Citazioni da Joe Simpson, “Questo gioco di fantasmi”

Dedicato a chi è abbastanza folle da poter capire perché questi passaggi mi sono rimasti impressi al punto da volerli trascrivere e conservare…

“Non avevo la minima idea di dove stessimo andando. Non avevo la cartina e neppure il fischietto e la bussola. Non ho mai capito come diavolo si usa la bussola. Ho sempre preferito l’altra tecnica, quella di fidarsi di compagni scelti con cura, il tipo di gente che con carta e bussola in mano ti tira fuori da qualunque postaccio”.

“Erano gli eroi, i modelli da imitare; uomini che incutevano timore per quello che avevano fatto, per quello che avevano osato tentare”.

“L’aura di gloria di cui avevo circonfuso la Walker era scomparsa nell’attimo in cui avevo terminato la salita. La realtà era banale, insignificante. Era come se mi fossi derubato da solo di qualcosa di sommamente prezioso, come se fosse stato profanato un ideale. Sì, una crocetta in più sul libro, un’altra vetta conquistata, un’impresa da ricordare con vano orgoglio. Ma la gioia era scomparsa. Per ritrovarla dovevo inventarmi un altro obiettivo, un’altra salita, un altro ideale da distruggere. Era un circolo vizioso. Dove mi avrebbe portato?”.

“In Occidente viviamo in una civiltà della sicurezza, un mondo di vaccini e di tecnologie mediche che promettono la longevità fine a se stessa. Ci insegnano ad essere prudenti, ad evitare il rischio, a costruirci una vita piena di garanzie e certezze, puntellata da pensioni, assicurazioni e quant’altro serve a schermarci dalla verità. Raramente ci dicono di vivere il presente, di prendere ciò che ci piace senza dar nulla in cambio. Nessuna società si fonda su principi tanto egoistici. Ma a volte una malattia, un lutto, un licenziamento intervengono brutalmente a farci comprendere che, a dispetto di tutti i nostri sforzi, nulla è mai assolutamente sicuro”.

“Se la memoria potesse ricordare con esattezza l’esperienza passata, non faremmo più nulla. Resteremmo tutto il giorno seduti a fantasticare sul passato. Perché sfidare il presente, se il passato è così gradevole? Ma la memoria, per fortuna, ci è amica. Sfuma le esperienze negative, stempera quelle positive. E quando a valle, nel mondo reale, se così vogliamo chiamarlo, la vita comincia a corrodere il ricordo dell’ultima ascensione, sentiamo che è giunto il momento di tornare ai piedi della parete e rimettere tutto in gioco”.

“Il teologo e filosofo settecentesco Jeremy Bentham sviluppò una teoria detta “del gioco profondo”, secondo cui ciò che il giocatore accetta diperdere è del tutto sproporzionato a ciò che può guadagnare. Ciò è vero anche per l’alpinismo: da un lato la vita, propria e dei compagni, la perdita delle dita delle mani o dei piedi, dall’altro il transitorio piacere della vetta, il brivido dell’avventura, la fugace soddisfazione di un desiderio irrazionale. La dipendenza viene dall’impossibilità di soddisfare pienamente il desiderio. E forse il desiderio è radicato proprio nell’assurdità dell’azione. Andare in montagna è così splendidamente vano ed inutile che dobbiamo farlo”.

“Che gusto ci sarebbe a fare ciò che sai di poter fare? Meglio saggiare i limiti: è il solo modo per imparare e migliorare”.

“Loro non potevano sapere cos’era per me l’alpinismo. Avevo cercato di spiegarlo senza nasconderne gli aspetti pericolosi. Se mi fosse successo qualcosa, dovevano sapere che avevo consapevolmente accettato il rischio. Non sopportavo il pensiero che dovessero accettare la morte di un figlio senza avere gli strumenti per comprenderla. Soprattutto, non volevo che pensassero che era stato uno spreco di vita e non arrivassero mai a capire la verità: che l’alpinismo era stato la cosa che più mi aveva fatto amare la vita, che era la natura stessa della nostra attività a rendere me ed i miei amici quelli che eravamo. Le montagne erano parte inestricabile del tessuto della nostra esistenza.
Allo stesso modo, avevo deciso fin dall’adolescenza che non volevo fare le cose che la societò si aspettava da me. Non volevo compromessi di sorta, non volevo sposarmi e mettere al mondo figli, per timore d’esser privato dell’egoistico desiderio di fare ciò che mi pareva della mia vita: vita che era solo una e finiva con la morte e non prevedeva reincarnazioni, esistenze ultraterrene, paradisi ed inferni di sorta. Afferra le occasioni che ti capitano e goditele. Quello era il mio credo, indietro non tornavo”.

“In un certo senso, l’alpinista smette di vivere nel momento in cui comincia ad arrampicare. Esce dal mondo dell’ansia per entrare in un mondo in cui non c’è spazio né tempo per tali distrazioni. L’unica cosa che gli importa è sopravvivere al presente. Bollette e mutui da pagare, amici e nemici, tutto svapora nella necessità di concentrarsi su ciò che accade al momento. E’ una vita separata, di decisioni semplici, nette: scaldati, nutriti, bada a quello che fai, riposati, abbi cura di te e del tuo compagno, sii presente. Presente, appunto: finché non c’è altro che il presente e non ci sono più paure a minare la sicurezza”.

“Quando l’alpinista si muove sul labile confine tra la vita e la morte e sbircia con cautela dall’altra parte, è come se fosse immortale, né vivo, né morto. Quando scende dalla montagna e rimette piede nella vita cerca, senza riuscirci, di comprendere l’esperienza vissuta. Di quelle giornate conserva un ricordo potente e bellissimo, ma non sa dire esattamente che cosa è successo. Sa che qualcosa è effettivamente accaduto, ma non riesce a metterci il dito sopra. Ma con il riprendere del tempo, con il tornare del pensiero al passato ed al futuro, la certezza a poco a poco svanisce fino ad assomigliare al vago ricordo di un fantasma intravisto di sfuggita in fondo ad un corridoio sbiadito. Un tempo sapevamo cosa avevamo visto, non c’erano dubbi sulla sua realtà; ora non sappiamo più con certezza, ora nulla sembra reale. Allora nasce il desiderio di tornare a guardare, per accertarsi di aver visto davvero. Il dubbio batte e ribatte, fino a che ci costringe a partire. Quando le paure corrosive e le ansie del presente ci si affollano di nuovo intorno, ci torna in mente quello stato fuggevole in cui il tempo si era fermato, quei giorni in cui la prospettiva si era fermata a un’altra dimensione dell’esistenza. E desideriamo tornare laggiù”.

Joe Simpson, Questo gioco di fantasmi – Collana “I Licheni”, Vivalda Editori

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!