E anche… Sotto la grandine!!!

Vero, questa non è stagione di grandine. Però, per restare in tema di avversità meteorologiche, posso dire che con Giove Pluvio ho già litigato un bel po’ di volte, da quando pedalo. Ogni tanto è lui che attacca briga, quando meno me l’aspetto; a volte, invece, son proprio io che me la vado a cercare: proprio come è successo un paio di estati fa… Non ricordo più se fosse un sabato, una domenica, o un giorno delle ferie; non ho l’abitudine di appiccicare una data agli episodi della mia esistenza, anche se a volte sarebbe utile. In ogni caso, questo non ha molta importanza.

Dronero è uno dei punti di partenza classici dei miei giri in bici. E’ un paesino comodissimo per un sacco di destinazioni. Di solito, parto da lì per andare al Colle di Fauniera dalla Valle Grana, con un po’ di riscaldamento su per la salita di Montemale. Arrivo come al solito prima dell’alba ed abbandono la mia fida Opel Corsa sulla piazza davanti al supermercato Coop: a quell’ora, in attività, ci siamo solo io ed i fornai. Mi piace fare il vero uomo, svegliarmi a notte fonda per poter essere in sella e vedere l’alba in montagna; però, come ogni volta, anche stamattina sono mezza addormentata, ho già faticato a guidare fin qua senza finire nella prima bealera a lato strada, è già tanto se mi ricordo di rimontare alla bici entrambe le ruote…

L’aria frizzante e le prime rampe della via per Montemale mi dànno una bella sveglia. C’è il sole, pare una bella giornata. Già, pare. ERRORE FATALE… Ma me ne accorgerò solo più tardi! Arrivo su col fiatone: ci metto sempre un po’ a carburare. Poi, mi tocca soffrire su quei dieci km, forse anche meno, che da Valgrana portano a Pradleves, all’attacco della salita del Fauniera. Io li odio, i falsipiani, li odio li odio li odio!!! Pesto pesto sui pedali, e non vado avanti… Beh, insomma, non è che sulla salita vera io sia una saetta, anzi, tutt’altro; però, almeno, c’è soddisfazione!!!

Incrocio due o tre anime prima di Pradleves. Meno male, penso, ma durerà poco: i merenderos non tarderanno a scatenarsi, e la Valle Grana è una delle loro preferite per le scorribande a base di tavolino con le gambette, cadreghine coi braccioli e bottiglione di vino, come cantano i Trelilu! Mi scuso con chi non è di queste parti e non conosce i Trelilu, ma questo tributo è doveroso… Passare in Pradleves mi causa atroci sofferenze dovute al profumo irresistibile del pane appena sfornato: ma devo resistere, un vero ciclista duro e puro non cede a simili vili tentazioni!!! Tirem’innanz! I primi 7 km sono in ombra, al freddo, poi finalmente la strada sale come si deve. Da Campomolino al Santuario, tanti strappi e poco respiro, ma è così bello, non c’è ancora nessuno.


Il cielo è azzurro, solo qualche nuvoletta che spunta qua e là… Mannaggia però, se son veloci, ‘ste nuvolette!!! Passo il Santuario, tiro il fiato, salgo ancora: via la baita di Martini, con i maialoni spaparanzati al sole, via gli ultimi tornanti, mi lascio sulla destra il Colle Esischie. Cavolo, non c’è più la mia ombra! Con un acume da fare impallidire Sherlock Holmes, deduco che dev’essere andato via il sole, cioè, sì, insomma, devono essere arrivate le nuvole, sul serio! Tiro su il naso e vedo che lo spazio di cielo blu è sempre più misero. Intanto arrivo al colle, con quell’orribile monumento, mi spiace dirlo perché sono stata una tifosa accanita di Pantani, ma quel coso è un vero obbrobrio…

Ora che si fa? Io son partita per fare il Fauniera sia da Pradleves che da Demonte. Ok, la situazione meteo non è proprio incoraggiante, ma cavolo, a me non va mica bene rinunciare così al mio programma! Poi, metti che rinuncio: di sicuro, il tempo si rimette al bello e io mi mangio le mani… No no, non c’è santo che tenga, si va giù a Demonte. Consumo, come al solito, buona parte dei freni – diciamo che Savoldelli giù di lì se la caverebbe un po’ meglio di me – e arrivo al fondo di quel meraviglioso vallone. Mi fermo, rimetto la giacca nel mio immancabile zaino, giro la bici e ricomincio la salita. Ora il cielo s’è coperto. Tira anche un po’ di vento. Ritrovo le borgate che ho appena attraversato in discesa, una dopo l’altra: i primi 12 km mi sono un po’ indigesti, con tutti quegli strappi in salita e quei tratti di discesa che scombussolano il ritmo. Poi finalmente passo le condotte: inizia il tratto selvaggio della valle. Guardo in su. Ora è proprio scuro. Ma scuro sul serio! Incontro un po’ di merenderos che scendono. Ahi ahi, marca male. Ma non importa, non fasciamoci la testa prima di essercela rotta. Sono a poca distanza dal Gias Cavera quando arrivano le prime gocce. Poche gocce, tante gocce, insomma, inutile nascondere la testa nella sabbia come gli struzzi: piove. Ok, piove, e allora? Ci sarà mica da spaventarsi per due gocce? Cosa fa il duro ciclista quando succede questo? Semplice: si mette la giacca impermeabile e procede. Così faccio. Passo i due tratti dritti, arrivo al punto in cui mancano circa 5 km alla cima. Mi sorpassano due motociclisti, evidentemente affetti da problemi psichici, più o meno come me. Cappero, queste gocce fanno male!!! La maremma maialona, ci mancava pure la grandine… No, no e no, sono ad un passo dalla cima! Non riesco nemmeno a finire il pensiero, che un colpo di tuono mi rintrona… Anche se mi ostino a tener gli occhi fissi a terra, un po’ per evitare i chicchi, un po’ perché non voglio vedere, i lampi ora si susseguono, uno via l’altro, i botti rimbombano da una parte all’altra della valle!!! La nonna, quand’ero piccola, mi diceva sempre che il tuono si sente quando “il diavolo va in carrozza con le ruote quadre”; se ci penso mi vien da sorridere, ma se ci penso meglio mi dico, che cacchio ho da sorridere??? Sono nei guai!!!!!!! In questo stato arrivo al Colle di Valcavera, manca un km, un solo maledettissimo km alla cima!!! Però adesso ho davvero paura, i fulmini sono vicinissimi; mi rendo conto in un attimo che sto facendo una grossa boiata. Grossa davvero. Non credo di esagerare, se dico che sto rischiando le piume. Ci sono anche i due motociclisti, lì fermi. Mi guardano, battono le mani, mi dicono che sono una grande: sì, una grande imbecille, penso io… Mi vergogno molto a dirlo, ma stavolta vince la paura. La strizza, direi, per usare un termine efficace. Rapidamente mi metto la giacca ed i guanti lunghi. Tralascio, per la fretta, i gambali. Giro la bici ed inizio la discesa. La testa scoppia di pensieri contrastanti: devo scendere, scendere, scendere, se mi fermo qui mi congelo, è peggio, e poi dove mi fermo, che non c’è alcun riparo? Grandina sempre più forte, fa un male dannato alle braccia, in testa, sulla faccia, sulle gambe scoperte. Devo scendere, piano, oddio i freni non frenano più, chiudo le dita a morsa sulle leve, ma è così difficile! Dai Gian, niente panico, non serve il panico adesso, non serve proprio a un tubo. Devi scendere, punto, devi solo scendere, pian piano, metro dopo metro. Stai scendendo, ecco, così, laggiù il tornante, poi la baracca, piano, tra poco sei al Gias Cavera, in qualche modo stai per rientrare nella civiltà. CALMATI, dannazione!!!!!!!!!!

Sembra che la grandinata si stia calmando. Forse mi sto allontanando dal cuore del temporale. Sì, è senz’altro così. Scendo e la pioggia è meno violenta, scendo ancora e quasi sembra che smetta. La strada è un unico fiume, sporca di sassi, di fango, di sabbia. Scendo ancora e l’incubo finisce, mamma mia. Tiro il fiato, mollo un poco i freni, comincio a pensare che in fondo sono stata proprio scema a farmi prendere così dalla paura. Ho freddo, tremo, ma tra poco sarò a Demonte, a fondovalle; mi scalderò in fretta. E poi c’è l’incubo numero due ad aspettarmi: l’auto è a Dronero, io sono a Demonte, significa che mi tocca sciropparmi un sacco di km di noiosissima pianura per tornare alla Opel. Ma porca miseria, quasi quasi era meglio la grandine.

Son bell’e cotta quando arrivo all’auto. E, mentre carico la bici nel bagagliaio, scopro il simpatico souvenir della giornata: una quantità indefinibile di lividi tondi e bluastri sulle gambe, che mi faranno compagnia per le due settimane a venire!!!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!