Le Porte di Pietra 2008 – 28 settembre 2008

Non mi pare possibile che sia già passato un anno… 365 giorni da quando sono passata di qui l’ultima, nonché unica volta prima di oggi: uscita dell’autostrada a Vignole Borbera e strada tortuosa che passa in mezzo a questi mammelloni bianchi e pelati, dove l’unica vegetazione è fatta di cespugli che danno l’effetto delle chiazze sul mantello di un dalmata. E’ banale, come osservazione, ma non c’è niente da fare, è proprio così: mi sembra ieri!

Solo che, un anno fa, era tutto diverso. Le Porte di Pietra 2007 è stato il mio primo trail, quando ancora non avevo un’idea ben definita di cosa fosse un trail. Ergo, in preda all’agitazione, avevo sbagliato strada almeno un paio di volte, prima di azzeccare la retta via per quel luogo, allora del tutto sconosciuto, che risponde al nome di Cantalupo Ligure. E dire che avevo anche chiesto lumi al casellante! Passavo di qui, l’anno scorso, con il timore d’essere in ritardo per la consegna dei numeri, di non trovare il centro sportivo, di non poter parcheggiare l’auto, insomma, un’accozzaglia di paure che si sarebbero poi rivelate assurde. E’ che son fatta così, ho il terrore dei regolamenti; se leggo che bisogna presentarsi in un certo posto entro l’ora tale, è automatico, mi convinco che all’ora tale e quindici secondi troverò già la porta sprangata e addio!

Oggi no, oggi vado tranquilla, anche se la strada son riuscita a sbagliarla lo stesso, uscendo a Serravalle Scrivia anziché al casello successivo di Vignole Borbera. Va bè, poco male, c’è tempo.
Cantalupo è un paese addormentato, anche oggi: se non fosse per il pallone pubblicitario colorato che vedo sulla destra passando in auto, non si direbbe affatto che stia per partire una corsa: per carità, non ci saranno grandi numeri, ma almeno duecento persone, tra percorso lungo e corto, sì! E dove si sono imboscati tutti, che qui non c’è un’anima? Eppure il giorno della consegna dei numeri è oggi, senza dubbio!
Parcheggio la Opel nella piazzetta del Municipio ed addocchio il negozietto di alimentari: siccome questa mattina sono uscita in bici e nel primo pomeriggio ho sonnecchiato un’oretta e fatto un po’ di pulizie, mi è mancato il tempo per fare un po’ di merenda-cena; quella bella distesa di formaggi sotto il vetro del bancone fa al caso mio! Sono le sei e mezza, c’è tempo. In primis, si va a ritirare il numero di gara ed a sottoporsi a quell’ingrata procedura che è il controllo dello zaino. Già. Questo è il passo che più odio. Già la consegna dei numeri, in sé, è un’inevitabile incombenza che mi mette ansia: chissà perché, mi aspetto sempre che qualcosa non vada bene, che manchi qualche scartoffia, che per chissà quale assurda ragione mi sia opposto il divieto di prendere parte alla gara. E’ insensato, lo so, ma è un timore che abita lì, in un anfratto del mio cuoricino, come un inquilino abusivo che non riesci a cacciar fuori nemmeno con uno sfratto esecutivo. Figuriamoci poi quando, di fronte a me, c’è un inflessibile censore del contenuto del mio zaino! Conoscendo la mia distrazione ed il mio caos mentale e fisico, è più che probabile che io, nel preparare il necessario per la corsa, dimentichi qualcosa; di solito, si tratta della più indispensabile tra le cose indispensabili! Brontolo tra me e me, “Ma a voi che diamine importa se io ho portato il necessario per sopravvivere? Saranno ben cavoli miei?”. E poi mi rassegno all’evidenza; a “loro”, cioè ai responsabili dell’organizzazione, importa eccome! In quanto responsabili…

E brontolando, chiudo le portiere della Opel – una per volta, la chiusura centralizzata nel ’93 non andava ancora di moda – e mi avvio con il mio zaino sulle spalle verso il palazzetto dello sport. Mi ci avvicino, come sempre, in punta di piedi, come se stessi entrando in casa di qualcun altro, in un luogo in cui non dovrei stare, di cui non faccio parte. E’ la stessa sensazione di sempre; mi sento “pesce fuor d’acqua” anche quando le formalità sono quelle che precedono una corsa in bici, e sì che ne ho già messe tante, nel mio curriculum… Sarà che proprio non mi riesce di sentirmi un'”atleta”; quasi mi par d’essere irriverente con la mia presenza qui, in mezzo a gente che corre sul serio, in mezzo a tutti questi personaggi dai garretti scolpiti, dai corpi magrissimi ed esaltati dalle tutine aderenti che sfoggiano anche a riposo. A dire il vero, ce l’ho anch’io, addosso, una tutina del genere: però, più che di capo aderente, nel mio caso si tratta, drammaticamente, di capo acquistato per sbaglio di una taglia in meno del dovuto… E quelli che la stoffa sottolinea, nel mio caso, non sono i muscoli, ma gli eccessi della mia passione per la pasta, i ravioli e le focacce del panettiere!

Mi affaccio all’ingresso del palazzetto: butto l’occhio a sinistra, verso la palestra, dove pare sia in corso quella roba che, con il solito immancabile orrendo termine inglese, è definita “briefing”; però, passo oltre e vado su, al primo piano, dove sono collocate le forche caudine della consegna dei numeri. Per fortuna, il clima qui è ben diverso dalla Santa Inquisizione che m’è toccata al controllo del Trail CCC: ci sono sorrisi, persone amichevoli, anche qualche “volto virtuale” noto, cioè qualche personaggio dei vari forum su Internet che infesto quotidianamente con la mia presenza. Dai Gian, buttati, tanto prima o poi lo devi fare! Il fatidico controllo… Fischietto, luce frontale, scorta di cibo e di acqua, giacca impermeabile, telo di sopravvivenza: c’è tutto, incrediBBBBile! Ora, e solo ora, posso tirare un sospiro di sollievo: giusto in tempo per ricordarmi che devo portare l’ambasciata di Matteo! Chiedo ai ragazzi dell’organizzazione se il poverello, ahimé costretto al lavoro fino a tarda ora, potrà essere ammesso al controllo intorno alle otto e mezza… No problem, pare.

Fatto ciò, torno al piano inferiore e metto il naso in palestra, restandomene però in un angolino: appena in tempo per incontrare Isacco, anche lui giunto in ispezione, anche lui preoccupato. Devo dire che non faccio molto per confortarlo: cito qualche particolare della passata edizione di questo trail, che ricordo io stessa con vivo terrore. Un altro paio di abitanti del forum di Quotazero di passaggio… E poi, finalmente, ecco il momento che speravo arrivasse: la voce al microfono annuncia lui, il mito vivente, Marco Olmo, che arriva tranquillo dal fondo della sala, con il suo atteggiamento semplice, il suo inconfondibile accento cuneese, una tuta indosso che quasi gli fa da tunica, tanto è spaventosamente magro; poche e semplici parole, in linea con la sua figura di atleta di grandissimo talento sportivo e di altrettanto grande modestia. Lo so, spesso e volentieri queste sono definizioni “di rito” che nascono dalla penna di giornalisti e romanzieri; però, nel caso di questo personaggio, sono convinta che non si tratti di apparenza. Non lo conosco, ed aggiungo, purtroppo, ma sono certa che lui sia davvero così come appare.

In breve, il discorso introduttivo alla gara si conclude, per lasciare spazio alla cena a cui però non partecipo. Guai: restare qui dentro, in mezzo a gente che parla solo della corsa, respirando l’atmosfera della corsa, mi farebbe impazzire di ansia. No no, preferisco andar fuori, via, lontano di qui. Sono talmente tesa che non oso nemmeno avvicinarmi alla tavolata dei forumendoli di Quotazero, che gesticolano da lontano: non è maleducazione, giuro, è proprio angoscia… Taglio la corda, filo via, fuori, giusto per rendermi conto che… Fa freddo!
Meglio che mi sbrighi a far visita al negozietto di alimentari, se voglio trovare ancora qualcosa da mettere sotto i denti. Nel pacco gara, capita a fagiolo una piccola toma: benissimo, mi manca il pane e poi sono a posto!

Mi chiudo in auto con due paninotti, la formaggetta ed un libro che ho trovato sempre nel pacco gara e che parla del Po: non chiedo di meglio, per ingannare l’attesa di Matteo. Fa freddo, davvero, anche qui dentro. Mi agghiaccia l’idea di dover passare la notte in tenda… Quasi quasi mi rifiuto e resto a nanna nella Opel, a costo di essere accusata di viltà. Troppo troppo freddo.
Conclusa la frugale cena, mi ritrovo lì nel dormiveglia; è calato il buio; la piazzetta è animata solo da un gruppo di ragazzini con le pizze da asporto in mano, li osservo andare e venire ma in realtà non è a loro che sto pensando. Penso che l’anno scorso, a quest’ora, pioveva a dirotto, e invece adesso ci sono le stelle, speriamo che duri.

Lo squillo del cellulare, che annuncia l’arrivo di Matteo, mi riporta bruscamente nel mondo dei vivi. Indosso non una ma due giacche e mi rituffo nella Siberia; lo incontro al palazzetto, già sistemato e dotato di numero e, soprattutto, più che mai determinato a montare la tenda. Accidenti a questi montanari che non temono niente; io non sono affatto convinta… Va bè, a caval donato non si guarda in bocca; meno male che all’incombenza edilizia provvede lui, mentre a me spetta il ruolo di direttore e supervisore dei lavori: cioè, in pratica, non muovo un muscolo, a parte quelli che si muovono da soli per il tremore da freddo. Un saluto veloce ai colleghi di forum, che stanno gozzovigliando al pasta party, giusto per farmi ribaltare dalle risate… E poi sacco a pelo da pernottamento in cima all’Everest!

Sveglia alle tre meno un quarto… Ma alle due e mezza son già quasi fuori dal coma, grazie – si fa per dire – a quell’infernale campanile che non si perde non dico un’ora, non dico una mezz’ora, ma neanche un quarto d’ora! Incubo! Ma… Devo proprio? E’ proprio necessario che io vada là fuori? Ha senso? Devo fare mente locale, raccattare gli abiti per la corsa, cercare di non dimenticare nulla; le doppie calze, i guantini, i manicotti, possibile che queste cosine piccole si disperdano sempre nei meandri della borsa? Bah, in un modo o nell’altro, siamo pronti, Matteo molto prima di me. E’ sempre lui che provvede all’eliminazione dell’abuso edilizio e ne stipa i resti nella microscopica Mini: meno male, io non sono proprio in grado di intendere e di volere. O meglio, di volere, sì: voglio la colazione e voglio il caldo della palestra.

Sembra di entrare in un girone infernale: già la temperatura è calda, sì, anche troppo… C’è chi dorme ancora, ostinatamente sepolto nel sacco a pelo; chi si aggira come uno zombie, sveglio ma non del tutto; chi è già pronto e scattante, si massaggia, fa stretching; chi assale il tavolo della colazione. Mi butto a casaccio su quel che c’è: due fette di pane e Nutella, che però ingoio con l’imbuto, perché al mattino, paradossalmente, non riesco più a buttare giù la colazione dolce. Sono troppo abituata alla pasta, ormai, anche nei giorni “tradizionali”! Pasta, pizza, formaggi, basta che sia salato. Il dolce mi nausea all’istante. Per fortuna, poco dopo, compare uno splendido vassoio di focaccia unta e bisunta: goduria maxima! Così non mi accorgo che l’ora X si sta avvicinando a grandi falcate.

Ad un certo punto, la massa di anime erranti prende una direzione uniforme, assiepandosi verso l’uscita. Mi sa che il momento è arrivato. Tutti fuori, tutti al controllo del chip di cronometraggio, tutti in griglia. Il cielo è limpidissimo e stellato, buon auspicio. Musica a palla, fumogeni colorati; ultime raccomandazioni del boss della corsa e poi… Si parte! Uno sguardo d’intesa con Matteo, che rivedrò solo a fine corsa, e via, ognuno per sé e Giove Pluvio per tutti, speriamo che duri!

Con mio disappunto, partono tutti correndo come pazzi: tocca correre pure a me, se non voglio già restare sola nel nulla da subito. Il gruppone si infila nel paese, passa una strettoia ed attacca una scalinata che poi diventa un sentiero ripido: per fortuna, così i bollenti spiriti si calmano e posso camminare. Buio pesto; alla luce delle frontali, percorriamo un tratto di salita in cui, per fortuna, non sono l’unica ad andare al passo. Sono già nelle retrovie, ma non importa, qualcuno intorno c’è ancora. Già… Ma la mia tranquillità dura ben poco. La salita si conclude bruscamente e diventa una discesa ripida su sentiero impervio: alè, la frittata è fatta; quei pochi che ancora riuscivo a seguire schizzano via come schegge impazzite ed io mi ritrovo sola a combattere con il mio nemico di sempre, l’incapacità in discesa… E con un nemico inatteso: gli occhiali tragicamente appannati! Pochi secondi e mi ritrovo a non veder più niente; panico; se li tolgo, peggio che mai, non vedo un tubo; se li pulisco e li indosso, nel giro di cinque secondi si appannano un’altra volta. Terrore… Non so se per la cecità o per la paura, ecco che inizio ad incespicare, buttar male i piedi, storcere pericolosamente le caviglie e le ginocchia; intorno a me, davanti a me, più nessuno. Paura ed angoscia: mamma mia, cominciamo bene… Arrivo ad una borgata, non capisco dove andare: imbocco un paio di direzioni sbagliate prima di scorgere i segnali che indicano il sentiero; mi ci precipito con il cuore in gola. Si sale ancora, per fortuna, si sale per un po’: e mi pare di sentire delle voci… Ero convinta d’aver già accumulato chissà quale distacco, invece no, forse qualche altro ritardatario c’è. O forse no, sono le “scope” che salgono dietro di me; non ha importanza, comunque c’è vita!

La terra del sentiero è asciutta, sabbiosa. Probabilmente non piove da un bel po’… Tanto meglio! Ma dov’è che mi fanno andare, qui? Ricordo bene che l’anno scorso il tratto iniziale della gara non era così! Alla famigerata passerella di Pertusio siamo arrivati molto più in fretta. Provo a guardarmi intorno, ma non riesco ad orientarmi, è buio e si vedono solo le lucine di qualche casa qua e là. Mi ci trovo davanti all’improvviso, alla passerella: cavoli… Passarci l’anno scorso, in mezzo alla folla, è stato un conto. Quest’anno, però, il prologo ben più lungo mi ha dato il tempo di finire ultima e molto staccata dal resto del gruppo: quindi ci passo da sola! Io vorrei personalmente stringere la mano, sotto una pressa però, alla mente sadica che ha coniato questo ponticello fatto ad arco, scivolosissimo nel tratto in cui si scende, nonostante il tappetino piazzato ad hoc per la corsa, e che, con la forma curva, aumenta ancor più l’altezza del salto che ci sta sotto!
Con un salto alla fine del ponte, abbrevio la mia sofferenza e schizzo via, esclamando “Il peggio è passato”: mi corregge una delle volontarie che fanno sicurezza in questo punto delicato del passaggio, “No no, deve ancora arrivare”, ma a me basta aver superato il baratro! Adesso arriva un tratto breve e delicato, dove si sale attaccandosi a corde metalliche fisse. La prima vera salita è questa: circa 500 metri di dislivello, se non ricordo male, ma soprattutto un percorso da capre! Non è solo ripida, è una rampa interminabile, un sentiero appena accennato in mezzo alla boscaglia. Ed io che credevo non fosse possibile, qui, soffrire più di quanto ho sofferto l’anno scorso, con tutto il fango e quell’acqua che veniva giù… Invece no: sarà che il tempo mitiga il ricordo delle difficoltà, ma ho la sensazione che stavolta, anche se in cielo ci son le stelle e sotto i piedi c’è terreno asciutto, sia molto peggio. Un po’ per la tensione d’essere già ultima, un po’ per il fatto che le lenti degli occhiali continuano ad appannarsi, fatto sta che non riesco a prendere il mio passo, incespico di continuo, mi inciampo in qualsiasi cosa e persino quando non c’è proprio nulla in cui inciamparsi. Nonostante le segnalazioni capillari, rischio più volte di perdere la traccia, proprio perché non riesco a vedere un tubo: di tanto in tanto, per fortuna, dal nulla spunta un alone di luce, la frontale di uno dei tantissimi volontari che sorvegliano il percorso.
Mi raggiunge un concorrente che era ancora dietro di me: incredibile, non pensavo ci fosse più anima viva! Il suo arrivo è un conforto; sono talmente affannata, con il cuore in gola, preoccupata, che quasi quasi avrei già voglia di mollare; se il buongiorno si vede dal mattino, oggi sarà una giornata da tregenda!
Qualche parola, mentre cerco di allungare un po’ il passo per star dietro all’insperata compagnia: di lì a poco arriva anche la prima “scopa”, la persona dell’organizzazione che ci assiste nella prima frazione di corsa. Mi fa notare che forse ho un paio di scarpe particolarmente scivolose: no no, magari fossero le scarpe… Son proprio io, che non sono capace di stare in piedi. Continuo ad inciampare ed ancora inciampare, manco fossi ubriaca! Spiego che si tratta di un mio problema cronico di equilibrio: “Ma è solo fisico o anche interiore, questo problema?”. “Beh – replico – ovviamente è SOPRATTUTTO un problema di equilibrio psicologico! Se non fossi completamente squilibrata, ti pare che sarei qui oggi?”.

Cerco di captare qualche parola delle comunicazioni tra la scopa ed i colleghi dell’assistenza; non per farmi i casi altrui, ma per capire più o meno se già mi danno per spacciata, oppure se ha ancora un senso andare avanti. Il mio compagno di sventura si preoccupa dei cancelli orari: io, come al solito, no; non voglio nemmeno pensarci e, man mano che la pendenza si fa meno ostinatamente cattiva, man mano che si intuisce l’avvicinarsi della prima vetta, mi sforzo di aumentare l’andatura. Voglio capire se l’affanno, il batticuore, il bruciore in gola e nel petto che ho sentito finora si dissolveranno, o se è davvero una giornata no: sono fiduciosa, però.

La prima delle tante croci di vetta che vedremo oggi, finalmente, arriva; poi, un po’ di discesa, che percorro un po’ in posizione eretta e un po’ scivolando sul didietro; per fortuna che lo strato di imbottitura, ben abbondante, attutisce i colpi! Intanto prendo fiato, cerco di scambiare qualche parola, più che altro per rincuorarmi un po’. Le scorte si avvicendano: il secondo angelo custode è un personaggio, sì, direi proprio un personaggio, visto il suo pesante curriculum. Il poverello, Checco, già aveva pazientemente sopportato il mio passo da tricheco stanco per un tratto di gara, l’anno scorso: forse però quest’anno gli va un po’ meglio, perché il mio ritmo di certo non è migliorato, ma, se non altro, stavolta non mi lagno più. Ho già una vaga idea di ciò a cui vado incontro e, in più, a questo punto, sento di aver più o meno superato la crisi iniziale che ho attraversato durante la prima salita. Non posso negare di essere, in questo caso particolare, contentissima di essere l’ultima della corsa: per me, che in questo sport ho solo da imparare, la compagnia di una scorta del calibro di Checco Galanzino è un’occasione imperdibile per mettere in saccoccia qualche consiglio prezioso, qualche suggerimento da tirar poi fuori al momento buono, quando serve. E’ una di quelle persone che tempesterei di domande per ore, e credo che di cose ne abbia, da raccontare: però, per timore reverenziale ed anche per evitare di passare per la rompiballe di turno – già lo sono abbastanza per quanto faccio da palla al piede… – mi limito a partecipare alla chiacchierata, ma senza troppo curiosare. Così, scopro che pare sia possibile correre per ore ed ore ingurgitando solo gel… Una delle rivelazioni che mi lascia più di stucco, io che con la fame combatto sempre battaglie perse in partenza e che sogno focaccia e piatti di fusilli ad ogni piè sospinto! Ma sì, in fondo è normale; sto parlando con un elemento che viene da un altro pianeta rispetto a me… Ammiro tantissimo la leggerezza con cui cammina, sembra quasi sospeso da terra: accelera, corre, rallenta, ma pare che si muova senza peso, nulla a che vedere con il passo pesante, goffo, sforzato che ho io e tanti altri che, come me, militano a fondo corsa. Del resto ha una struttura fisica a dir poco perfetta. Chissà quale mostruosa determinazione ci vuole, per mantenersi così. Di certo, Checco non passa i pomeriggi in ufficio a sgranocchiare amaretti o schiacciatine alle olive tra una pratica e l’altra, e non fa colazione a base di agnolotti ricotta e spinaci… No, non credo. Lo so, lo so, che non ho alcuna ragione di lamentarmi; chi è causa del suo mal pianga se stesso! E’ che proprio non ce la faccio, a tenermi…
Quel che mi stupisce di più, degli Orsi – non è un riferimento al loro caratteraccio, è che si chiama proprio così, il gruppo che organizza Le Porte di Pietra –, per quel pochissimo che ho notato in occasione dei miei pochi trail, è il loro essere “alla mano”; non se la tirano per niente, e dire che qualcuno di loro ne avrebbe tutte le ragioni! Se avessi un curriculum come quello di un Olmo o di un Galanzino, credo che dovrebbero tenermi ancorata a terra con i sacchi di sabbia come le mongolfiere, altrimenti leviterei a chissà quanti metri di altezza!

L’unica cosa che mi distrae dalla conversazione è il brivido che mi percorre la schiena ogni volta che sento, in lontananza ma nemmeno troppo, i botti delle doppiette dei cacciatori. Checco scherza, dice che è il trattamento riservato a chi prende una storta e non può più continuare… Ma a me, nella confusione del buio e della fatica, vengono in mente quelle scene da film truculento in cui la vittima di turno viene costretta ad inginocchiarsi ed accoppata con un colpo alla tempia: altro che brivido, ma guarda tu che razza di idiozie devono saltarmi in testa! Però, secondo me il rischio di essere impallinati non è così remoto, oggi. E non solo quello! Ad un tratto, a sinistra del sentiero, un gran trapestio di foglie e rami spezzati: mi giro e per un attimo smetto di respirare… E’ un fagottone scuro e peloso, un cinghiale, probabilmente spaventato dai cacciatori, che fugge e punta diritto sul gruppo dietro di me! E’ un attimo, per fortuna; l’animale ci vede, si terrorizza, inverte la rotta e si rituffa nella boscaglia, ma che spavento! La carica di una bestia di quella stazza non penso sia una delle esperienze più liete…

Nel frattempo s’è fatto giorno, la tanto agognata luce del sole è arrivata, giusto in tempo per vedere, dall’altra parte della vallata, a sinistra, l’ultima delle cime del nostro percorso di oggi: ce lo fa notare la scopa, “Stasera passerete lassù”. Mamma mia, quanta strada… E chissà mai se ci arriverò?
Non sono più l’unica a fondo corsa; già da un po’, s’è formato un gruppetto, con cui viaggio fino al primo cancello orario, a Costa Salata, dopo circa 22 km. E ci arrivo un po’ più tranquilla, nel senso che mi sembra di aver superato davvero il momento di difficoltà iniziale. Addirittura, in qualche tratto, ho potuto persino corricchiare… Quel che mi ha dato un po’ di fiducia è stata una telefonata in cui ho sentito dire alla scorta, riferendosi a noi tapini del gruppo di coda: “Se mantengono questa andatura, non avranno problemi con i cancelli orari”. E vai! Al banchetto del punto di controllo mi fermo giusto il tempo necessario per riempire la borraccia: poi, schizzo via, più in fretta possibile. Mi rendo conto che non è un comportamento troppo rispettoso di chi ha condiviso con me la fatica fino a questo punto: taglio la corda senza nemmeno un “Ciao, buon proseguimento”, ma non posso farci nulla; in questi momenti è lo spirito agonistico, un po’ patetico vista la mia posizione in corsa, che mi assale e muove le gambe al posto mio. Lo scorso anno, qui, ero alle calcagna di una signora austriaca o tedesca, non ricordo, ma si chiamava Kristel: ricordo che l’ho tampinata a distanza per un bel po’; lei prendeva vantaggio nei tratti di discesa, io recuperavo in salita, entrambe annaspavamo nel fango, mamma mia che avventura. Questa volta è più facile, il cielo è meravigliosamente blu! Non fa freddo; addirittura in qualche punto devo abbassare i manicotti: va bè che io parto sempre vestita da spedizione a quota 5.000… Il bello, anzi il brutto del percorso delle PdP è che non si è mai in salita o in discesa: a parte il tratto fetente iniziale, ed a parte la lunga discesa finale su Cantalupo, in mezzo si è sempre su e giù, su e giù. Le mie gambe gradiscono di gran lunga di più un itinerario tipo quello del trail Courmayeur-Champex-Chamonix, con salite lunghe e regolari e discese altrettanto lunghe, che consentono di impostare un passo e mantenerlo per un periodo di tempo abbastanza lungo. Però, oggi il convento passa questo; poi, non posso lamentarmi, né della giornata, né del panorama. A dire il vero, il panorama me lo godo ben poco: occhi fissi sul sentiero, sulla prossima pietra dove appoggiare il piede, e pure questo non basta ad impedirmi di inciampare di continui.

Nove km circa da Costa Salata alla cima del Monte Buio: questo lo leggo a corsa conclusa, perché, durante la marcia, ho solo un’idea molto vaga delle distanze e, soprattutto, viaggio senza alcuna nozione del tempo. Niente orologio; al massimo, posso farmi una vaga idea dell’ora in base alla luce del sole, nulla più. Per me, questo stato di semi-incoscienza è importantissimo: mi aiuta a non preoccuparmi per i cancelli orari intermedi, anzi, quasi me li dimentico. Tanto, tutto ciò che posso fare io è dare il mio massimo; non posso ambire ad alcuna vittoria che non sia la mia personale, quando arrivo e se arrivo sotto lo striscione finale. Se questo è sufficiente per rientrare nei cancelli, OK; altrimenti, pace, lo scoprirò quando arrivo al “posto di blocco” e non prima.

La mia marcia continua, di buona lena. Non saprei valutare la mia velocità, ma direi che le gambe procedono spedite, una salitella, una discesa, un’altra rampa. E’ stupefacente lo spiegamento di forze che sta intorno a questa corsa: in realtà non sono mai sola; i punti in cui sono dislocati i volontari sono capillari lungo il percorso, nei punti in cui si incrocia una strada asfaltata, in cima alle salite, ogni tanto anche in mezzo al sentiero, così. E’ vero che qui non ci danno da mangiare, è vero che manca la Coca Cola, però… Forse è meglio così, meno pappatoria e più assistenza, anche se io ho già adesso le bollicine della Coca che fanno il balletto davanti ai miei occhi allucinati!
Anche qui, ahimè, l’aiutino però serve. Le gambe cominciano a dolere un po’: normale, ma se lascio che la cosa peggiori, addio corsa. No no, la mia brava pastiglietta di antidolorifico non me la leva nessuno, con buona pace dell’etica e del mio fegato: la ingollo proprio mentre passo davanti ad un gruppetto di assistenti, poco prima di una rampa secca che conduce ad una chiesetta. Non so se sia effetto placebo, anzi probabilmente lo è; fatto sta che, nel giro di un quarto d’ora, le gambe non si lamentano più, tornano docili al passo ed alla salita. C’è da dire che io le risparmio; adotto la stessa tecnica che uso in bici: come pedalo con il 34×29 sulla minima asperità, così salgo a passettini frequenti ma brevi. Forse è placebo anche questo, ma a me pare di far meno danni e poter salire più a lungo senza soffrire troppo.

Sono curiosi, questi sentieri che paiono binari e vanno diritti verso le cime di queste grosse colline, una via l’altra; verrebbe da pensare che forse si potrebbe passare un po’ più giù, far meno sforzo, e invece pare che qualcuno si sia divertito a prendere una matita e tracciare una linea che le unisse proprio tutte, queste zucche pelate, senza saltarne una. Minuti, ore a marciare a testa bassa, l’occhio alla prossima bandierina rossa, il pensiero che corre chissà dove, i raggi del sole autunnale a scaldare la pelle, e poi d’improvviso, quando già non ci pensavi più, ecco lassù la cima, l’immancabile croce.

Rischio davvero di perdermi tra strambe riflessioni e bivi nel sentiero; passo accanto ad un corridore fermo, ma vedo solo un casco di capelli ricci e grigi, poi tiro dritto, ci sono altri là davanti, vediamo se riesco a raggiungerli. Poco più avanti, è lui a raggiungere me: un corridore di Reggio Emilia, con cui faremo, tira e molla, un bel po’ di strada insieme. Mi raggiunge in discesa, ma poi rallenta, non mi stacca; chiacchieriamo del più e del meno, perché è così che ci si presenta qui: da dove vieni, che gare hai fatto quest’anno; noi di fondo corsa, per decenza, omettiamo di chiedere i tempi… Spremuti nello stesso sforzo, tesi ed angosciati e speranzosi all’inseguimento dello stesso obiettivo, si arriva a sentirsi quasi come se ci si conoscesse da anni, perché l’uno puntella l’altro, l’uno soccorre dove l’altro vacilla, e magari, pochi km più avanti, le parti si invertono. Oggi, pare incredibile, non sono io quella che ha bisogno di soccorso: oggi gioco il ruolo di quella che fa coraggio, che sminuisce le paure, che trascina. Non posso negare di sentirmi davvero orgogliosa quando sento dire al mio collega, al punto di ristoro di Capanne di Carrega “Stavo per mollare, poi ho incontrato questa ragazza”.
Già… Perché, nel frattempo, tira e molla, siamo arrivati anche lì. Come una fotografia, ho davanti l’immagine dell’anno scorso: proprio questo stesso punto in cui il sentiero sbuca sulla strada asfaltata, io che mi trascino sfinita nel corpo e soprattutto nello spirito, lamentosa e più che mai decisa a gettar la spugna; poi, all’improvviso, rumore di passi veloci dietro di me; una delle scorte che mi raggiunge, in quattro parole, mi dice che sono fuori tempo e mi chiede se voglio continuare lo stesso seguendo lui; io che in un istante dimentico i muscoli che urlano di dolore, il freddo degli abiti fradici addosso e, senza pensare che in queste condizioni non ce la farò mai… Senza proprio pensare a nulla, mi aggrappo a quella piccola possibilità e riprendo a volare! Per carità, un volo goffo e scalcinato, un po’ da gallina, ma pur sempre un volo…

Oggi no, oggi è molto diverso. Un attimo di pausa al ristoro, giusto per riempire la borraccia: il mio compagno emiliano indugia… Io no, non ce la faccio proprio a fermarmi, è più forte di me, io devo ripartire subito. Saluto Isacco che sta facendo tappa panino; una coccola allo splendido Golden Retriever che assiste al ristoro e via, su per un sentiero ampio in mezzo al bosco, che mi porta ben presto in vista della prossima vetta, il Carmo. Anche questo, un cupolone erboso, da raggiungere seguendo una traccia ripida in mezzo al prato. Si gode uno spettacolo maestoso da qui; tira un po’ di vento, ma presto la pendenza si inverte, si scende, si va giù. Ora che sono in alto, riesco a vedere che davanti a me, abbastanza vicini, ci sono parecchi colleghi: anche questa volta non ho sbagliato, a voler partire piano… Tanto, prima o poi, qualcuno che ha esagerato in partenza lo si trova sempre!

Mi raggiunge l’Emiliano, che in discesa va molto meglio di me: ancora preoccupato e dubbioso sulle sue possibilità di successo, ma io son sicura che ce la farà. Vero, forse è abituato a distanze inferiori, ma ha un fisico asciutto ed evidentemente ben allenato che lo condurrà fino a Cantalupo. Qui sembra di essere sulle montagne russe: i cupoloni si susseguono uno dopo l’altro; rampa in salita, picchiata in discesa, altra rampa in salita; non sai mai cosa ci sarà dopo la prossima cima. Ad un tratto, incontriamo un gruppo di escursionisti che si accinge a far merenda e tira fuori dagli zaini ogni bontà alimentare: li guardo con intenti omicidi, anzi, li minaccio anche; “Lo sapete voi, vero, cosa state rischiando in questo istante?”. Credo abbiano un atimo di terrore, perché mi offrono qualcosa… Ma stoicamente resisto e tiro avanti. Un cancelletto in legno, poi inizia quella che sembra definitivamente discesa. In effetti lo è: da lì perdiamo quota fino ad arrivare al ristoro di Capanne di Cosola.

Qui, la rivelazione. Il mio collega emiliano chiede quanta strada manchi: gli rispondono, venti km. Resto di stucco: venti? Ma no, non è possibile, io ricordo che da qui sono ancora trenta. E poi non ha senso, non posso aver già percorso quaranta km. Riparto con il compare di viaggio, scuotendo la testa, “No no – ripeto – guarda che sono ancora trenta, non venti”… Si accoda a noi una ragazza veneta che invece conferma: sì sì, ne mancano venti sul serio, lo dice il GPS!

Non me l’avessero mai detto… Nel mio piccolo, metto il turbo e parto. La cima Coppi della giornata, il Monte Ebro, è là davanti: c’è un lungo tratto di sentiero in falsopiano, poi l’ultima rampa, cattiva come sempre, che ti porta su in cima per la via più dritta possibile. Ricordo che un giorno, in occasione di un giro in bici con amici e con partenza da Genova, avevo percorso una stradina minuscola con pendenze da ramponi e piccozza: mi avevano spiegato che da quelle parti le strade si fanno così ripide per risparmiare l’asfalto… Ma qui non c’è bisogno di asfalto e non siamo a Genova, anche se ci siamo vicini; costava tanto far due tornanti?
Non importa… Quel che conta è che manca poco, questa è la penultima salita, l’ultima che possa davvero impensierire. Ci sono quattro o cinque persone poco avanti; c’è il filo spinato a farci compagnia, ed alcune moto rumorose e puzzolenti di cui farei volentieri a meno…

La vetta. Secondo me, a questo punto mancheranno circa quindici km; ergo, se la discesa finale è lunga dieci km, ne mancano cinque all’ultima asperità. Giù a rotta di collo nel prato, a destra per il sentiero, passiamo accanto ad un rifugio; poi, in mezzo al bosco, l’unico punto dove ho un attimo di incertezza e sbaglio strada: per pochissimo, però… Torno sui miei passi; mi supera l’Emiliano, che, vedo con piacere, si è ripreso alla grande. Mi ricordo: qui adesso arriva una rampetta, poi un sentiero che piega a destra e sale lungo un recinto… Ci sono le antenne lassù, ed è là che dobbiamo andare. La voglia di arrivare e la stanchezza, evidentemente, a questo punto dilatano le distanze ed allontanano la meta: tutto ciò si traduce in un improvviso e coloritissimo diluvio di improperi in veneto rovesciati dai due tapini che ho appena sorpassato, non appena mettono a fuoco la distanza che ancora li separa dalla vetta! Mi vien da ridere, ormai per me è fatta: metto nelle gambe tutto quel che mi rimane di forza, entusiasmo, voglia; quasi corro verso l’ultimo cupolotto, l’ultima croce; almeno, nella mia mente, è una corsa sfrenata.

Proprio mentre salgo l’ultima rampa, rispondo alla telefonata di mammà: è quasi fatta! Insieme alla quota, sale anche il mio morale che è già alle stelle: passo in cima, saluto, prendo un po’ in giro il buon Isacco che si tiene in mano il piedone e, credo, sta litigando con le vesciche, poi… Via via via, più veloce della luce!

Ci sto pensando da un po’… A quest’ora Matteo è già arrivato al traguardo da un pezzo; avrà già mangiato, si sarà già fatto la doccia. Chissà se la mantiene, la promessa di venirmi un pezzo incontro? Da una parte mi dispiacerebbe che dovesse aggiungere fatica alla già mostruosa fatica del trail… Dall’altra, però, non vedo l’ora di vederlo spuntare dietro la prossima curva.
La discesa in alcuni tratti è un po’ rognosa, sassi aguzzi che rendono difficile buttare saldamente il piede. Arrivo al punto di controllo, felice come non mai; come sempre, ricevo incoraggiamenti e sorrisi… Sono davvero incredibili, queste persone; è tutto il giorno che stanno lì, fermi, a veder passare gente, eppure non sono ancora stufi, anzi, sono generosissime di parole buone, di tifo, di entusiasmo sincero. “Ormai non mi fermano nemmeno più a cannonate”, saluto, tiro dritto: è l’unica discesa che mi azzardo a correre, tanto è l’ultima!

All’improvviso, le traveggole: non ci credo, vedo una lattina di Coca Cola… Non è possibile… E’ un miraggio! Intorno alla lattina c’è una mano, e attaccato alla mano c’è il suo proprietario… Matteo!!! Fantastico, mancava solo più lui a far piena la mia felicità! Ovvio, prevale l’istinto e quindi mi butto sulla lattina come farebbe un moribondo di sete nel deserto; però, placate le brute esigenze del corpo, recupero un minimo di umana decenza: giusto per scoprire che Matteo è arrivato sedicesimo assoluto, concludendo il giro ampiamente sotto le 10 ore!!! Eccezionale, davvero, ne sono più contenta che per la mia stessa corsa. Il suo racconto mi distrae dalla fatica di quest’ultima discesa, che davvero non finisce mai. Non voglio illudermi, quando usciamo dal bosco, che sia davvero finita… La luce è ormai quella della sera, le ombre lunghe; io però sto bene, non mi sembra di aver corso per settanta km. Forse è solo l’effetto dell’euforia; domani sarò cadavere, sicuro; però ora mi godo l’ultimo scampolo di panorama, le pareti di fronte a me che sembrano piantate in mezzo alla piana, così, verticali. Ancora poche centinaia di metri, posso anche far lo sforzo di correre: Cantalupo, le viuzze laterali, la mongolfiera gialla, lo striscione dell’arrivo. Ci arrivo di corsa, scoppio di gioia; la sorpresa è doppia perché trovo ancora lì, ad aspettare, far foto ed applaudire, alcuni amici del forum di Quotazero che, poveretti, chissà da quanto erano in attesa; trovo Enzo, l’Orso che mi ha trascinata alla fine della passata edizione della gara. E sono talmente rimbecillita per la felicità, che non riesco a salutare nessuno come si deve… 70 km, 4.000 m di dislivello, 13h 57′, poco più di un’ora al di sotto del tempo massimo, che invece ero convinta di sforare. Stringo la mia maglia di Finisher mentre mi incammino verso l’auto e saluto Matteo, anche oggi per me più prezioso che mai: alla fine, lui che ha fatto la corsa in fretta, arriverà a casa alle calende greche…

Un grazie di cuore agli Orsi, a tutti quelli che hanno prestato la propria opera per la corsa, ed anche a tutti quelli che, prima durante e dopo, hanno scambiato qualche parola con me! Alla prossima edizione? E chissà, quei marrani me l’hanno spostata a maggio, la gara… Forse! Se non ci saranno impegni ciclistici…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!