EVERESTING 8848 GAMBASCA – 15 e 16 maggio 2021

Il Monviso al tramonto

E’ una tranquillità insolita, quella che mi accompagna nel viaggio in auto tra casa e la località di partenza della prova che ho deciso di tentare tra oggi e domani. La calma di chi sa di potercela fare? O quella di chi, tutto sommato, non è poi così convinto delle proprie intenzioni? Lo vedremo.

In effetti, le premesse e la preparazione ai due giorni di scarpinata che mi attendono non sono state le migliori possibili, ma quando mai, del resto, nella mia esistenza, si può dire che io abbia affrontato con criterio i giorni precedenti una mattana sportiva?

“Everesting” è il nome di una prova che consiste nel ripetere più volte una stessa salita fino ad accumulare un dislivello complessivo di 8.848 m, cifra corrispondente alla quota dell’Everest. Si può affrontare sia a piedi che in bici, con questa differenza sostanziale: in bici è d’obbligo salire e scendere per la stessa via, mentre a piedi è consentito scendere per una via diversa da quella di salita e, addirittura, farsi portare giù con un mezzo, tipo un fuoristrada o una seggiovia. In entrambi i casi, comunque, non è concesso fermarsi a dormire dall’inizio alla fine. Non si tratta di un evento organizzato: ciascuno può scegliere il proprio tracciato e cimentarsi in un Everesting quando e dove preferisce. Non ci sono nemmeno limiti di tempo. L’essenziale è registrare con cura la traccia GPS dell’intera prova ed inviarla, poi, ad una sorta di “commissione” che decide circa la sua validità e, in caso positivo, la inserisce in un elenco pomposamente chiamato “Hall of Fame”.

La scorsa estate, ho concluso un Everesting in bici, sulla salita del Colle della Lombarda dal versante italiano, ripetuta per sette volte. La versione podistica mi mancava. Ci pensavo da un po’ di tempo, ma fino ad oggi, o meglio, fino a qualche giorno fa mi frenava il timore che la prova potesse non essere omologata se portata a termine in violazione della legge e, in questi giorni, vige ancora il “coprifuoco” notturno legato alle vicende della pandemia. Poi, su istigazione di un conoscente, sono andata a scorrere l’elenco degli Everesting omologati ed ho visto che parecchie prove erano state approvate anche se, per forza di cose, avevano comportato che chi le aveva portate a termine fosse stato in giro per monti anche di notte. Così, mi sono decisa.

Domenica scorsa ho fatto un sopralluogo per individuare il percorso ideale. Sapevo già da dove volessi partire e dove volessi arrivare: da qualche mese collaboro, un giorno a settimana, con un ufficio di Revello, ai piedi del Monviso, e, a fine giornata, vado a correre su alcuni itinerari che partono dai vicini paesi di Gambasca e Martiniana Po. Proprio da Gambasca parte una strada, asfaltata per alcuni km e poi sterrata, che sale al Colle Gura. Gambasca è a circa 500 m di quota; il Colle Gura a 1.360. L’Everesting, per essere sopportabile almeno secondo i miei gusti, necessita di un percorso che concentri il massimo dislivello possibile nella minima distanza. Per questa ragione, il tracciato lungo la strada non sarebbe stato il meglio: troppo lungo. Studiando le mappe, tuttavia, mi sono accorta dell’esistenza di un tracciato che avrebbe potuto essere perfetto o quasi: un km circa di strada asfaltata, comunque bella ripida, dalla piazza del paese, seguito da circa 3 km di sentiero con tratti a forte pendenza, più un km finale sulla strada sterrata del Colle Gura. Dal colle, un’ulteriore appendice su sentiero per arrivare ad un punto a quota poco sopra i 1.400 m.

Il tracciato della salita, da Strava

Era in ogni caso indispensabile un sopralluogo preventivo, per un motivo ben preciso: i sentieri di bassa montagna spesso esistono solo sulle mappe. Nella realtà, molte volte si tratta di tracce ormai quasi scomparse perché invase dalla vegetazione. Probabilmente si tratta di itinerari poco appetibili per gli escursionisti e, di conseguenza, quasi mai oggetto di pulizia e manutenzione. Così, la scorsa domenica ho fatto una toccata e fuga per la verifica. Tutto bene per il primo tratto di strada asfaltata e per il primo tratto di sentiero, quello che arriva fino all’intersezione con la strada sterrata che sale da Martiniana. Il secondo tratto, davvero molto ripido, l’ho scovato solo grazie alla traccia GPS: come temevo, era in gran parte impraticabile. Invaso da ortiche, rovi e, ad un certo punto, letteralmente sbarrato da alcuni alberi crollati. Superato per testardaggine il grosso blocco di tronchi abbattuti, mi sono resa conto che il resto della via non si vedeva proprio più. Guidata più che altro dalla cartina sul GPS e dal fatto che avevo una vaga idea di dove mi trovassi rispetto alla strada sterrata che sale da Gambasca, ho raggiunto faticosamente quest’ultima, ma ho concluso che il sentiero per intero non s’aveva da fare. Un conto è superare gli ostacoli una volta, ben altro è dover ripetere le acrobazie ad ogni passaggio su e giù, con la stanchezza e la tensione della prova.

Così, ho concluso per un tracciato di compromesso: da Gambasca avrei percorso un primo tratto di strada asfaltata, Via Blone, e la prima metà del sentiero, per ricongiungermi poi alla strada sterrata e da lì proseguire fino alla cima. Poco più di sei km per 940 m di dislivello, da ripetere 10 volte per raggiungere il dislivello di 8.848 m. Anzi, ne avrei accumulato ben di più, ma le salite, per regolamento, vanno ripetute un numero intero di volte. Quindi, anche se con l’ultima salita si supera il traguardo, tocca comunque finirla.

I giorni scorsi sono stati impegnativi su altri fronti. Il giovedì a Genova, il venerdì nell’ufficio dei colleghi a Revello. Contavo, il venerdì sera dopo l’ufficio, di passare al supermercato a fare un po’ di scorte alimentari per la prova, ma la giornata lavorativa si è protratta fino a tardi ed ho preferito andare direttamente a casa. Non avevo in programma di partire troppo presto: avrei sprecato un paio d’ore di luce, ma tanto, se anche mi fossi messa in cammino alle cinque, ora del primo chiaro, avrei comunque avuto almeno trentacinque ore di fatica, tra marcia e brevi soste, e non mi sarei in alcun modo potuta risparmiare la notte sul sentiero. Tanto valeva dormire un paio d’ore in più prima di avviarmi.

Così, sono già le otto di sabato mattina, 15 maggio, quando arrivo alla piazza del minuscolo paese di Gambasca, deserta. Parcheggio nel punto più vicino alla partenza del tracciato che ho programmato di ripetere. L’Everesting è indubbiamente una gran faticaccia, ma in fondo è l’ideale per me che, dello sport, amo proprio l’aspetto della fatica. Leggo quintali di libri dedicati alle grandi imprese dell’alpinismo, ma senza il desiderio di emularle in alcun modo: ho terrore dell’esposizione al vuoto, al punto da trovarmi in difficoltà anche in banali passaggi su sentiero che la maggior parte degli escursionisti salta senza problemi; mal sopporto il freddo, non parliamo della pioggia ed ho, in generale, paura del maltempo in montagna. Quando si tratta di programmare gite ad alta quota, lo faccio sempre con un po’ di apprensione all’idea, non del tutto campata in aria, di un cambiamento del tempo che mi faccia ritrovare avvolta dalle nuvole in mezzo ad un temporale. Esperienza, nonostante tutto, vissuta più volte e mai, proprio mai apprezzata. Come se non bastasse, ho perennemente fame, ma di quella fame che non si placa con le barrette energetiche. Dovessi mai trascorrere giorni in parete, per giunta con il consumo calorico che sforzo e clima avverso richiedono in quelle circostanze, sarei costretta a farmi seguire da un elicottero con le provviste alimentari.

L’Everesting è fatica pura e comoda: ad ogni ripetizione della salita e della discesa, si può tornare all’auto, aprire il cofano e trovare tutto ciò di cui si ha bisogno. Per la verità, questa volta l’aspetto alimentare è un po’ carente: avendo rinunciato alla spesa ieri sera, non ho né formaggio, né focaccia, le mie pietre miliari per rinfrancare lo spirito in queste circostanze. Ho alcune merendine, un barattolo di crema di cioccolato Novi, un po’ di miele, ma, per il reparto salato, quello di cui sento più il desiderio già dopo poche ore, ho solo del pane e dell’olio d’oliva. La dotazione tecnica prevede invece alcune batterie per la ricarica del GPS, le cuffie per ascoltare gli audiolibri, il vestiario caldo per la notte. E le forbici per la piccola potatura. Durante la prima salita, voglio tagliare alcuni rami e rovi che ingombrano il passaggio, perché so bene che, dopo qualche migliaio di metri di dislivello, anche chinarsi, scostarsi o alzare una gamba più dello stretto necessario può diventare una fatica immane.

Parto con tutta la cautela possibile, curando di scaricare fin da subito una gran parte del peso sui bastoncini. Ho uno zaino forse troppo pesante per le reali necessità, ma voglio avere sempre con me, per sicurezza, la giacca impermeabile, una batteria di scorta per il GPS e la sacca dell’acqua, che, mi rendo ben presto conto, ho riempito troppo. Non fa affatto caldo, anzi: la notte scorsa in quota è caduta ancora neve. Arrivando dalla pianura, si vedevano le cime imbiancate di fresco. Ad un paio di km dal colle, a quota 1000 m circa, si passa accanto ad un’area picnic ed al “Geosito dei Piropi”: ho scoperto solo di recente che il piropo è un minerale. Quest’area si chiama “Gravera Granda” ed ha una bella fontana di acqua gelida. La cima del Monviso spunta per poco, infarinata di fresco, tra le nuvole basse. L’ultimo km di salita prima del colle è quasi rettilineo, con quella pendenza che non dà l’impressione di essere cattiva ma sale, eccome se sale. E poi c’è l’appendice finale, un sentierino da meno di un centinaio di metri di dislivello che, temo, dopo un po’ di ripetizioni diventerà parecchio ostico.

In cima alla seconda salita, estraggo il cellulare, che qui trova campo più o meno dappertutto, e chiamo Giorgio. Siccome si tratta di una prova in parte “clandestina”, poiché prevedo di restare in giro anche nelle ore del coprifuoco notturno, non ho voluto far sapere in giro dove sarei andata di preciso: certo, è ben vero che nessuno si sarebbe probabilmente mai preso la briga di segnalare la mia presenza in giro per sentieri, ma si sa che di fetenti è pieno il mondo. Così, ho dato la notizia solo a mia sorella e a pochi amici fidati, raccomandando che, se non avessero più avuto notizie di me… Mi lasciassero comunque lì, dove certo sarei stata bene anche per l’eternità, altro che per l’Everesting. Giorgio mi accompagnerà nella seconda ascesa. Gli avevo raccomandato di attendere la mia telefonata, per partire da casa sua a Virle: io avrei impiegato circa un’ora per la discesa, mentre a lui sarebbe servito altrettanto per arrivare a Gambasca. Ma, quando lo chiamo, è già a pochi km da Gambasca. Peggio per lui: gli toccherà aspettare… Non mi fido del suo senso dell’orientamento a sufficienza per spiegargli quale strada debba imboccare affinché noi ci si incroci. Donna di poca fede, questa volta: Giorgio decide di incamminarsi comunque ed azzecca la salita.

Il tracciato che ho scelto è abbastanza digeribile anche in discesa. La pendenza della strada non è eccessiva e consente di corricchiare; il tratto di sentiero richiede un po’ di attenzione perché, passando nel fitto del bosco, è ricoperto da uno strato fitto fitto di foglie secche che nasconde radici ed irregolarità del terreno. Benché abbia piovuto la notte scorsa, non c’è nemmeno troppo fango. Incontro il mio compagno di parte del viaggio quando sto per raggiungere il tratto asfaltato: scendiamo all’auto, dove mangio un po’ di pane con l’olio e bevo un po’ di succo di frutta.

Per il momento, la tabella di marcia di massima che avevo immaginato è rispettata, addirittura un po’ anticipata: contavo di impiegare tre ore e mezza per ogni ripetizione, tra salita, discesa e pausa, ma per ora sono sotto. Addirittura, la terza ripetizione, forse per effetto della compagnia, è più veloce. Ormai ho una serie di “tappe” mentali ben precise: il primo tratto asfaltato, un breve tratto di strada sterrata, la rampa ripida fino al grosso castagno, un tratto rettilineo con fondo di terra nera e molle, il complesso di case in pietra diroccate, l’altro grosso castagno, la rampa con i tornantini tra i faggi fino alla strada, la Gravera Granda, le curve ed il rettilineo finale al colle. Terza ripetizione, oltre 2.800 m di dislivello nelle gambe e tutto va bene.

Torniamo all’auto, altra pausa, in cui non manco di accendere il quadro elettrico della Corsa e mettere il GPS in carica. Questo è al momento il mio unico motivo di sottile angoscia. L’idea di far dipendere tutta l’avventura dalle bizze di un oggettino elettronico mi indispone, ma queste sono le regole, purtroppo. Del resto, sarebbe ben difficile dimostrare in altro modo di aver portato a termine la prova.

La quarta ripetizione è l’ultima che percorrerò interamente con la luce. Nel fitto del bosco è già scuro e sulla strada sterrata non s’incontra più nemmeno quel poco di movimento di moto da cross e fuoristrada. In giornata ne ho incontrati alcuni davvero potenti, anche se poco maneggevoli, a giudicare dalla loro necessità di fare manovra per affrontare i tornanti stretti. Anche i tre boscaioli che lavoravano su in alto e che ho disturbato con i miei primi passaggi si sono ritirati. Mi hanno chiesto come mai andassi su e giù, ma non sono del tutto sicura che abbiano capito e forse è meglio così: loro, che si spezzavano la schiena per ragioni ben più serie delle mie, non avrebbero apprezzato quel gran dispendio di fatica fine a se stessa.

Incontro solo, alla Gravera Granda, due ragazzi saliti con un fuoristrada per cenare all’area picnic. Mi chiedono cosa stia facendo e, con mia sorpresa, mostrano di conoscere l’Everesting. Invidio un po’ le bottigliette di birra che hanno messo nella vasca della fontana a raffreddare, ma non è il momento di alcolizzarsi. So che patirò moltissimo la notte e l’alcool non farebbe che peggiorare la situazione.

Per la quinta salita, mi vesto con gli abiti per la notte, una maglia a collo alto, i gambali, i guanti. Abbigliamento forse ancora un po’ pesante per il primo tratto della salita, ma gradevole nell’ultimo lungo tratto di crinale, più esposto al vento. Il cielo, rimasto ostinatamente nuvoloso per tutto il giorno, si sta schiarendo e scopre una luminosissima falce di luna. Quinta volta in cima: è una soglia psicologica importante, la metà. Manca ancora molto alla meta, ma meno di quanto si sia già fatto.

Sto bene, ma avverto le prime tensioni nei muscoli delle gambe. Normale: i metri di dislivello qui sono 4.700, percorsi sia in salita che, aspetto niente affatto trascurabile, in discesa. Indolenzimenti vari alle articolazioni, ma nulla di insopportabile. Affronto la discesa con la solita cautela e la luce della pila frontale accesa alla massima potenza, nel bosco. Di giorno sono gli occhi a tenere il cervello impegnato con il panorama; di notte tocca alle orecchie, che captano ogni fruscio del bosco. Volpi, cinghiali e caprioli, da queste parti; probabilmente anche qualche gatto di cui, ogni tanto, il fascio di luce illumina gli occhi.

Sono ancora in anticipo rispetto alle previsioni, quando torno all’auto, verso mezzanotte. Mi stupisco di non avvertire ancora la stanchezza, ma so che non è assolutamente consentito cantare vittoria: ci vorranno ancora pazienza e calma. Patisco un po’ la mancanza di cibo salato: con il freddo della notte, il pane è diventato di marmo e non assorbe più l’olio. Ho alcuni barattoli di un preparato a base di latte ed intrugli vari ipercalorici: mi accontento di quello, pensando agli alpinisti dei libri.

Riparto per la sesta ripetizione, la più dura, non per la fatica ma per il sonno in agguato. Rispetto a qualche anno fa, mi sono ormai accorta da tempo che la mia sopportazione della veglia forzata, nella notte, è drasticamente diminuita. Il mio corpo rifiuta con tutto se stesso l’idea di non dormire. Il passo si fa lento e pesante, il respiro affannoso; il cuore sale all’impazzata e mi costringe spesso a qualche istante di sosta. Sapevo che sarebbe successo e so che passerà, ma è inevitabile lasciarsi prendere da un po’ di sconforto. Se la salita è ostica, la discesa, in quelle condizioni, è un’impresa disperata. Più volte sono costretta, senza possibilità di scelta, a sedermi per non cadere, a distendere la schiena con zaino e tutto e ad addormentarmi così, in quella posizione impossibile. Non ho idea di quanto a lungo io dorma ogni volta: è il freddo pungente a svegliarmi e costringermi a rimettermi in piedi, fino alla pausa successiva. In soli sei km di discesa, perdo il conto dei microsonni. Sono costretta a concedermene uno anche sul tratto di strada asfaltata: pur nella confusione mentale, lascio accesa la pila frontale, nel caso qualcuno dovesse passare di qui con un veicolo. Magari evito di essere stirata. Spostarmi no, non posso. Devo dormire qui e subito.

Quando arrivo giù, congelata e confusa, sono già le cinque e mezza. Tabella di marcia distrutta, è tardi. Ma mi impongo la calma: ci metterò il tempo che ci vorrà; arriverò a casa tardi, stasera, non importa: sono qui e devo solo pensare a concludere l’impresa.

Mi concedo mezz’ora di sosta col riscaldamento dell’auto acceso, in uno stato di dormiveglia semi incosciente. Non riesco a mangiare quasi nulla: riparto ancora con l’abbigliamento della notte, confidando nel potere della luce. L’alba, lo sa bene chi bazzichi di notte soprattutto in montagna, è il momento più freddo, ma la luce fa miracoli. Se un’ora prima sembrava impossibile non dormire, con la luce e soprattutto con il sole diretto sembra quasi di non aver trascorso la notte in bianco. La settima salita procede decisamente meglio, anche se lo zaino sulle spalle comincia davvero a pesare. Studio, arrancando verso la vetta, una strategia per le restanti tre – ancora tre, dopo questa! – salite. Mi svestirò dell’abbigliamento pesante, indosserò la maglia da bici con le tasche sulla schiena e, nelle tasche, metterò il GPS con la batteria di scorta, l’immancabile carta igienica con il disinfettante, il telefono. Intorno alla vita, la giacca impermeabile, annodata per le maniche. E così faccio.

Il particolare della carta igienica e del disinfettante può far sorridere, ma, su una prova così lunga con inevitabili soste “alla selvaggia”, è fondamentale per evitare irritazioni che possono addirittura pregiudicare la riuscita dell’impresa. Anche se la parte incriminata è certo meno sollecitata rispetto alla prova in bici.

Un po’ ripulita per quanto possibile, con carta Scottex ed alcool passati in abbondanza sulla pelle, vestita come da programma, in assetto leggero, a metà mattina di domenica riparto per l’ottava salita. Ancora tre, con questa. In verità due, perché l’ultima, si sa, non conta: è l’ultima, si vola. Mi godo la sensazione di schiena finalmente scarica. Salgo con cautela, ma sento le gambe rispondere ancora senza troppa fatica. Nel tratto di bosco sono in corso le prove per una gara di motocross, con qualche elemento che in effetti viaggia come se sul sentiero non ci potessero essere persone a piedi… Ecco, sarebbe il colmo, rinunciare alla prova causa collisione con una moto! Il sole non mi dà la soddisfazione di sentire sulla pelle i suoi raggi. Di nuovo, come ieri, le nuvole rendono la giornata grigia ed uggiosa. In realtà, per il bene della mia prova è meglio così: se splendesse il sole, farebbe un gran caldo, con tutte le conseguenze in termini di necessità di bere, dispendio di fatica ecc. Invece, così, posso salire senza scorta di acqua, contando solo sulla fontana di Gravera Granda.

Ancora due. Quasi euforia, ma con il freno a mano. Ormai so che, salvo imprevisti davvero imprevedibili, ce la farò senz’altro. Avverto una fatica di fondo che tuttavia non mi rallenta: la durata di ogni ripetizione, dopo la clamorosa crisi notturna, è tornata intorno alle tre ore. Ne sono davvero contenta: temevo di non avere più né la resistenza fisica né la testa per portare a termine una prova del genere. La testa, soprattutto, è quella che conta, perché il corpo, adeguatamente spronato, quello va… Le risorse fisiche sono sempre ben più ricche di quanto ci si possa immaginare, ma bisogna riuscire a scovarle. Avere un motivo. Il mio motivo è che quassù sto bene e sono felice, con la fatica e la solitudine a farmi compagnia. A casa o sul lavoro, soprattutto sul lavoro, ho sempre il peso di quella triste sensazione di inadeguatezza, di non saper cosa fare, di non saper stare al mondo. Più che gestire il mio tempo ed i miei compiti, li subisco. Ed è sempre un po’ peggio. Mi sembra di andare avanti inciampando ed arrancando, con la certezza che prima o poi rimarrò travolta da ciò che non so affrontare. Ma qui no. Qui so dove sono, so ciò che desidero e sento di avere tutto sotto controllo. Di essere capace ed al posto giusto. Forse il premio più bello di questa impresa è proprio la serenità che provo vivendola.

Quando sono quasi in cima alla nona salita, la penultima, squilla il telefono. E’ Giorgio, tornato anche oggi per farmi compagnia per un altro tratto di percorso. Lo incrocio mentre scendo, a circa un km e mezzo dalla vetta. Alla Gravera, più o meno. Ridiscendiamo insieme per la mia ultima sosta mangereccia: poco mangereccia, in verità. La fame ormai è abbastanza costante, ma sotto controllo. E poi ormai è l’ultima salita. Saluto Giorgio, che riparte questa volta in sella alla sua Vespa, e riparto per la decima volta. Il cielo ancora scuro, i piedi che danno ormai chiari segni di insofferenza nelle scarpe in Goretex con le spesse calze. Senza dubbio c’è qualche bolla in formazione, a giudicare da come bruciano quando la pianta del piede appoggia su qualche sasso, ma poco importa. C’è solo da stringere i denti e tornare su ancora una volta. Le ombre del tardo pomeriggio si allungano, le prove della gara di motocross sembrano cessate. Il Monviso è lì, dovrebbe incombere su di me, ma niente da fare: dopo l’occasionale capolino di ieri, non s’è più fatto vedere. Quasi non riesco a credere di essere ormai a pochi passi dalla fine di una prova tutto sommato molto improvvisata. Lo annuncio a qualche amico via Whatsapp, quando conquisto l’ultimo metro di dislivello: dovrebbero essere circa 9.400, occhio e croce. Un ultimo sguardo alle nuvole che coprono la pianura e poi mi avvio per l’ultima discesa, in cui ho intenzione di prendermela davvero comoda. Una famigliola di quattro piccoli cinghiali saluta il mio ultimo passaggio al Colle Gura. Non sono affatto stufa di questo itinerario, anzi. Spesso, il concetto di base dell’Everesting impressiona proprio perché obbliga a ripetere molte volte lo stesso percorso: ecco, per me non è un punto a sfavore, anzi. O meglio: cerco, sì di concentrare il dislivello nella minor distanza possibile, ma non patisco le ripetizioni, perché ai luoghi, perlomeno quelli di montagna, mi affeziono. E poi, un sentiero ripetuto nell’arco di 30-35 ore non è mai lo stesso, all’alba, nel primo pomeriggio, di notte.

Raggiungo per l’ultima volta la piazza di Gambasca dopo circa 35 ore e 132 km. Sembra strano, ma l’aspetto della distanza, in questo tipo di prova, è del tutto secondario. Non ci si rende conto di incamerare, oltre al dislivello, anche tanta strada. Sono stanca, ovvio, ma non distrutta. E’ ormai sera e mi manca un’ora e mezza di guida per tornare alla normalità di casa, alla compagnia di Madre che non capisce ma sotto sotto è contenta quando lo sono io, a quella dei cani che non capiscono ma sono contenti sempre e comunque con le ciotole piene, al materasso per una notte di sonno da recuperare. Domani provvederò a scaricare i dati dal GPS e trasmetterli a chi di dovere per l’omologazione della prova. Adesso una Red Bull e la radio a palla: macinare km ora tocca alla Corsa. Tra l’altro, nomen omen.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!