Natale 2008 – Anonimo podista

Ma guarda… Ed io che oggi pensavo proprio d’essere sola. Anzi, sono uscita, anche, per essere sola. Vestita di tutto punto per affrontare la pioggia: giacca e scarpe in GoreTex, pantaloni impermeabili, berretto, guanti, cuffiette. E niente occhiali, perché nessuno ha ancora inventato il tergicristallo per le lenti, o almeno, che so, una piccola grondaia: gli occhiali, con la pioggia, non servono a nulla. Se non altro, così, nature, qualcosa vedo: almeno, riesco a distinguere le sagome delle auto, quel tanto che basta a non incrociarne il cammino.
Quella che dalla finestra di casa sembrava pioggia, poi, non è pioggia affatto: sono chicchi finissimi di ghiaccio, non fiocchi di neve, no, minuscoli proiettili che pungono la faccia, unico spazio di pelle lasciato libero dalla mia tenuta simil-palombaro. Quelli che per un attimo mi fanno domandare “Ma chi me lo fa fare”, sì, proprio a me che tanto mi scoccio quando a chiedermelo, con fare a metà tra l’ironia e la commiserazione, è qualcun altro.

Son proprio impronte, quelle che corrono qui accanto. Non sono le mie, quelle che ho stampato all’andata: no, quelle le ho viste per un po’, dopo il giro di boa, ma poi si sono dissolte, coperte dalla neve. No no, queste qui sono altre. Chissà da quant’è che mi accompagnano? Non ci ho proprio fatto caso; stento a tener gli occhi aperti, i fiocchi, ora veri fiocchi come si deve, ci s’infilano malandrini. Corro in aperta campagna, tutt’intorno bianco, neve, nessun rumore, le cascine che so essere qui nei paraggi, avvolte nella nebbia – ma quanto di quel che vedo è nebbia, e quanto l’immagine sfocata ed incerta che giunge al mio unico neurone dai miei occhi un po’ scassati di miope senza speranza? Persino i cani sembrano essere in ferie, quasi tutti, a parte uno, l’inflessibile guardiano dell’ultima cascina prima del mio punto di svolta e ritorno. Lui no, il bestione bianco c’è sempre; anzi oggi, in perfetto mimetismo con l’ambiente, avrebbe anche potuto tendermi un agguato… Ma non è stato un buono stratega; il suo vocione tuona già da due chilometri di distanza!
Orme grosse, di un gran piedone, e falcata lunghissima, impressionante. Orme lasciate da poco, che la neve non ha ancora riempito. Chissà chi, chissà dove? Lungo questa strada piatta e bianca che sembra tanto un’immensa pista di coca, e peccato che non abbia con me una cannuccia, chissà chi altro c’è a farmi compagnia. Chiunque sia, ormai è troppo lontano, mi sa, e con quella falcata lì, non lo acchiappo nemmeno se mi metto a piangere in cinese. Però inconsapevolmente seguo quella traccia, anche se ne resto un po’ discosta, quasi per rispetto della sua bellezza, della precisione di quel passo che sembra disegnato così apposta, tanto è regolare. Anche se sarà la neve, presto, a colmare quel che resta del passaggio del misterioso podista.

Mi lascio guidare dalle orme, mentre penso a momenti e luoghi lontani anni luce da qui, passati e futuri, e lascio che il battito del cuore, ormai indifferente al ritmo sempre perfettamente uguale della corsa, acceleri all’improvviso mentre gli occhi vedono il sole che si abbassa alle mie spalle mentre risalgo la strada delle Gole del Verdon, gli ultimi tornanti prima dell’Umbrail Pass quando alle spalle ci son già nove salite e più di quattrocento km sui pedali, la panchina di Frassino quando son due notti che quasi non dormi e devi ancora salire al Colle di Sampeyre e poi a Montemale e chissà quant’è distante Cuneo e pensi che non ce la farai mai e tantovale buttarti a dormire qui e non pensarci più… Vedono una bellissima notte stellata a duemilaquattrocento metri di quota, a cercare di prendere almeno un po’ di sonno in un giaciglio di fortuna in mezzo ad un prato, sotto un telo termico, un’altra splendida notte con la luce della luna che rischiara il Monte Bianco davanti a te, e tu tremi e batti i denti per il freddo ma non c’è proprio nessun altro luogo al mondo in cui vorresti trovarti adesso, sola. E poi tornano a veder le orme, sempre fedeli, sempre accanto, anche oltre al bivio, anche se, man mano che i chilometri scorrono, la strada si fa più soffice, i piedi affondano e tornano su come nella sabbia. Un po’ a destra, un po’ a sinistra, tanto qui non passa nessuno già nei giorni ordinari, figuriamoci poi oggi, Natale, ora di pranzo, con la neve.

Sarà stupendo il 2009, se riuscirò davvero a tradurre i miei sogni in realtà. Almeno, ci proverò, anche se ogni anno gli obiettivi sono sempre più ambiziosi, e quasi mai ce la faccio, a raggiungerli. In fondo, però, sognare non costa nulla, e tantovale allora farlo in grande, guardarmi come se fossi spettatrice all’arrivo del Raid Provence Extreme, della Race Across the Alps, immaginare cosa diavolo possa essere davvero una corsa ciclistica che qualche individuo dotato di sadico umorismo ha pensato bene di battezzare “Tortour”. E magari anche scrollarmi via un po’ di neve dalla giacca: altrimenti, sembro davvero un pupazzo. E’ ora di tornare giù con i piedi per terra, perché si sentono i rumori dell’autostrada, pochi chilometri e sarò a casa. Un vero atleta non si accontenterebbe certo dei miei ventidue km; anzi, sarebbe felice di affrontare con sprezzo del pericolo la furia degli elementi. Ma qui, in questo istante, non ci sono elementi infuriati, c’è solo la neve che scende pigra e placida, appena un po’ scombussolata da un leggero vento che mi appiccica i pantaloni impermeabili alle gambe, dal ginocchio in giù dove il pantaloncino non arriva. E non ci sono nemmeno veri atleti. Quindi rinuncio a qualsiasi deviazione e punto dritta verso casa; se potessi, col pensiero farei levitare il cartoccio del latte verso la tazza e la tazza verso il forno a microonde, per trovarla già bella calda e fumante al mio arrivo.

Quasi mi spiace quano, all’ultimo bivio, le impronte del mio collega virtuale girano di là, a sinistra. Torno ad essere sola in mezzo alla campagna; troverò ancora le tracce diagonali delle zampine del leprotto, ma non ci sarà più nessuno a correre accanto a me. Beh, chiunque tu sia, anonimo podista, non ci siamo incrociati per un pelo. Con quel passo lì, non sei certo uno di quelli che oggi si improvvisano corridori solo per espiare le abbuffate dei giorni scorsi. Sei di certo uno che, come me, ha cercato la solitudine e l’ha trovata qui tra i campi. Sei uno che, come me, sta trascorrendo il giorno di festa nel migliore dei modi possibili, per te come per me. Chiunque tu sia, anonimo podista… Buon Natale!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!