Giro del Monviso – 20 luglio 2008

Ma per quanti km ci toccherà scarpinare oggi? Chi dice 53, chi 40, chi 38, insomma, siamo qui in partenza a Pian del Re e nessuno di noi tre – Roberto, Matteo ed io – ha la più pallida idea della lunghezza dell’itinerario che andremo a percorrere oggi. Pazienza, non importa: sono le cinque del mattino e c’è una luna splendida che fa capolino da dietro la vetta del Monviso. Il cielo è limpido, solo qualche nuvola qua e là a macchiare il cielo ancora nero della notte, anche se verso est si vede già qualche sfumatura di azzurro. Non fa nemmeno troppo freddo: e dire che siamo a quota 2000! Ci prepariamo con calma. Per me, pasta di Fissan sui piedi in quantità industriale, due paia di calze ed infine le scarpe, che, a dispetto di qualsiasi nefasta previsione, continuano a resistere nonostante i km ed i maltrattamenti. Guai a chi parla male dei prodotti di Decathlon, per giunta comprati in saldo! Matteo fa fuori la pastasciutta, Roberto sistema scarponi e bastoncini; nel giro di una decina di minuti, siamo pronti, si parte. Frontali accese, anche se quasi non servono più, e spirito allegro, anche troppo: qualcosa mi dice che gli abitanti delle tende e dei camper sistemati lì vicino al parcheggio non siano troppo entusiasti del nostro passaggio… Il giro del Monviso in una sola tappa ha inizio!

Roberto rintraccia, solo lui sa come, il sentiero che sale sulla sinistra del Pian del Re, verso il Rifugio Quintino Sella. Ci avviamo di gran carriera, godendoci lo spettacolo dell’alba in un cielo limpidissimo, da una parte, ed il maestoso Monviso, imponente, dall’altra. Che meraviglia… Roberto fa da Cicerone: credo che di quella montagna conosca ogni sassolino, che ci sia già salito in cima per ogni possibile ed immaginabile via. E mica solo il Monviso… Una per una, le conosce tutte, le vette qui intorno! Nella mia abissale ignoranza, non posso che ascoltare e camminare, mentre Matteo si informa sulle condizioni di una possibile ascesa lungo la via normale: chissà che tra un po’ non torni da queste parti, stavolta per andare lassù! Per carità, io mi accontento di ammirare da sotto i paretoni, mentre cerco di stare dietro a Robi che è partito come un missile. L’avvio del sentiero è l’ideale per me che, in partenza, faccio sempre una gran fatica ad entrare “a regime”: non troppo ripido, non particolarmente difficile, con qualche tratto in piano e poi un lungo tragitto su pietraia. Ci voltiamo verso valle, sta spuntando il sole, che meraviglia; il colore del Monviso cambia a seconda della luce, prima grigio, poi di un rosa che tinge prima la vetta e poi via via tutta la montagna, fin giù. E’ d’obbligo qualche foto!

Dal sentiero si vede la strada asfaltata che congiunge Crissolo e Pian del Re e, lungo la strada, i fari di un’auto che sta salendo. Che sia Mik? Uhm, sì, potrebbe… Già, la gita in realtà prevede quattro partecipanti, non tre; solo che il quarto è l’essere più refrattario alla sveglia che io abbia mai conosciuto: di partire con noi alle cinque non ne ha proprio voluto sapere; ha sentenziato che sarebbe partito con suo comodo, tanto poi ci avrebbe ripresi. Ahimè, verissimo, ci riprenderà in fretta! E qui l’invidia strisciante che mi rode sta già dando i suoi frutti: propongo a Matteo di procurare un po’ di vernice bianca e rossa e spennellare le rocce in giro per la pietraia, in modo da rendere ardua l’impresa di chi voglia trovare la giusta traccia… Più sadico di me, Matteo aveva del resto già pensato di partire per il giro al contrario, molto lentamente, senza ovviamente informare di questo il nostro pigerrimo compagno di viaggio! Povero Mik, mi sa che gli fischiano le orecchie, e non è colpa della quota…

Tra una risata e l’altra, quasi non mi accorgo di essere ormai nei pressi del rifugio. Ho tribolato un po’ sulla pietraia, per colpa della mia cronica instabilità, ma gambe e fiato stanno benissimo. Robi, che si lamentava tanto di non essere allenato, ha fatto una gran galoppata fin qui: del resto, lui la montagna ce l’ha nel DNA e non saranno certo quei mesi di stop, a cui ha dovuto suo malgrado rassegnarsi, a creargli problemi. Al Lago Grande di Viso, ecco che spunta il rifugio: mentre Robi e Matteo si fermano per qualche foto, io tiro dritto verso la struttura, dove mi sembra di intravedere un certo movimento. Poi sento dei passi veloci avvicinarsi alle mie spalle, di corsa: “E allora, siete ancora qui?”. Eccolo qua, il quarto elemento… Pazzesco! Se penso che noi tre siamo arrivati al rifugio in un’ora e tre quarti, quindi tutto fuorché piano, e lui è partito mezz’ora abbondante dopo… Un fulmine! Ed è qui, fresco come una rosa, mannaggia a lui!

Al rifugio, ancora qualche foto al mare di nuvole che copre la pianura, poi via, in marcia, verso il Passo San Chiaffredo. Anche qui, niente pendenze estreme; si chiacchiera, più che altro si sghignazza alla grande, in fila indiana dietro a Roberto che fa sempre da apripista, con passo invidiabile: mamma mia, spero solo di reggere fino alla fine! Per ora sto benissimo, ma non devo dimenticare che sto viaggiando insieme a tre elementi pericolosi, molto ma molto più allenati e resistenti di me!

Piccola deviazione e dieci minuti di pausa al Bivacco Bertoglio. Che bella struttura! Confesso che mi piacerebbe passare qui una notte, qui o in un qualsiasi bivacco dove potermi svegliare a metà della notte ed ammirare la miriade di stelle che dalla pianura non si possono nemmeno immaginare. Chi sbafa panini, chi la pastasciutta, chi scatta fotografie: da una parte, fermarmi durante un’escursione mi dà un po’ fastidio, visto che mi riesce molto meglio mantenere un’andatura magari non troppo veloce ma costante; però, dall’altra, questi brevi momenti di relax sono piacevolissimi, creano una specie di complicità nel gruppo… Peccato solo che, guardando nella direzione che dobbiamo seguire noi, si veda una distesa di nuvoloni scuri che non lasciano presagire proprio nulla di buono: la coltre è compatta ed il vento tira proprio verso di noi. Ahi ahi… Mi sa che oggi la prendiamo, la pioggia.

Ci attende una lunga discesa, fino al congiungimento con il sentiero che va al Rifugio Vallanta: un calvario, per me che in discesa sono proprio una rovina. Il primo tratto, ripido e su pietraia, è un disastro: scendo esasperatamente piano, come sempre inciampo un passo sì a l’altro pure. Robi e Matteo restano nei paraggi, a farmi da custodi, mentre Mik schizza via come una biglia impazzita: pochi minuti e sparisce alla vista. Intanto i nuvoloni si avvicinano veloci. Finalmente, dopo la pietraia, ci attende un pianoro: proprio lì, comodamente seduto su una pietra, c’è Mik fermo in paziente attesa. Ci buttiamo attraverso uno splendido bosco, ricco di pini che devono avere alle spalle una storia davvero infinita: ce n’è uno, enorme, con un tronco che le braccia aperte di Robi non bastano a cingere per metà.
Cadono le prime gocce, mentre scendiamo un po’ più spediti verso il fondovalle: finalmente il mio calvario sta per finire… O no? Cavoli, il sentiero si conclude con un torrente da attraversare passando sopra ad un’asse di legno… Panico!!! Per un attimo guardo giù, sperando di scorgere una possibilità di passaggio sulle rocce in mezzo alla corrente, ma no, niente… Mi tocca proprio passare di lì! Mi sforzo di mettere coraggio, salgo sull’asse, ma a metà mi prende il terrore! Mi sforzo di buttarla sul ridere, ma il capogiro è già in agguato; lo so, sono a meno di due metri di altezza, ma ho paura… Poi, con due balzi arrivo, tra l’ilarità generale, all’altra sponda del torrente. Mi ci vorranno dieci minuti buoni per calmare il batticuore.

Il cielo ormai non ha più pazienza; pochi minuti di risalita ed ecco i primi goccioloni. Ed anche i guai: Roberto ha un gran male alla gamba sinistra; è costretto, suo malgrado, a rallentare il passo. Il sentiero copre un lungo tratto facile, talvolta in piano, fino al rifugio; dopo qualche incertezza, pioggia ed asciutto, alla fine le nuvole prendono la chiara decisione di buttar giù acqua a secchi. Mik e Matteo ci stanno aspettando; li spedisco al Vallanta, in modo che possano evitare di finire alluvionati, almeno loro che ce la fanno ad andar forte, e rimango insieme a Roberto, incurante del fatto che lui mi esorti ad andar via. A parte il fatto che non è che io abbia tutta ‘sta forza per scappare, non ci penso nemmeno, a lasciarlo da solo! E’ vero, Robi non ha certo bisogno di aiuto, tantomeno da me che sono la prima ad andare in crisi nei momenti di difficoltà; se la caverebbe senza dubbio, e poi il rifugio è lassù, sulla destra, si vede già da un po’. Però, a parti invertite, lui non mi mollerebbe di certo… E, per esperienza, quando si è nei guai, grandi e piccoli, è sempre d’aiuto sapere che c’è qualcuno vicino!

Man mano che ci avviciniamo al rifugio, la pioggia si fa più intensa ed accompagnata da forti raffiche di vento. Che goduria per le mie gambe ignude… Bella idiozia ho fatto, a fidarmi delle previsioni meteo e non portare nemmeno un paio di pantaloni lunghi! Confesso che comincio ad essere seriamente preoccupata: ma tanto ormai non c’è molta scelta; per tornare alle auto bisogna per forza proseguire! Per fortuna, al rifugio trovo chi mi fa passare i pensieri cupi… Proprio all’ingresso del locale, sotto la tettoia, c’è un meraviglioso enorme San Bernardo, che, se non è un quintale di peso, ci si avvicina molto. Ovviamente non posso trattenermi dal buttarmi addosso a lui e seppellirlo sotto una valanga di coccole, che il bestione pare gradire molto: saprò poi a sera, da mia sorella, che il cucciolone si chiama Beethoven. Ha delle zampone grosse come la mia mano ed un tartufone nero lucido… Un po’ mi sopporta, poi si scoccia, si alza e va ad imboscarsi altrove, dove spera che io non possa raggiungerlo.
Siamo titubanti: entriamo a prendere qualcosa di caldo, oppure approfittiamo del fatto che sembra stia un po’ spiovendo e ci ributtiamo in marcia? Alla fine scegliamo la seconda opzione. Ci vestiamo un po’ meglio: io aggiungo, sotto la giacca impermeabile, una felpa. Di già che ho i pantaloni cortissimi, almeno cerco di non prender freddo al tronco!

Via, adiòs Beethoven, si riparte! Insieme a noi, lascia il rifugio un gruppo di altri tre escursionisti, che però ci lasciamo rapidamente alle spalle. Matteo e Mik spariscono subito; spero che mettano buonsenso e, una volta in cima, filino via diretti al Refuge Monviso. Robi ed io restiamo un po’ più indietro. Continua a piovere, anche se il diluvio s’è un po’ attenuato. Deve avere un gran male alla gamba, Roberto, ma non molla mai; pian piano, vien su anche lui, fino al Colle di Vallanta, che arriva molto prima di quanto mi aspettassi. E qui la sorpresa: appena prima del colle, c’è Matteo che ci aspetta. Ha già percorso un tratto di discesa, ma poi, preoccupato per i nevai, è tornato su ad attenderci. Da una parte mi spiace che stia prendendo un sacco di freddo per “colpa” mia… Dall’altra, però, non posso fare a meno di sorridere e ringraziarlo di cuore, anche se ciò che vorrei dire resta incastrato in gola, senza trovar la strada per uscire. E’ un momento, solo un breve momento che però non dimenticherò tanto presto: ancora una volta, Matteo dimostra qui la sua grande superiorità non solo fisica e di allenamento, ma nell’altruismo e nel senso di responsabilità. Non so se riesco esattamente a spiegare ciò che intendo dire, ma, insomma, anziché filare via ed andarsi a riparare e riscaldare un po’ al rifugio, s’è preso la briga di aggiungere dislivello, tornare su a raccattare me e Roberto, poi scortarci lungo tutto il tratto di discesa sui nevai, preoccupandosi delle nostre difficoltà, il male alla gamba per Roberto, la cronica incapacità e mancanza di equilibrio per me, facendoci strada senza mai far pesare il suo aiuto. Tra un nevaio e l’altro, mi vien da pensare che, se fossi qui da sola, avrei a quest’ora una paura nera, anche se immotivata; invece, con Matteo e Roberto, mi sento in una botte di ferro. L’importanza di avere vicino persone di cui mi fido: e non capita spesso, dato il mio carattere, che mi fidi ciecamente di qualcuno!

Con la discesa, si conclude anche la breve tregua concessa dalla pioggia. Qualche timido raggio di sole ci aveva illusi: ogni sprazzo di sereno viene rapidamente chiuso dalla cappa di nuvoloni grigi, e giù altra acqua. Finito il tratto rischioso, Matteo accelera e va al rifugio; io attendo Roberto, che poverello ha perso il poncho e deve rifarsi un bel pezzo di salita per andarlo a recuperare. Quando siamo ad una decina di minuti dal rifugio, si aprono le cateratte del cielo: così, alla soglia del Refuge Monviso arriviamo dinuovo completamente zuppi! Beh, almeno i nostri due compari l’hanno scampata. Facciamo una pausa con una cioccolata calda e provviste varie che abbiamo di scorta: maremma maialona, ma nemmeno la cioccolata san fare, ‘sti Francesi! E’ latte caldo con un po’ di cacao… Vabbè, pazienza, non mi sento di lamentarmi più di tanto. Poco fa, mentre scarpinavo sotto il diluvio, ho cominciato a sentire brividi ovunque; l’importante adesso è avere tra le mani ed in gola qualcosa di caldo. Intanto, tra una battuta e l’altra, guardo fuori e vedo che, anche stavolta, il temporale sembra voler prendere un momento di respiro. Robi ed io ci droghiamo di antiinfiammatori: lui per la sua gamba, io per un dolore all’anca che rompe le scatole già da un po’, anche se non crea grossi problemi, almeno per ora, alla camminata. Anzi, fa male ben più da ferma che quando mi muovo. Poi via verso l’ultima ascesa, le Traversette: da qui a su, circa 500 m di dislivello che i due missili della comitica si mangiano in meno di tre quarti d’ora. Robi ed io, come al solito, a ruota.

Il sentiero è bellissimo, un po’ più ripido dei precedenti; sulla mia testa vedo solo una selva di piccole cime e non riesco a capire quale direzione toccherà prendere: all’improvviso, però, sulla destra, lassù in alto, compare una sella che deve per forza essere il colle; infatti, vedo, appena sotto, due puntini colorati che sono Mik e Matteo in dirittura d’arrivo. Manca poco ormai! E naturalmente riprende a diluviare, con l’accompagnamento di un ventaccio violento e gelido. Vedo però con piacere che Robi sta recuperando terreno: forse l’antiinfiammatorio ha fatto effetto!
Quando sono a pochi metri dall’impennata finale del sentiero, ecco Matteo che scende un po’. Constatiamo che nessuno dei due è riuscito ad individuare l’entrata del Buco di Viso… Ma io sento delle voci vicine, non siamo noi, quindi i casi sono due: o patisco strani effetti della quota… Oppure c’è altra gente qui nei paraggi, che non si vede! Infatti, un attimo dopo, dalla montagna spuntano due persone: ecco, bell’e scovato il Buco di Viso! Matteo e Robi decidono di passar da lì, mentre io preferisco raggiungere Mik sul colle, qualche decina di metri più in alto. A dire il vero, quando arrivo su, non lo vedo: boh, avrà iniziato la discesa; mi avvio anch’io. Invece no, si era solo imboscato per ripararsi dal gelo: eccolo dietro di me!
La prima parte della discesa mi fa davvero paura, anche se cerco, per un minimo di dignità, di dissimulare il terrore. Si vede il baratro da entrambi i lati del sentiero: devo fare uno sforzo per tenere gli occhi fissi sui miei piedi, altrimenti, se guardo giù, sento di perdere subito l’equilibrio. E qui non è proprio consigliabile!
Immancabilmente, Matteo giunge al recupero, salendo un po’ dopo essere uscito dalla galleria. Mik fila via alla velocità della luce; io me la prendo, per forza, ben più calma, soprattutto nei punti in cui la discesa è più ripida: poco da fare, non sono proprio capace! Alla pioggia adesso si aggiunge la nebbia: incontriamo un gruppo di escursionisti che sale, non li invidio proprio per niente! Non posso dire d’essere stanca, tutt’altro, ma stufa di freddo e di pioggia, questo sì! Per fortuna, man mano che la pendenza si attenua, anche la tensione che mi son portata addosso finora si allevia. Pian del Re ormai è vicino, non manca molto: tre quarti d’ora, mezz’ora, pochi minuti… Verso il termine della discesa, Matteo parte e dà almeno un po’ di sfogo alle gambe che da chissà quanto gli chiedevano di correre; il mio ritmo abituale di marcia non è certo il suo… Chissà quanto frigge ad andare così! Anche se non lo ammette. Ecco il parcheggio, ecco Mik che si è già cambiato e credo abbia già messo la muffa nell’attesa. Io sogno solo una cosa: il caldo della Multipla!!! Come al solito, sono stata imprevidente anche nel bagaglio di ricambio: ho portato una maglietta ma non una giacca. Meno male che ci pensa Robi, che mi presta un caldissimo pile! E non ho manco un paio di pantaloni di ricambio… Quindi mi tocca tenermi quelli fradici! Ma che testa di legno che sono. Pazienza: missione compiuta, ce l’abbiamo fatta, siamo più o meno integri dopo dodici ore in cammino – tempo netto, penso un po’ meno di undici per me e Roberto. Si torna a casa, con la voglia, almeno per me, di riprovare un’altra volta, ora che so cosa mi aspetta, e vedere che tempo riuscirei a fare in una bella giornata di sole. La troverò, prima o poi, una giornata di sole?

[Le foto sono di Michelangelo!]

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!