salita incompiuta. Ecco, come immaginavo, i goccioloni: giù il diluvio universale… Non incontro più nessuno; non posso, però, pensare di fermarmi sul colle ad aspettare. Con questa temperatura, fradicia come sono, rischio di ibernare. Decido di tornare giù ed andare alla Bonette: raggiungerò il ciclista che ho incrociato prima e chiederò all’equipaggio se sa dove sia Manfred. Senza rendermene conto, commetto un peccato di presunzione: chi mi assicura che riuscirò ancora a raggiungerlo, il ciclista di prima? Una volta tanto, però, ci azzecco. Metto le ali ai pedali, passo La Condamine, passo Jausiers, attacco la salita con tutta la foga di cui sono capace. Piove, piove e ancora piove. Tutto grigio intorno, solo nebbia e strati di nuvole sospese. In un’altra circostanza, la paura mi avrebbe già mangiata. Ma oggi non ho tempo di preoccuparmi; devo raggiungere il ciclista misterioso della XXAlps. Pochi km e lo scroscio della pioggia si attenua: lo vedo, è lassù, pochi tornanti avanti a me. Il furgone dei giudici procede pianissimo, poi si ferma; ad un tratto, lo sorpasso, lo sento ripartire, ce l’ho a fianco. Si sporge dal finestrino un personaggio che mi chiede, in un buon inglese: “Come hai fatto ad avere quella maglia?”. Eh eh, come ho fatto… Io c’ero!!! L’anno scorso, io c’ero… Potenza dell’entusiasmo, mi sembra che la strada sia quasi in discesa adesso. I giudici mi fanno i complimenti, mi hanno vista sul Vars, ora sono già qui, mi dicono “You’re very fast” e a me vien quasi voglia di cacciare un urlo, un bello YABADABADOOOOO stile Fred Flintstone… Poi spuntano una telecamera ed un microfono, per un saluto dalla ciclista italiana. Chiedo loro se sanno dove sia Manfred: è lassù, mi dicono, è proprio il ciclista che sto inseguendo.

Possibile? Eppure no, non è lui, Manfred non è il ciclista che ho incrociato giù dal Vars. Non ha senso, l’avrei riconosciuto, mi avrebbe riconosciuta. Ma ormai manca poco, sono quasi addosso al misterioso superman. Alla fine lo affianco, ci salutiamo: lo sapevo, avevo ragione io, non è Manfred. Ma non importa: colgo l’occasione per fare quattro chiacchiere, anche se non è semplicissimo, perché il ciclista parla poco inglese ed io non capisco un’acca di tedesco. Adesso sì, mi sento davvero parte della gara. Per quel che posso, gli faccio i complimenti davvero di cuore, lo incoraggio: il peggio è passato, manca davvero poco, il colle di St Martin Vesubie, il Turini, poi è fatta. Mi racconta d’aver dormito poche ore, meno di dieci, di aver dovuto fare fronte a giorni interi di pioggia, di vento, freddo. Porta in viso i segni evidenti dello sfinimento. La forza delle sue gambe è finita, ora c’è quella della caparbietà che lo porterà fino alla fine, a Roquebrune. Mi sento piccola piccola e inopportuna, di fianco a questo ragazzo che pure mostra una disponibilità ed una modestia ammirevoli. Addirittura, in cima, mi ringrazia per averlo accompagnato ed avergli alleviato un po’ delle fatiche della Bonette… Poi sparisce dentro il furgone della squadra che lo assiste.

Con un misto di entusiasmo e di nostalgia nel cuore, decido di non fermarmi. Voglio tornare giù subito, dalla stessa parte da cui son salita, verso Jausiers. Ora so per certo che Manfred è ancora indietro: salirò al Vars ancora una volta, sperando ancora di incontrarlo. Sulla Bonette soffia un vento gelido; il mio Gore-Tex per fortuna salva la situazione, ma la discesa con i guanti bagnati e le dita irrigidite è tutt’altro che divertente. Spero di vedere, dietro ad ogni curva, un ciclista ed il suo furgone al seguito; ma nulla, fino a Jausiers, nulla. Ha ripreso a piovere. Torno sui miei passi, ancora una volta su verso il Col de Vars. Giove Pluvio non sembra avere intenzione di concedere un po’ di tregua, non a me, ma a quegli eroi che stanno pedalando da giorni e giorni. La galleria prima del bivio per St Paul sur Ubaye è l’unico momento di sollievo dal diluvio. Per fortuna, qui la quota rende il freddo un po’ più sopportabile che sulla Bonette. Le gambe sentono ancora la forza dell’entusiasmo, quasi si rendessero conto della portata eccezionale di questo evento che, in fondo in fondo, un pochino sto vivendo anch’io. Ma passano i km, i tornanti, arrivo alla cima e di Manfred nessuna traccia. Mi dispiace. Mi spiace da matti, davvero. Ma che posso fare adesso? Se scendo verso Guillestre, rischio di andare incontro ad un peggioramento del tempo e di non poter più salire in cima, perlomeno, non in tempo per sfruttare le ore di luce. Insomma, rischio di mettermi nei guai. Aspettare in cima, non se ne parla: fa troppo freddo, sono fradicia fino alle ossa. E poi, aspettare cosa? A questo punto, non so quando Manfred arriverà; non so nemmeno se arriverà, anche se lo spero con tutto il mio cuore, perché se lo merita davvero tutto, questo successo. C’è poco da meditare: devo tornare giù, all’auto. Forza Manfred, non potrò farti il tifo, ma ce la devi fare.

Riparto in auto con un po’ di tristezza. Leggerò la mail di Manfred qualche giorno dopo: i giudici di gara sono stati di parola, gli hanno portato il mio saluto ed il mio incoraggiamento. E’ arrivato alla fine, a filo del tempo massimo, comunque ce l’ha fatta. Grandissimo Manfred. Alla tua prossima, eccezionale impresa!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!