Gran Trail Valdigne – 12/13 luglio 2008

Fino a qualche giorno fa, non avevo ben realizzato il fatto che avrei dovuto affrontare 87 km e 5000 mt di dislivello in mezzo ai monti. Sono iscritta ormai da mesi, ma non ci ho mai seriamente pensato; le corse in bici hanno monopolizzato tutta la mia attenzione fino allo scorso fine settimana. Adesso però tocca preoccuparsi almeno un minimo: è venerdì sera ed io non ho ancora preparato nulla. In fretta e furia, mi collego al sito del trail per verificare l’elenco delle cose da avere obbligatoriamente nello zaino; altrettanto in fretta, raccatto il telo di sopravvivenza, la benda elastica, il fischietto, le pile, la bandana, ed è un miracolo che riesca a trovar tutto nel caos ignobile che regna a casa mia. Intanto metto sul fuoco in cucina un po’ di pasta che mi servirà da colazione domani mattina, cioè tra poche ore. Ecco, il modo peggiore di avvicinarsi ad un trail che costerà una notte insonne in viaggio: dormire poco, troppo poco, le notti prima. Questa settimana mi sono svegliata tre volte alle quattro per strappare un paio d’ore di bici al mattino; stasera a letto alle 23; domattina sveglia alle 4…

…ma è meno traumatico di quel che pensassi. Ho disseminato tre sveglie per casa, per essere ben sicura di riuscire ad alzarmi, ma, al primo trillo della radiosveglia sul comodino, schizzo in piedi. Mangio le penne al pomodoro riscaldate, butto tutto il bagaglio in macchina, parto destinazione Courmayeur. E poi, in viaggio, ripasso tra me e me le componenti del mio equipaggiamento: operazione perfettamente inutile, visto che sarebbe comunque troppo tardi per rimediare, se anche avessi dimenticato qualcosa. Felpa e giacca Windstopper per la notte, giacca GoreTex per la pioggia, pantaloni impermeabili da sci, guanti invernali, fascia per le orecchie, bandana, guanti da cucina, luci e batterie di ricambio, documenti, pappatoria: ci sono i ristori, ma non mi fido; scoprirò poi che ho fatto bene! Panini al formaggio, frutta secca, gelatine di frutta, miele. Medicinali vari: per il mal di pancia, per il mal di gambe, per la febbre.

A Carmagnola il cielo non è così minaccioso, ma, avvicinandomi alla Val d’Aosta, vedo che la questione si fa sempre più spinosa: nuvole color del piombo, fulmini, infine pioggia, anzi diluvio. Pochi km e non piove più, poi ricomincia, e così via, fino a Courmayeur, dove arrivo dopo un’ora e cinquanta di viaggio. Il classico paesello per turisti: lindo e curato come una bomboniera, ma a me non piace per niente. La disposizione d’animo non è delle migliori: mi sa che prenderemo acqua per tutto il viaggio; questo non pare proprio un temporale passeggero, anzi. Raggiungo il centro sportivo con l’agitazione che cresce; c’è pochissima gente adesso in giro: la maggior parte degli atleti ha ritirato il pacco gara ieri, probabilmente. Qualche problemuccio c’è: la conferma di partecipazione che ho ricevuto via mail, mi ricordo, ma non ho stampato; il certificato medico che manca, eppure ricordo d’averlo inviato – ma sono tesserata Fidal, ce l’ho per forza!
Quattro passi in paese, poi torno in auto ed inizio i preparativi, sforzandomi di star calma e tranquilla per non dimenticare nulla di fondamentale. Pasta di Fissan a palate sui piedi prima di infilare due paia di calze; pieno alle borracce con acqua in cui ieri sera ho sciolto una buona dose di miele. Piove. Il movimento di atleti ed accompagnatori, nel parcheggio, si fa frenetico. Guardo con disappunto gli zaini altrui: sono piccolissimi, in confronto al mio che è enorme e pesa quanto un macigno! Di certo ne sanno più loro di me, che in questo sport sono novellina… Ma come fanno a mettere in quei microzainetti tutto l’occorrente per la notte? Mah, forse sono tutti fenomeni, la notte non la vedranno neppure, saranno di ritorno qui a Courmayeur stasera stessa, beati loro.
Infilo i pantaloni impermeabili sopra quelli lunghi da corsa, la giacca impermeabile e mi avvio verso la partenza, sotto la pioggia: dal parcheggio del centro sportivo al centro del paese, lo zaino già mi tortura le spalle. Cominciamo bene!

Mancano tre quarti d’ora al via; ci sono già parecchi concorrenti, nascosti però sotto i portici, gli spioventi dei tetti, i gazebo, insomma qualsiasi rifugio per evitare di essere già fradici al momento della partenza. Io mi siedo sui gradini d’ingresso di un negozio di sport e me ne sto un po’ in disparte, anche se sono in mezzo alla folla. Mi sento un pesce fuor d’acqua, intorno a me tanti muscoli scolpiti, corpi magri e scattanti, volti sicuri e sorridenti nonostante la pioggia. Tantissimi indossano solo una maglietta e pantaloncini corti, stanno lì sotto l’acqua, quasi fossero impermeabili ed insensibili al freddo, con i loro minuscoli zainetti che contengono… Nulla, e cosa possono contenere, piccoli come sono? Non ho parole, mi domando come sia possibile anche solo pensare di poter partire così, privi di qualsiasi genere di equipaggiamento, o quasi. O forse quegli zainetti hanno il doppio fondo? Per fortuna, un po’ mi consolo, quando incrocio, di tanto in tanto, qualche sguardo spaesato come immagino sia il mio. Accanto a me, un giovanotto robusto, in tenuta da gara, in compagnia di una donna, non so davvero dire se madre o moglie, che continua a far la menagramo; non appena il ragazzo si allontana, ecco che questa tizia attacca a parlar con altre menagramo par suo: “Non ha allenamento, non capisco cosa faccia qui, non è la sua gara, è troppo grosso e pesante, speriamo che si ritiri”… Le infilerei una scarpa in gola, se non mi servisse per correre! Ma guarda tu, invece di infondergli un po’ di coraggio, di dargli un po’ di conforto, a ‘sto poverello…

Le nove e mezza, ormai la piccola piazza centrale è gremita di gente, atleti, familiari e semplici curiosi. Non ci credo… C’è anche l’immancabile giapu!!! Un Giapponese sorridente ed entusiasta, accompagnato da tre fanciulle, gasato come non mai, continua a saltellare da un angolo all’altro ed a fotografare tutto ma proprio tutto. Che personaggio, che viaggio s’è fatto per venire fin qui! E pensare che io abito a due ore di auto e non sono mai stata a Courmayeur.
La tensione sale. Mangio un panino, perché la pasta che ho mangiato alle quattro è ormai un ricordo sbiadito. Andiamo bene: non sono ancora partita ed ho già fame! Forse dovrei fare un po’ di riscaldamento, come tanti altri, ma non mi va di muovermi dalla tana che mi sono scavata qui sugli scalini. Da qua posso osservare, rimanere un po’ in disparte, come se fossi una spettatrice dietro uno schermo. Quanto trambusto intorno, eppure mi sembra che tutto ciò non mi riguardi. Come sempre in questi momenti, mi sento al posto sbagliato nel momento sbagliato, anzi, mi sento come se qualcuno mi avesse portata qui al via di un’avventura che non ho idea di cosa mi riserverà. Sì, in fondo, di questa corsa che sta per partire, io conosco solo due numeri, 87 per i km e 5000 circa per il dislivello, ma non so nulla circa i luoghi che attraverserò, i tipi di sentiero, le pendenze, la dislocazione dei soccorsi e dei ristori, nulla. Ho giusto guardato, di sfuggita, il numeretto che, sull’altimetria, corrisponde alla cima più alta: in base a quel numeretto lì, che poi è circa 2.600 m, ho scelto cosa mettere nello zaino. Troppa roba, è evidente, ci ho messo, come sempre, troppo carico che userò solo in minima parte, ma che mi massacrerà le spalle finché riuscirò a marciare. Pazienza: almeno ho la certezza che non patirò il freddo.

Come un automa, mi alzo e seguo la massa che sta pian piano aggregandosi in mezzo alla via. Mancano pochi minuti, continua a piovere. Lo speaker parla ancora, ma non ho prestato attenzione ad una sola parola, troppo occupata come sono a guardarmi intorno, guardare gli altri corridori e scrutare il loro bagaglio, alla ricerca di chissà quale segreto o semplice accorgimento da poter copiare la prossima volta che parteciperò ad un trail. E piove, senza sosta.

Quasi non mi accorgo del momento in cui si parte: l’avvio, con mia grandissima sorpresa, è molto soft. Mi aspettavo una partenza da pazzi, un branco multicolore impazzito in fuga: nulla di tutto ciò. Tra gli applausi degli spettatori, partiamo al passo, camminata svelta ma tranquilla; pochi accennano a correre, pochissimi. Sono senza parole, piacevolissimamente meravigliata: mi ero già preparata ad essere travolta ed abbandonata subito in mezzo al nulla, ma non è così. Il passo è sostenuto, ma per ora si sopporta, anche se, dal primo istante, è tutta una lotta tra me e me per trattenermi: “Piano, Gian, piano, che è dannatamente lunga…”. Alzo il naso, vedo, sotto una cappa di nuvole, quella che credo sia la base del massiccio del Monte Bianco con il suo ghiacciaio; dico “credo” perché la mia ignoranza geografica è abissale, ma non è che si possa veder molto altro di qua… In un lampo, mi tornano in mente le immagini della vicenda narrata in un meraviglioso e tragico libro che ho letto tempo fa, “Naufragio sul Monte Bianco” di Yves Ballu, mi sembra quasi di poter vedere per un attimo lassù quei due poveri ragazzi, i resti dell’elicottero partito per soccorrerli ma precipitato lì vicino. Ne ho letti tanti, libri di vicende di montagna, scroccati dalla biblioteca di mia sorella Stefania, appassionata montanara; ma nessuno mi si è stampato in mente in modo indelebile come quello.

Il percorso comincia con un breve tratto su asfalto, per poi entrare nel bosco, con una salita subito secca ed impegnativa. Non vorrei, ma finisco come al solito per tirare troppo: ho un gruppo di tre corridori con poncho davanti a me; li ho presi come lepri, perché hanno tenuto finora un’andatura adatta a me, ma adesso fatico a star loro dietro. Mi ripeto che non devo esagerare, ma finisco subito, come sempre, in affanno, un po’ perché all’inizio fatico sempre molto a “carburare”, un po’ per il timore di rallentare chi mi sta dietro, visto che il sentiero è molto stretto e rende ardui i sorpassi. Piove e piove, siamo appena partiti e già si cammina nel fango: un po’ come il primo trail che ho provato l’anno scorso, Le Porte di Pietra… Ma non me l’aveva detto nessuno che i trail devono essere per forza tutti così!
Dal bosco si esce poi lungo un tratto di sentiero in costa, con saliscendi che danno un po’ di respiro alle gambe già indurite dalla salita. Lo so, ho già esagerato, ma che potevo fare? Se già qui mi faccio lasciare indietro proprio da tutti, finisco proprio ultima! In teoria, me ne dovrei infischiare, perché so benissimo che pagherò questo sforzo; però, cerco di ingannarmi pensando che poi, in discesa, mi riprenderò un poco.
Il sentiero si impenna infine in un canale – spero di non aver usato un termine improprio, ma è ciò che mi sembra quest’ultimo tratto che precede il primo colle: lungo e molto duro, affrontato ancora in gruppo, e per fortuna che ogni tanto la coda si ferma per l’intasamento causato da qualcuno che, qualche posizione più avanti, ha problemi con la forte pendenza. Non sono la sola a tirare un sospiro di sollievo in questi istanti! E pazienza se ogni tanto rischio di beccarmi la punta di qualche bastoncino in faccia… Io non li uso, i bastoncini: forse sarebbe opportuno, visto anche il carico di zaino che mi sto portando appresso, ma in fondo preferisco aver le mani libere, vista la mia spiacevole abitudine di inciamparmi una volta sì e l’altra pure, ad ogni piè sospinto.
Mi accorgo con un po’ di soddisfazione che dietro di me c’è ancora parecchia gente: beh, in salita me la cavicchio abbastanza; è in discesa, che sono dolori!

I primi 1.200 m di dislivello se ne vanno in un paio d’ore, tempo che impiego a sbucare ai 2.670 m del Colle Liconi, da cui si gode la vista di un meraviglioso lago. Ed è già un po’ che ha smesso di piovere. Un breve tratto di falsopiano lungo il lago mi permette di mangiare un panino e di accorgermi, mio malgrado, che tanti avversari che avevo lasciato indietro stanno già recuperando terreno. Quando poi la discesa si fa seria, è il tracollo: mi passano tutti ma proprio tutti, saltando come camosci laddove io devo studiare con attenzione ogni singolo passo e, ciononostante, scivolo ed incespico di continuo. Provo a scendere un po’ più spedita del solito: so che l’unico risultato che otterrò è di sfasciarmi le gambe, ma mi sento di far così adesso. Qualche raggio di sole, troppa grazia, permette di godersi un po’ di panorama, anche se io davvero non riesco ad apprezzarlo, presa come sono dal mio percorso. Laggiù, nel pianoro, c’è il primo ristoro. Quando ci sono ormai vicina, mi passa il mitico Giapu, che sprizza felicità da tutti i pori; mi dice, in un buon italiano, che in salita è morto (anzi, moLto, dice proprio così!), ma in discesa va forte, ed è vero! Munito di macchina fotografica, si ferma di continuo ed immortala qualsiasi cosa.
Al banchetto del ristoro, acqua, the caldo ma soprattutto la mia adorata Coca Cola. Me ne scolo qualche bicchiere, poi mi levo la giacca impermeabile e l’appendo allo zaino perché asciughi un po’. Sempre sotto un bel sole, riprendo la marcia. Lunghi tratti di falsopiano e blanda salita, verso luoghi a cui proprio non sarei in grado di dare un nome, in parte su strada carrozzabile, in parte su sentiero; non c’è più la folla adesso: molti mi hanno passata in discesa e sono già avanti, lontani; altri mi sorpassano in questo tratto e scompaiono avanti. Purtroppo, la discesa ed il piano sono degli handicap per me, la prima perché proprio non son capace, il secondo perché non mi azzardo a correre, se so di avere ancora decine di km davanti, e quindi perdo terreno.
Al km 18, altro ristoro, questa volta con pappatoria: siamo a Planaval. Riempo la borraccia, mangio un po’ di formaggio e di frutta secca, meno di quel che dovrei, ma proprio non riesco. I volontari sono, come sempre, gentilissimi e pieni di incoraggiamenti per tutti. Passo il chip sul lettore, è il controllo; poi mi avvio verso la seconda salita. Attraverso un lungo pianoro e cerco di capire come stanno le mie gambe; credo che la camminata tranquilla faccia loro bene, perché non si lamentano più di tanto. Certo che lo zaino pesa… Il sole scalda ancora la testa, per fortuna. La pendenza sale gradatamente, fino poi ad impennarsi lungo un’altra specie di canale: qui si sale con difficoltà; qualche volta uso le mani; però, commetto un’altra volta l’errore di lasciarmi prendere dall’entusiasmo per il fatto che i concorrenti partiti più o meno con me dal ristoro, qui, restano quasi tutti indietro. Mi sforzo di fare passi molto brevi e ravvicinati, anche se, come sempre, rischio di dare una nasata contro il sentiero ad ogni secondo: vedo lassù la fine dello strappo duro, sempre più vicina, stringo i denti e continuo a salite. Sarà la seconda cima? Boh, difficile dirlo, visto che non so a che quota mi trovo, né quanti km ho percorso sinora, e nemmeno a quanti km dal via si trovi quella cima. Di cui ovviamente ignoro anche il nome. Boh, mi dico, non importa. Tanto, se c’è ancora da salire, devo salire, altrimenti devo scendere, non ha importanza quanto e per dove.
La rampa finisce effettivamente nel punto che ho visto da sotto; segue un lunghissimo falsopiano su una strada carrozzabile, un po’ di discesa fino al ristoro idrico di Tramail Les Ors, dove prendo un po’ di the caldo. Poi la salita riprende, anche se sarà breve: la cima si vede, evidente, poco più in alto. Qui faccio conoscenza con un simpatico Cuneese, Isacco, anche lui ciclista prestato all’escursionismo, come me: non a caso indossa una maglia bianca a pois rossi!

La breve parentesi di sole sta per chiudersi, mi sa. Il cielo è diventato minacciosamente scuro ed il colore livido delle nubi sta mangiandosi pian piano tutto il blu. Nel giro di poco, il cielo è sparito; a dieci minuti dalla vetta, ecco il ritorno della pioggia. Tuoni, fulmini & fulminacci proprio mentre salgo sulla cima rocciosa di Punta Fetita. Confesso che ho paura: vedo intorno a me gente che non batte ciglio, si ferma lì in punta e con calma scava nello zaino, ma io ho solo voglia di filare giù il più in fretta possibile, via dal cuore del temporale. Non so se davvero i fulmini siano così minacciosi come si sente dire di solito, ma, nel dubbio, meglio sparire! Purtroppo, c’è ancora un lungo tratto di su e giù da percorrere sui prati: talvolta ho difficoltà ad individuare il tracciato segnato dalle bandierine, abbastanza distanti l’una dall’altra, soprattutto per colpa degli occhiali bagnati. Del resto, se li levassi, vedrei ancor meno! Un brivido mi percorre la schiena: e se qui venisse su la nebbia? Adiòs, non avrei più la minima idea della traccia da seguire!

Ahimè, la discesa vera arriva: da una parte è un sollievo, perché mi allontana dai fulmini, dall’altra però è un vero calvario: primo, per il fango che mi rende ancor più grama la vita già grama assai per me su questo terreno; secondo, perché questa discesa è lunga, lunghissima, interminabile. E qui mi piomba addosso, puntuale, lo sconforto. All’inizio, mi supera un po’ di gente, schizzando via ad una velocità che io nemmeno posso immaginare, mentre io fatico a stare in piedi e scendo davvero a passo molto lento. Poi non arriva più nessuno: per un tempo che mi sembra infinito, scendo in totale solitudine, senza più vedere anima viva intorno a me. Ecco, lo sapevo, sono già sola, già ultima. Scendendo così, non arriverò mai in tempo al cancello di Morgex, mai, e poi comunque, se anche ci arrivassi, sarei l’ultima ultimissima… Continua a diluviare, fitto fitto, senza tregua. Scivolo nel fango, non riesco a fare presa, rischio di cadere ad ogni passo, e poi sono sola, delusa, demoralizzata. Non so quanto ancora mi attenda di discesa, non so quanti km ho già fatto, non so che ora sia, non so nulla: condizione, questa, che di norma mi permette di stare tranquilla e fare il mio passo senza preoccupazioni, ma che, in questo particolare momento, mi mette addosso ansia su ansia. All’improvviso, mi compaiono davanti i tetti in lose di una piccola borgata: si sentono delle voci; immensa sorpresa, è il ristoro di Charvaz. Che sollievo, quasi non ci credo. Proprio io, che di solito sono orso al punto tale da cercare, per quanto possibile, l’isolamento dai miei simili, mi scopro immensamente contenta di vedere finalmente qualche anima amica, dopo chissà quanto tempo, a me è parsa un’eternità. Coca Cola e the caldo, poi ancora discesa verso Morgex: mancano, da qui, circa 9 km. Scendo per altri 4 km circa: dalla vetta a La Salle, dove la strada torna orizzontale, mi sono sciroppata 1.600 m di dislivello in discesa! Ecco, m’è parso di vivere un incubo, ma effettivamente un motivo c’era…

Non sono ancora convinta di poter arrivare entro le 21 a Morgex, ma tiro avanti, al mio passo. Brevissima sosta al ristoro di La Salle, poi 5 km tutti in piano e leggera discesa verso Morgex, attraverso varie borgate. Penso e ripenso, guardo il cielo: ha smesso di piovere, si sta facendo sera; le nuvole però non promettono niente di buono. Mi sforzo di usare quei km tranquilli per calmarmi, cacciare via i pensieri negativi, riposare un po’ le gambe, ma non ci riesco. Ho un solo chiodo in testa: e se stanotte il meteo continua a restare così? Che faccio? Purtroppo, nell’interminabile discesa che mi sono appena lasciata alle spalle, ho perso una quantità di tempo ignobile. A La Salle mi han detto che dietro di me ci sono ancora circa 50 persone: molte, però, mi stanno superando in questo tratto; le altre resteranno tagliate fuori dal cancello orario delle 21, quindi, in parole povere, finirò per essere davvero l’ultima o quasi. Che faccio? Mi ritiro a Morgex o vado su? Spunta anche un bellissimo arcobaleno sulla valle… Ma in me cresce la paura, anche se non so bene di che cosa. Non ho mai affrontato una notte su sentiero; se vado avanti, mi troverò presto al buio, con il maltempo, in quota. E probabilmente, anzi di certo, da sola. Un’incognita. Sì, vero, di notti in bici ne ho passate tante, ormai; però la bici da corsa va su strada; in caso di problemi, alla peggio si gira indietro, si torna a valle, magari molto piano ma si va; in caso di guai, ci si può sempre far recuperare, in casi estremi, da un’auto o – facciamo le corna – da un’ambulanza. E poi, insomma, la bici è ormai un prolungamento di me; non mi fa paura, non più, e comunque penso d’essere in grado di cavarmela più o meno sempre. Qui però è tutto diverso. Sono su sentiero; se capitasse che per la pioggia non vedo le bandierine, sbaglio strada, o, peggio, mi faccio male? E poi, si tratta di procedere nel fango per chissà quante ore, senza nemmeno veder bene; sono proprio sicura?

Mentre così ragiono, arrivo a Morgex e decido che è meglio chiudere qui, senza andare a caccia di guai. Sì sì, meglio ritirarsi qui, un posto comodo. Ho percorso 44 km in più di dieci ore, un disastro, non ha mica senso continuare. Però… E’ più forte di me, ho deciso ma in realtà non ho deciso nulla; mi trovo al controllo, in un secondo devo scegliere se dire basta o tirare avanti: passo il chip sul sensore, mi fiondo nel tendone, sbrano un piatto di pasta perché ormai la fame è tanta, poi riparto. Sono le 20.45. Mi incammino lungo un sentiero pianeggiante, mi riprende la paura, più forte che mai. Il terrore di andare incontro a qualcosa che non so, non conosco e nemmeno immagino. Le gambe trottano bene, ma il cuore batte forte forte, e non per la fatica. Penso che sarebbe meglio lasciar perdere; più di una volta la tentazione di tornare giù a Morgex è fortissima, quasi mi fa girare i tacchi. Se continuo ancora, mi troverò a non poter più ridiscendere indietro, perché il punto di assistenza, dopo il cancello orario, chiuderà e verrà probabilmente smantellato. Chissà se potrò ancora ritirarmi più avanti, se ci sarà ancora la possibilità di essere caricati su qualche veicolo e riportati a Courmayeur? Qui, ahimé, la mia abitudine di viaggiare allo sbaraglio mi fa stare male, malissimo, ma è del tutto senza senso. Se solo sapessi un po’ di più di questa corsa, sarei anche consapevole dei punti di “salvezza”. Soprattutto, saprei che, al seguito dell’ultimo concorrente in gara, c’è sempre la “scopa”, un corridore che fa parte dell’organizzazione e controlla che nessuno resti disperso. Infatti, salendo di buon passo verso Pre St Didier, incontro un atleta che corre spedito in senso contrario; mi chiede come va, rispondo sinceramente che ho una gran paura: “Tranquilla”, mi dice, “vai su, non preoccuparti, ci sono sempre io dietro, seguo l’ultimo corridore”. Questo incontro mi leva un peso enorme dal cuore… Sorrido, un po’ più gasata, pur conservando tutti i miei dubbi che riguardano me stessa, le mie capacità di continuare in questa situazione. E piove, continua dannatamente a piovere.

Salita blanda e falsopiano, in breve raggiungo Pre St Didier, insieme ad altri due compagni di sventura, un signore che è angosciatissimo all’idea di non essere in tempo per il cancello orario delle 3.30 a La Thuile ed un Francese visibilmente provato dalla fatica. Per me, l’idea di giungere in tempo a La Thuile è ormai un miraggio: sono le 22.30 adesso; da qui a laggiù, dicono gli assistenti del controllo di Pre St Didier, ci sono cinque ore buone di marcia spedita. Già: ma per quanto io mi senta ancora abbastanza bene, si tratterebbe di coprire un percorso di 18 km ed un dislivello in salita di 1.300 m marciando nel fango che già mi sta rendendo la vita sempre più complicata, di notte e con un passaggio sotto la pioggia a quota 2.300 m. Per quanto mi sforzi di immaginarlo, non riesco a capire come potrei arrangiarmi. Chissà: magari sarebbe facilissimo, tutto tranquillo, nessun problema. O magari no…

A Pre St Didier mi dicono che c’è ancora possibilità di ritirarsi all’ostello di Arpy, 6 km e 600 m più in alto. Lì toccherà prendere la decisione definitiva. OK. Ho ancora una via di fuga: per quel che mi costa, tantovale provare. Mi metto in cammino di buon passo, lungo un sentiero abbastanza ripido che è ormai un pantano: per quanto mi sforzi, fatico a starci in piedi, a spingere. Soprattutto, ho enormi difficoltà di vista: è ormai buio; la frontale fa il suo onesto lavoro, ma gli occhiali sono bagnati. Vedo poco e male; peggio che mai se provo a toglierli, gli occhiali. Ho difficoltà ad individuare le bandierine. Il sentiero si innesta poi su una strada carrozzabile, che sale con pendenza più dolce. La pioggia, anziché mollare, si fa via via più intensa, spazzando via i miei ultimi dubbi.

Mi dispiace. Sto bene; certo, la stanchezza comincia a farsi sentire, ma non ho ancora male alle gambe, non ho freddo. Però non me la sento di andare ancora avanti. Davvero, non so cosa potrei fare se solo mi capitasse di avere un problema, sia esso fisico o di crisi, di paura;; inoltre, a quota 2.300 con questo tempo e nel mezzo della notte, rischio di gelare, sul serio! E se si mettesse a nevicare? Lo so, c’è la scopa, c’è l’assistenza, il soccorso: ma che senso ha, rischiare così tanto? Oltretutto, con la certezza che a La Thuile in tempo, con queste difficoltà, non arriverò mai? Non è da me fare questo genere di ragionamenti; di solito, io son quella che ci prova a tutti i costi; però, stavolta, è un rischio per me ed un bel problema anche per chi dovesse disgraziatamente venire a soccorrermi.
Dopo 5 km da Pre St Didier, trovo un gazebo con alcuni volontari, a cui chiedo quanto manca al punto in cui ci si può ritirare. Potrei anche fermarmi qui e farmi poi portar da loro a quel punto; ma no, non se ne parla, vado su con i miei piedi, tantopiù che manca un solo km. L’ultimo km che davvero abbatte anche il più piccolo dei dubbi rimasti. Il tracciato abbandona la carrozzabile e va su in mezzo al bosco lungo un sentiero che ormai è solo scivolosissimo ed appiccicoso fango: per quel misero km, impiego un’eternità, incespicando di continuo, senza neppure riuscire a veder bene dove metto i piedi, per colpa degli occhiali bagnati, o meglio, della mia miopia. Quando finalmente vedo la luce della camionetta dei volontari, che segnala la frazione ove c’è l’ostello che fa da ricovero per il punto di ristoro, quasi tiro un sospiro di sollievo. E’ vero, sto gettando la spugna: ma proprio non riesco a rammaricarmene, sono stufa di pioggia, freddo, fango, cadute. Guardo con un po’ di invidia ed ammirazione due concorrenti che si stanno avviando proprio adesso verso il Colle Croce, poi guardo la strada sotto i loro piedi, che va avanti e finisce inghiottita nel buio, e penso che no, per quello non sono ancora pronta. Non questa volta.

E’ quasi mezzanotte quando entro all’ostello. Mi accolgono i sorrisi di conforto dei volontari e quelli tristi di altri compagni già fermi da qualche tempo. I complimenti di rito, “E’ stata comunque un’impresa”, qualcosa di caldo da bere, una maglia asciutta, una coperta. Poi, in attesa del furgoncino che caricherà noi anime dolenti e ci porterà a Courmayeur, arriva il Francese che era con me a Pre St Didier: ormai è matematico, non ce la farà mai ad arrivare a La Thuile, anche perché, riferisce la “scopa”, sta procedendo con immensa fatica e si ferma ogni momento. Ciononostante, vuole a tutti i costi continuare, suscitando il comprensibile fastidio dei volontari presenti: c’è gente, lungo il percorso, che dovrà aspettarlo per un tempo indefinito; c’è la “scopa” che dovrà stargli dietro per nulla. Penso tra me e me, è più o meno quel che avrei causato io se avessi deciso di insistere. No, stavolta è meglio così. Son pur sempre 55 km e circa 3.000 m di dislivello in salita che metto in saccoccia, tutta esperienza che servirà per il futuro.

Il furgoncino mi scarica a Courmayeur, proprio di fronte alla mia auto, alle 2. Nonostante il sonno, decido di mettermi subito in autostrada: pochi km e son già ferma in autogrill per dormire un po’, onde evitare un sicuro schianto. Pochi minuti, mi sveglio, provo a ripartire: la Opel però non ci pensa nemmeno, a riavviarsi… Che fare? Uhm… Non è che ci sia molta scelta: tantovale rimettersi a dormire e rinviare il problema di qualche ora, quando riaprirà l’autogrill. Magari un meccanico ci sarà… Così faccio, perché il sonno è tale che vince anche le preoccupazioni: in fondo, sono sveglia da quasi 24 ore e non è che me ne sia stata proprio in panciolle. Mi risveglio in preda ai brividi dopo un altro po’: giro la chiave, stavolta è quella buona, si riparte. Il viaggio verso casa è abbastanza breve, meno di due ore, ma è uno sforzo immane per restare sveglia e più o meno vigile. Nulla possono due lattine di Red Bull. Passo la giornata ingloriosamente a dormire ed a vegetare come uno zombie: non molto onorevole, ma sono uno straccio…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!