Costa Azzurra, 6 aprile 2008

Come al solito, mi ripropongo d’essere puntuale… Ma non ci riesco nemmeno alzandomi un’ora e mezza prima dell’appuntamento, che per giunta oggi è sotto casa mia! Mi ci vuole un quarto d’ora già solo per rinchiudere la bici dentro la sua borsa… Lotta estenuante, ma alla fine la cerniera si chiude! Alle 5.45 precise mi precipito giù per le scale; per fortuna Michelangelo è appena arrivato.
Ero scettica, ma a torto: incredibile, la Y può davvero contenere due bici! Quella di Mik nel bagagliaio, la mia sul sedile, e non è nemmeno necessario che io mi sistemi sul tettuccio! Fantastico…

Si parte, è ancora buio. Tutta colpa dell’ora nuova, che a me proprio non piace; pazienza, mi verrà comoda stasera! Il viaggio è più breve di quanto pensassi; arriviamo a Breil Sur Roya in poco meno di due ore. C’è anche da dire che Mik è un ottimo pilota: non ho nemmeno patito un po’ sulle curve, niente di niente, caso più unico che raro! Di solito, mi viene il mal d’auto anche quando guido io… Anzi, soprattutto quando guido io!

Scarichiamo le bici e siamo pronti in pochi minuti. Sono le otto: qui in fondo alla valle, il sole arriverà solo tra un bel po’; fa un freddo boia! Meno male che ho portato giacca e guanti… Però ho i pantaloni corti e, segretamente, invidio un po’ la divisa invernale di Mik, che ho preso in giro fino a tre secondi prima. C’è di bello che il cielo è di un meraviglioso blu… Si annuncia una giornata stupenda e, spero, calda. Che diamine, siamo pur sempre in Costa Azzurra o quasi! Deve fare caldo!

Pochi km di discesa, con invettive di varia natura contro il freddo, poi svoltiamo a destra ed iniziamo la salita verso Olivetta. Via la giacca, via i guanti lunghi: l’aria è ancora fredda, all’ombra mi vengono i brividi, ma quando arrivano i raggi del sole sulla schiena, che goduria! La prima salita è breve e facile; il fiatone se ne va dopo pochi minuti. Che spettacolo di posto: è il commento che avrò in mente più o meno per tutto il resto del giro. Ben presto, Mik parte e se ne va. Niente da fare, è un vero missile in salita: pedalata elegantissima, sembra non sentire la salita; quando decide, parte, va e mi molla come una cozza appiccicata allo scoglio. D’altro canto, a me non passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di tentare l’inseguimento. Ho la leggiadrìa e lo scatto di una foca monaca un po’ anziana ed acciaccata… Meglio che stia buona e mi goda il panorama. Tanto Mik lo ritroverò in cima, semiassiderato.

La discesa per fortuna è abbastanza breve: da vero uomo, non metto la giacca; mi limito a tirare su i manicotti ed arrivo in fondo con le mani che hanno perso ogni utilità. Il sole è ancora troppo basso per illuminare e riscaldare tutta la nostra strada. Destinazione Turini: per fortuna si riprende a salire. 24 km, pendenza sempre regolare, nulla di particolarmente impegnativo. La strada è ancora deserta; posso andare a zig zag come mia abitudine, guardare il panorama, scattare una valanga di fotografie. Anche qui, Mik ben presto parte e va. Peccato che io riesca a vederlo solo fino alla prima curva, poi basta… E’ uno spettacolo, veder andare in salita quei personaggi lì.
Per ora, salgo bene, tranquilla, senza problemi. Ho un po’ di preoccupazione, perché ieri, come al solito, ho fatto la furba: 172 km e 2.800 mt di dislivello nelle Langhe. Però, è proprio questo a cui devo abituarmi: lunghe distanze e dislivelli consistenti in giorni ravvicinati. Chissà quand’è che scoppio, oggi: prima o poi scoppio, però… Intanto, mi sbafo il mio Ritter versione Loacker. Un bel quadrettone: mi assolvo subito pensando che ho fatto colazione con una tazza di latte ed una fetta di pane, basta…

A bordo strada compare un po’ di neve, sempre di più via via che salgo: mi sa che sono vicina alla cima. Infatti, di lì a poco, ecco il cartello “Col de Turini” e Mik fermo al sole, in paziente attesa. Lascio che sia lui a cimentarsi con il francese, per chiedere se il giro della cima sia possibile o no. Non convinti, andiamo su ancora qualche km, fino a superare quota 1.800: uhm, c’è un sacco di gente che circola con sci e racchette da neve… Mi sa che non siamo dotati del mezzo migliore per fare il circuito della cima in questa stagione. Infatti, ci ferma una bella distesa di neve che occupa tutta la strada. Per un secondo, mi prende il terrore che il mio collega voglia tentare lo stesso l’avventura: sono già pronta a rifiutarmi con sdegno… Per fortuna, il mio timore è infondato.

Approfitto di una pausa di Mik per prendere un po’ di vantaggio in discesa; lo attendo al colle, poi via verso La Bollene Vesubie. Gelida e bellissima, la discesa. Mi sforzo di vincere almeno un poco la paura, per non costringere il mio pazientissimo compagno di viaggio ad un’attesa eterna anche in discesa, oltre a quella che già gli infliggo in salita… Ma non c’è niente da fare, mi frega anche su questo terreno. Pazienza.

A fine discesa, svoltiamo a sinistra per Lantosque ed ancora a sinistra per una stradina secondaria, bellissima, che in poco meno di 4 km ci porta all’abitato di Loda. Breve discesa, poi altri 9 km di salita, verso un colle di cui non ricordo assolutamente il nome. Ricordo, però, che questa strada mi piace da matti! Il sole adesso è alto, fa un calduccio adorabile. Da qui fino a L’Escarene, ho un ricordo un po’ confuso; sarà che abbiamo fatto diecimila salite, una più bella dell’altra. Persino le discese mi son piaciute: strade ampie, quasi sempre con un buon fondo, traffico nullo, splendido sole che mi rende persino un po’ più coraggiosa. Che bello, seguire dall’alto la stradina che va giù a zig zag in mezzo agli alberi… Vista così, fa quasi paura, ma in realtà non ha pendenze eccessive, anzi.

A l’Escarene si consuma il dramma… Il nostro itinerario prevede di raggiungere Peille per la strada lungo il fiume. Già, peccato che ci sia un bel cartello in centro del paese: route barrée. Benissimo. Non convinti, percorriamo qualche km: si sa mai che magari in bici si possa passare. Manco per idea: c’è un bel cancello in mezzo alla strada, con scritto qualcosa del tipo “scoppio di mine”. OK, convincente, si torna indietro. A L’Escarene guardiamo la cartina: c’è una stradina che dovrebbe permetterci di aggirare l’intoppo ed arrivare a Peille. Convinti ed entusiasti, ripercorriamo un pezzetto della route barrée ed imbocchiamo una stradina minuscola sulla sinistra. Un paio di rampe secche all’inizio ci fanno subito capire chi è che comanda. Ho deciso che non voglio cedere al 34×29, ma che fatica! La stradina è davvero un disastro, asfaltata per modo di dire, con un bel po’ di sassi e rigogliosi ciuffi d’erba in mezzo. Eppure c’è un viavai di auto inspiegabile, per una strada del genere; probabilmente allora siamo nel giusto, questa è proprio l’alternativa alla strada di fondovalle. Saliamo, saliamo, saliamo: la pendenza è irregolare, alterna strappi e tratti di falsopiano, discesa, ancora strappi. Ecco, l’ideale per i miei gusti. Mi chiedevo quando sarebbe arrivata la crisi; mi sa che adesso è vicina.
Ad un tratto, in una curva, scivolo con la ruota anteriore e vado a un pelo dal precipitare a terra: già, io; peccato che Mik invece a terra ci finisca davvero. Cade su uno dei blocchi di cemento a bordo strada… Il mio cuore perde un bel po’ di battiti, sono terrorizzata: panico all’idea che si sia fatto male… Quasi non ci credo quando lo vedo rialzarsi, subito, con calma olimpica, come se nulla fosse stato. Danni alla bici, un freno storto ed un tappino del manubrio perso, ma nulla per lui, per fortuna. Io però fatico un po’ a risalire in sella, e mi ci vuole qualche km prima che le gambe smettano di tremare. Che idiota che sono, se non avessi frenato, lui non sarebbe caduto.
Questi pensieri, e questa strada che continua a salire e scendere e salire e scendere chissà per quanto ancora, mi buttano addosso lo sconforto. Fame, stanchezza, gambe pesanti, lo sapevo che prima o poi la cotta sarebbe arrivata. A nulla vale la consolazione di vedere, laggiù in fondo, il mare. Ho paura, non ce la faccio più, le gambe sono sempre più molli. La riserva del cioccolato è finita da un pezzo; vado avanti a barrette Grancereale, ma mi sembra che la pancia le attacchi e le distrugga in un attimo, senza alcun beneficio. La fine di questa mulattiera mi pare un miraggio… Eppure no, il cartello è proprio vero, c’è scritto “Peille”!!!
Mik chiede ad un indigeno quale sia la strada migliore per tornare sulla nostra rotta. Intanto io guardo su per la montagna davanti a me: c’è una strada che corre su su in alto, speriamo che sia la nostra. Speriamo…

Sono accontentata. Dall’abitato di Peille, altra salita verso il Col de la Madone, se non ricordo male: pendenza minima, ma le raffiche di vento ci rendono la vita piuttosto difficile. Però, questa salita tranquilla e regolare è la mia salvezza: mi risistema le gambe e mi rincuora, cavandomi da quello stato di preoccupazione e tensione in cui ero piombata lungo la stradina malefica. Sullo sfondo, sempre il mare. Poi, discesa verso Sainte Agnes, con l’immagine di una fortezza sulla cima di una rupe. Controlliamo un’altra volta la cartina: adesso sì, siamo giusti. Da Menton prendiamo la direzione per Sospel, attraverso il Col de Castillon.
Per me, altra crisi nera. Quasi improvvisa: questa è proprio fame, fame brutta. Se non trovo qualcosa di sostanzioso da mettere sotto i denti, sono panata. Ancora una volta, cado nello sconforto… Quasi non ci credo quando, proprio all’inizio della salita, sulla sinistra, vedo l’insegna salvifica: “boulangerie”. Raccolgo il fiato che mi resta per richiamare Mik, prima che schizzi irrimediabilmente su per la salita: anche lui pare apprezzare l’idea!
Ci fiondiamo in panetteria con l’aria di due reduci da una settimana di assoluto digiuno e scegliamo alcuni tra i dolci sul bancone, possibilmente le cose dall’aspetto più ignobilmente grasso e calorico. Cioccolato, burro, panna gli ingredienti dominanti… Altro che maltodestrine, il pain au chocolat ci mette le ali ai piedi!

Butto l’occhio al campanile, sono le sei meno un quarto. Cavoli Gian, qui ti devi muovere. Ripartiamo, Mik schizza via, io cerco di fare del mio meglio, complice la pendenza davvero minima. Benché la strada sembri più che altro un lungo falsopiano, i tornanti rendono questa salita comunque piacevole e vivace. E poi, qui, nessuno suona se ogni tanto allargo un po’ le curve. I km scorrono veloci; il Col de Castillon arriva in fretta. La luce è già quella della sera: via, veloci a Sospel, dove facciamo l’ultima sosta per riempire le borracce. E mò sono cavoli miei. Mancano 500 mt di dislivello. Dico a Mik di non aspettarmi in cima, ma scendere subito all’auto, e poi mi lancio anch’io in una vera e propria galoppata, per come può galoppare un ronzino come me. 15, 14, 13 km a Breil, per fortuna anche qui la strada non pende molto, anzi, mi consente di rilanciare di continuo l’andatura alzandomi in piedi sui pedali. Cosa rarissima! Ormai la luce raggiunge solo più le cime, è gialla, fioca. Mannaggia Gian, ti vuoi muovere? Qui rischi di arrivare giù a notte! Manca poco, ma la tensione è altissima. Nel contempo, però, sono soddisfatta, contentissima del giro stupendo e del modo in cui le gambe, ancora adesso, rispondono. Certo, la stanchezza c’è, ma non mi sarei mai aspettata di reggere così bene la fatica fino alla fine.
Due tornanti mi portano alla cima del Col de Brouis: mollo i freni e la paura, via in picchiata su Breil. Scorrono i km, 9, 8, 7; le curve sono un’opinione, le taglio tutte, ho un freddo cane e voglio solo arrivare all’auto. E, quando ci arrivo, trovo Mik che ha già sistemato la bici nell’auto e s’è già anche cambiato; manca solo che abbia fatto gli spaghetti. Beh, c’è da essere soddisfatti: 207 km, 5.300 mt di dislivello. Mica poco!!!
Mentre carico frettolosamente la bici, si avvicina un anziano signore, che ci chiede notizie del nostro giro. Parla italiano, ci chiede se arriviamo da Torino: lui è stato a Torino nel 1944, durante la guerra, scampato alla deportazione in Austria. Mi sembra di sentire ancora i racconti di mio nonno: anche lui ricordava con nostalgia gli anni pur tragici della guerra e della prigionia. Questo signore avrà almeno ottant’anni, se non di più, ma una lucidità eccezionale: passa senza problemi dal francese all’italiano al dialetto piemontese. Mi rammarico di non poter restare più a lungo ad ascoltarlo… Ma è già tardi ed ho un freddo che non riesco a levarmi di dosso; saluto e mi rinchiudo in auto: sono le otto, povero Mik, stasera gli toccherà fare le ore piccole. Si riparte, su verso il Colle di Tenda, raccontandoci le impressioni della corsa e godendoci gli ultimi raggi di luce che abbandonano la valle, finché il profilo delle montagne ed il cielo si confondono in un unico nero.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!