Le Porte di Pietra 2007 – Parte I – Il mio battesimo nel trail!

Questa è stata un’altra delle mie decisioni tipicamente meditate, ponderate, soppesate con calma… E’ stato un utente di Runnungforum a lanciarmi, così, tra il serio ed il faceto, il “guanto di sfida”, suggerendomi di partecipare a questa corsa dal nome suggestivo e misterioso, “Le Porte di Pietra”. 75 km, 4.000 mt di dislivello in salita. Beh, insomma, visti così, sullo schermo del PC, e stando con il fondoschiena comodamente appoggiato allo sgabello, cosa c’è di così terribile? Sono poi sei numeretti…

Detto, fatto, mi iscrivo. Non ho la più pallida idea di cosa sia un trail, ma mancano ancora alcuni mesi all’evento, previsto per il 30 settembre; avrò tempo di preoccuparmi. Corsa in montagna: sì, ne ho già sentito parlare; una vaga idea ce l’ho. Dev’essere una roba mostruosamente faticosa. Ma il segreto è tutto lì: non stare a farsi troppi problemi, troppi se, troppi ma. Mi iscrivo e giuro che la farò. Subito, al volo. Così, se poi mi vengono i dubbi ed i ripensamenti, ormai mi son già incastrata con le mie mani e non mi posso tirare indietro.

Intanto, per adesso c’è la bici, ci sono le granfondo, le ferie di agosto da passare pedalando su e giù per i monti; per la corsa mi tormenterò più avanti, a settembre, appunto. Però, un’occhiata al percorso comincio a darla. Anzi, più che al percorso, all’altimetria. Infatti, una cartina di sentieri di montagna non son proprio buona a leggerla: inutile che la guardi, tanto non so nemmeno dove stiano il diritto ed il rovescio. Mi hanno assicurato che il percorso sarà perfettamente segnalato, a prova di imbecille molto imbecille, e questo per me è sufficiente. L’altimetria fa abbastanza impressione; in più, bisogna tener conto dei “traguardi” intermedi: se si arriva ai punti di controllo in ritardo rispetto all’ora fissata per regolamento, si è fuori.

Boh… Ma si dovrà proprio sempre correre? O è sufficiente camminare molto veloce? Da un calcolo approssimativo, la media necessaria per restare entro le 15 ore di tempo massimo è 5 km/h. Ce la dovrei fare a passo molto svelto. Comunque, tutto ciò la dice lunga sul mio livello di preparazione… Va bene, ho un bel po’ di maratone e simili alle spalle, ma sono anni che non metto più gli scarponi ai piedi per andare a camminare in montagna! Figuriamoci a correre…

Le quote toccate dall’itinerario sono basse, vedo: 1.500 mt la cima Coppi. Beh, se non altro non ci saranno grossi problemi di temperature rigide, anche se saremo già in autunno. Una preoccupazione in meno. Il problema sarà la distanza; io sono reduce dallo smacco della 100 km del Passatore, dove al 75° km ho dovuto gettare la spugna… E dopo aver fatto decisamente meno salita! Beh, sì, in effetti ho preso, anche stavolta, una decisione un po’ azzardata. Ma, alla peggio, che cosa potrà capitarmi? Se anche scoppio, ce la faccio comunque, a trascinarmi fino al primo dei punti di controllo!!! Da lì, qualcuno si prenderà la briga di ricondurre a valle i miei resti…

Mi rendo conto che questo non è l’atteggiamento più corretto nei confronti di una corsa in montagna. Dovrei capire che, da totale inesperta e digiuna di escursionismo o quasi, potrei creare seri problemi a me stessa ed a chi organizza e segue la corsa. Lo so, qui non è come nelle corse in bici; non c’è il pullman scopa al seguito, che recupera i morti e feriti ovunque essi si accascino. Farsi male o star male lungo un sentiero, anche se non si è a quote molto elevate o in luoghi particolarmente impervi, può costare caro, in tutti i sensi (non oso pensare a quanto possa ammontare la fattura dell’elisoccorso… Argh!). Però la saggezza non è il mio forte; più ci penso e più questa corsa mi intriga.

Intanto passa anche agosto, finiscono le corse in bici; ancora un paio di begli itinerari ciclistici ad inizio settembre, poi, complice anche un po’ la classica “cotta” di fine estate, mi rassegno ad abbandonare per qualche tempo le due ruote. Bene. Son qui, ho un mese di tempo per preparare, se così si può dire, una cosa che si chiama “trail”, è lunga oltre 70 km ed ha tanta tanta salita. Bene, anche la corsa in salita è un’esperienza che mi manca. Però, non ho nessuna intenzione di andare a correre su sentiero: soprattutto perché, impedita come sono, finirei per perdermi da qualche parte. E farmi venire a cercare con i cani da valanga con la fiaschetta di grappa al collo. No no, lasciamo perdere. Ho già una buona idea.

La salita di Rucàs di Montoso, da Bagnolo Piemonte. In tutto sono 16 km, per 1.200 mt di dislivello: quelli che contano, però, sono i primi 11, fino a Montoso, con rampe che tagliano le gambe. Da lì alla fine, ci sono lunghi tratti di piano e addirittura qualche breve discesa, in mezzo alle cave. Ok, può andar bene. Nel mese, ripeto la salita tre volte: beh, scopro con sorpresa di non cavarmela poi troppo male e, soprattutto, di non patire gran male alle gambe il giorno dopo, nonostante i 16 km filati di discesa, ben più traumatici, per le gambe, rispetto ai 16 di salita. Non sarà gran che, come allenamento; non sarà né graduale né equilibrato, ma io sono convinta che mi abbia fatto molto bene.

Poi, naturalmente, la più importante iniezione di fiducia arriva dal mio amico Matteo, che si offre di accompagnarmi in una vera escursione in montagna, su sentiero, da fare al ritmo più svelto possibile. Una quarantina di km, circa tremila metri di dislivello, se non ricordo male. Un itinerario meraviglioso, che riporto qui di seguito, con un fedele copia e incolla del percorso riportato da Matteo: Viozene, Rifugio Mongioie, Mongioie, Passo delle Saline, discesa quasi alla gola delle Saline, Cima delle Saline, Cima Pian Ballaur, Colle del Pas, Capanna Saracco-Volante, Carnino, Colla di Carnino, Rifugio
Mongioie, Viozene.
Una fatica ignobile. Parto forte, per cercare di non fare brutta figura, per capire cosa riesco a fare, come posso affrontare una corsa su sentiero. Il guaio è che Matteo, lui sì, parte forte e regge svelto senza problemi; io comincio ben presto ad annaspare, a faticare, a sentire il cuore scoppiare in mezzo alle orecchie. Sono questi, i momenti che mi gettano nello sconforto: non voglio ammetterlo, ma sto facendo qualcosa che è palesemente al di sopra delle mie possibilità. Non so fino a quando riuscirò a seguire Matteo senza stramazzare. Mi sforzo di apparire sicura e tranquilla, ma non lo sono affatto. Sono molto preoccupata. Terrorizzata, direi. E siamo alle solite: ma cosa m’è venuto in mente, ma perché mi sono buttata in questa follia, ma perché mi caccio in questi guai, ecc. ecc. ecc.
Per fortuna, tanto in fretta precipito nello sconforto, quanto in fretta torno a galla, nel momento in cui mi rendo conto che il peggio sta passando, è passato, insomma, quando vedo che ce la posso fare. E’ solo da qui in poi che riesco anche a guardarmi intorno, accorgermi della giornata splendida ed apprezzare quelle montagne che fino a poco prima ho odiato con tutto il cuore. Matteo mi fa capire che la fatica sta per concludersi: c’è ancora una salita, ma ormai la stanchezza in me ha lasciato il posto all’euforia. A quanto pare, ho anche azzeccato l’acquisto: le scarpe da trail comprate da Decathlon hanno fatto degnamente il loro dovere; i miei piedi, nonostante la sfacchinata, non hanno nemmeno una bollicina. Merito, forse, anche dell’accorgimento di cospargerli con un bello strato di Pasta di Fissan, metodo rude ma efficace per proteggere la pelle.

La gita finisce con tappa alla pasticceria Cagna, di Garessio: giusto quattro passi per rendermi conto che le gambe, stavolta, un po’ hanno patito. Ma l’entusiasmo è alle stelle. Grazie alla gita ed alla generosa compagnia della mia guida, ora so che, se forse non riuscirò ad arrivare alla fine del mio trail, potrò almeno difendermi degnamente.

Il 30 settembre ormai è vicinissimo, mancano pochi giorni, ho fatto quel che potevo; non mi resta che aspettare il gran giorno. Che arriva, finalmente. Nel pomeriggio di sabato, preparo lo zaino: giacca Gore-Tex, pila frontale, batterie di ricambio, indumenti per il freddo, barrette a non finire, gel energetici, borracce. Carico in auto anche il sacco a pelo e la cena al sacco: alle sei del pomeriggio, mi chiudo alle spalle il cancello di casa e parto. Destinazione, Cantalupo Ligure.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!