Le Porte di Pietra 2007 – La corsa

Sono passate da poco le sei, già mi vien sonno a guidare in autostrada… Cribbio, se son già cotta così adesso, che ne sarà di me, domattina alle 4, alla partenza? Ricontrollo nella mente il bagaglio: lo zaino c’è, le luci, la tessera della squadra, i documenti, la pappatoria, gli indumenti… E intanto cerco di immaginare cosa accadrà domani. Ma è difficile! In teoria, ho capito come funziona un trail, ma da lì a cimentarmi…

Il sonno non mi dà tregua; mi fermo in un autogrill per fare quattro passi e prendere un cappuccino. Cade qualche goccia di pioggia: che strano, oggi la giornata è stata bella, e poi le previsioni del tempo sono ottimistiche, per domani! Vabbè, dài, non fasciamoci la testa prima d’averla rotta; smetterà.
Esco al casello di Arquata Scrivia e vado in cerca del paese di Cantalupo. Ormai è quasi buio; la strada che porta a destinazione è tortuosa e, tutt’intorno, si vedono i profili dei monti più scuri del cielo già nero. Però, nemmeno una stella!

Arrivo al paese, vedo un edificio che potrebbe essere il palazzetto dello sport, tutto illuminato. E già l’agitazione sale. Parcheggio, mi precipito nella panetteria lì accanto per prendere un po’ di focaccia per cena, poi filo a prendere il numero. Le ragazze che distribuiscono i pacchi gara sono sorridenti e gentilissime. Nella palestra sta per iniziare la cena pre-gara: ma non mi fermo qua, non ci penso nemmeno; tutta questa gente intorno, questo gran parlare della corsa, mi mette addosso il panico. No, nemmeno per idea. Torno alla macchina, abbasso il sedile del passeggero, srotolo il mio sacco a pelo; mangio la focaccia con il succo di frutta che mi son portata da casa – tipica alimentazione scientificamente studiata, come sempre: ma quant’è unta e buona questa focaccia!!! – e mi metto giù, cercando di dormire. Sono quasi le dieci; la sveglia suonerà tra cinque ore.

Durante il breve sonno, mi sveglio qualche volta, solo per accorgermi che piove ancora. Porca miseria!!! Chissà che ne sarà di me con la pioggia… Decido di non preoccuparmi, chi vivrà vedrà.

La sveglia alle 3 è un trauma. Devo sbrigarmi, connettere il cervello, prepararmi per la partenza. Indosso pantaloncini corti, canotta traforata e maglietta con le maniche corte. Metto subito la giacca Gore-Tex, tanto continua a piovere. Per i piedi, uno strato abbondante di Pasta di Fissan, due paia di calze e le scarpe da trail. La prudenza non è mai troppa… Non posso rischiare di restare appiedata per le bolle sulla pelle!!!

Poi mi trasferisco al palazzetto, dove son già pronti due tavoloni coperti di ogni delizia, dal pane alle focacce alle marmellate al cioccolato al miele, e poi the, succhi di frutta, una visione mistica!!! Però, più guardo gli altri concorrenti e più cresce in me la sensazione di essere la persona sbagliata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Vedo solo muscoli tiratissimi, visi che ostentano sicurezza, insomma, uomini e donne indistintamente molto caXXuti!!!!!!!!!

Poi, ahimé, il momento tragico arriva. Tutti fuori, sul piazzale, si parte.

Nonostante la pioggia, è un momento suggestivo: si vedono solo le lucine delle frontali, si sente il brusio, e la musica, e le parole dello speaker. Piove. Cerco di individuare la figura del mitico Marco Olmo, il campione di corsa in montagna di cui ho tanto sentito parlare, ma non riesco a capire chi sia. Poi, è un attimo, via, partenza!!!

I primi km sono tranquilli; in parte su strada e acciottolato, in parte su sentieri abbastanza praticabili. Si tratta di seguire le “balises”, i segnali fitti fitti sistemati lungo il percorso. Non sono ancora sola, per adesso.
Poi inizia il dramma. Si supera una passerella sul fiume: poi, si attacca un sentiero molto ripido, dove, per alcuni tratti, è necessario tenersi alle catene assicurate alla roccia. Di per sé, non sarebbe nulla di terribile; al massimo, un po’ di fatica. Peccato che la pioggia abbondante abbia trasformato il terreno in un vero pantano. Più si tenta di salire, più i piedi scivolano indietro; ci vuole una fatica immane solo per riuscire a stare in piedi! Continuo a scivolare, mi ritrovo un’infinità di volte con le mani e le ginocchia che affondano nella melma, e come me gli altri, davanti e dietro. Qualche volta riesco ad afferrare il tronco di un alberello, mi aggrappo ad un ramo, ma spesso non c’è nessun appiglio a disposizione; quell’orrenda sensazione di scivolare indietro senza potersi fermare!!! A nulla servono le scarpe specifiche per il sentiero. Il buio e la nebbia fittissima peggiorano questo senso di impotenza, sono già nel panico più nero.

Mi accorgo che, pian piano, mi hanno sorpassata anche quei pochi che avevo alle spalle. Sto salendo insieme a due persone dell’organizzazione che fanno da “scopa”; mi arrabbio con me stessa per le mie difficoltà, per essermi cacciata in questo pasticcio e anche perché, nonostante le rassicurazioni dei miei compagni, sto creando loro un sacco di problemi. Continuo a scivolare, sono già cotta, demoralizzata e disorientata. Non so nemmeno se essere contenta o terrorizzata, quando arrivo a fine salita… E chi la affronta, una discesa in queste condizioni? Purtroppo, non ho molta scelta. Fermarsi qui non si può; tornare indietro, con la nebbia fitta che c’è, è impensabile. Vado avanti, a testa bassa, con un piccolo gruppo riunito. Bisogna sbrigarsi, se si vuole arrivare in tempo al primo cancello, alle 9, a Costa Salata.

Dispero di farcela, ormai, ma l’arrivo di un po’ di luce mi dà un minimo di consolazione. Qualche solenne volo lo pianto, eccome: ho ancora oggi qua e là le cicatrici delle gambe malamente sfregate contro rami rotti e sporgenti, pietre… Le “scope” consigliano di aumentare un po’ l’andatura, per arrivare in tempo; gli altri del gruppetto ed io ci passiamo “al pelo”.
Come previsto, al ristoro si può prendere solo acqua. Decido di fare una sosta rapidissima, credo un minuto, e ripartire subito, tentando il tutto per tutto. Qui ho già fatto 21 km; il prossimo cancello è tra 19 km, a Capanne di Carrega. Via, subito. I compagni di sventura non mi seguono: penso che mi riprenderanno più avanti… Invece no.

La seconda tranche del percorso non è meglio della prima. Il sentiero non esiste più; esiste solo un fiume di melma, pozze enormi. Tocca avanzare a fatica, con i piedi che si incollano nel fango e non si staccano più; poi, quando si staccano, sono due informi mattoni di fango, pesantissimi. Ormai non mi preoccupo nemmeno più di tentare di evitare le pozze; tanto, è impossibile, e poi i piedi son già fradici da un po’.
Purtroppo, avanzo a velocità ridicola, in queste condizioni; vorrei davvero sapere come hanno fatto, tutti gli altri… Cado di continuo; ormai, ho fango fin sopra i capelli, sembro una statua di creta. Un po’ avanti a me c’è una signora, che avevo già visto alla partenza, di nazionalità tedesca. La vedo, là davanti: mi avvicino nei tratti di salita, ma inesorabilmente perdo terreno in discesa. Certo, se avessi una canoa, farei più in fretta…
Se non altro, smette di piovere. Ormai sono demoralizzata, non ho speranze di farcela, oggi, in questo stato; ho le gambe pesanti, sto spremendo tutta la fatica che sono capace di fare, ma come si fa, in queste condizioni? Riesco a stento a trascinarmi, ogni passo costa uno sforzo enorme, e non sono nemmeno a metà! Ok, basta, prendiamo una decisione sensata. Al prossimo cancello, c’è la possibilità di ritirarsi. Ci arrivo e poi mi ritiro. Anzi. In cuor mio, spero che siano i responsabili del controllo a fermarmi, dicendomi che sono fuori tempo. Sarebbe forse meno frustrante di un ritiro volontario…

Arrivo alla fine del sentiero e mi immetto sul breve tratto di strada sterrata. Vedo il punto di controllo là davanti; mi dico, dài che è finita… All’improvviso, dietro di me, spunta uno dei corridori dell’organizzazione. Si chiama Enzo. Mi dice che ormai sono fuori tempo massimo, è l’una e un quarto, ma, se voglio, posso proseguire insieme a lui. Per un attimo mi manca il fiato; trattengo a stento l’entusiasmo… “Ma sei sicuro? Guarda che io vado molto piano, sono cotta, disintegrata; guarda che non so se ce la faccio ad arrivare fino alla fine!”. Ma lui pare sicuro… Dice che non c’è problema, che possiamo andar su tranquilli, che alla fine ci si arriva.
A me non pare vero. Son passata in un millisecondo dalla più nera delle delusioni al più sfavillante degli entusiasmi!!! Breve pausa al ristoro (sempre e solo da bere) e si riparte. Non so con quali gambe, ma mi sforzerò di fare del mio meglio. Poi Enzo è bravissimo a fare coraggio, ad infondere fiducia anche quando io proprio non ne ho più! Si chiacchiera, si sale, si arriva sulla cima bella tonda di un monte. Dei nomi e dei luoghi ricordo poco: purtroppo, riesco a vedere e fissarmi in mente davvero poco, un po’ per la nebbia fitta, un po’ per lo sforzo, la tensione che mi porta a guardare sempre e solo i segnali del percorso. Ma adesso, che sono in compagnia di una persona verso cui ho cieca fiducia, posso andar più tranquilla e guardarmi intorno, e chiacchierare.

Al terzo controllo, km 39, mi dicono che sono definitivamente fuori tempo massimo e devo, per forza, riconsegnare il numero. Enzo stesso si arrabbia, reagisce, ma non c’è nulla da fare; la decisione è stata presa dai responsabili dell’organizzazione, per ragioni legate alla sicurezza. Io capisco benissimo e non me la prendo, soprattutto perché, a questo punto, del tempo massimo e della gara non mi importa nulla: mi importa solo arrivare alla fine, cosa che, per me, in una giornata di tregenda come questa, sarebbe già una soddisfazione impagabile.

Ripartiamo: a noi si aggrega anche la signora tedesca, Kristel, se non ricordo male il nome. Io ormai ho dimenticato la stanchezza. Cerco di tirare il più possibile, anche troppo, soprattutto in salita. Ma è come se ci fosse qualcuno o qualcosa che mi spinge… Voglio arrivare alla fine!!! Intanto si chiacchiera, un po’ in italiano, un po’ in inglese con Kristel, che nei trail è una veterana: ha nel suo curriculum anche l’Ultra Trail del Monte Bianco, corso un mese prima!!! Suo marito l’attende all’arrivo, a Cantalupo.

E’ incredibile la gioia dell’arrivo alla “Cima Coppi”, a Monte Ebro. Anche qui, come lungo l’intero percorso, ci sono ancora due “controllori”. Dopo un’intera, lunghissima giornata trascorsa lassù al freddo, fermi… Sono loro i veri eroi!!!

Da lì, quindici lunghissimi km di discesa, interrotti solo da un breve strappo in salita. Ormai è fatta, ma le gambe non la pensano allo stesso modo. La discesa è un massacro per i garretti, e poi ancora fango, ancora scivolate, ancora salti con l’angoscia di atterrare malamente e storcere le caviglie… Anzi, pensandoci bene, è un caso davvero strano il fatto che non mi sia fatta qualche serio danno oggi!!!

Kristel è più veloce, io arranco ormai aggrappata alle ultime forze. Fa buio, riaccendo la frontale, ma laggiù in fondo si vedono già i fari delle auto e le luci del paese. E’ fatta Gian, è fatta anche questa!!! Ormai è euforia allo stato puro… Finalmente la fine del sentiero, la strada, l’ARRIVO!!! Abbiamo sforato le 15 ore di 40 minuti, ma siamo raggianti, Kristel ed io. C’è ancora qualcuno ad attenderci e festeggiarci. Sono incredibilmente felice!!! E tutto questo grazie al pazientissimo Enzo che mi ha portata fin qui.

Passo in auto a prendere la borsa per la doccia e commetto l’imperdonabile errore di sedermi: da lì in poi, camminare è una scommessa… Dolori tremendi, gambe rigide. Nella doccia, fatico non poco a levarmi di dosso tutto il fango: devo aver portato a valle mezza montagna!!! Però, quando esco, la sorpresa più bella: ad attendermi c’è Enzo con la maglia di finisher. Stupenda e preziosissima.

Quella sera lì, mentre tornavo a casa, ho giurato che mai più avrei partecipato ad un trail, mai e poi mai.
Poco dopo, ne ho fatto un altro, più breve, il Trail dei Tre Comuni di Albisola Superiore: “solo” 45 km, nella versione non competitiva. Ma per il 2008 ne ho programmati ben sette…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!