Oggi ero in crisi di astinenza da salita…

… e così ho deciso di farmene un’abbuffata, scegliendo una delle poche salite, qui nei paraggi, che danno la soddisfazione della montagna e sono però praticabili tutto l’anno o quasi. Per la precisione, la strada che da Bagnolo Piemonte sale a Montoso, questa qui:

E’ una salita che mi piace da matti, sia in bici che a piedi, di corsa. In particolare, adoro il tratto tra Bagnolo e Montoso, dieci km a pendenza sostenuta, con pochi, pochissimi brevi tratti di respiro. L’unica pecca è che questo tratto è corto, rispetto alle belle salite alpine che si possono fare d’estate, ma non lamentiamoci sempre! Da Montoso in poi, la strada mi piace meno, perché la pendenza diventa irregolare, alternando tratti di falsopiano, persino qualche breve tratto di discesa, a strappi duri. E, soprattutto, l’asfalto è un disastro, credo per via del traffico di camion delle cave.

Stamattina, poco dopo le nove, eccomi a Cavour. La pianura mi ripugna, è vero, ma almeno quei sei km fino a Bagnolo, per riscaldamento, li devo fare! La giornata si presenta nebbiosa ed umidissima: la strada è bagnata, sembra che abbia piovuto di recente. Bah, poco male, scarico la bici e parto. Non fa per niente freddo, anzi, la temperatura sembra tiepida, in confronto ai giorni scorsi! Mi sa che la scelta dei pantaloni 3/4 è stata azzeccata. Ovviamente ho con me il fido zaino, zavorrato per bene, per l’occasione. A giugno mi attende la Super Rando della Fausto Coppi, in cui porterò a spasso per i monti un bagaglio stile trasloco… Mi devo abituare! Anche se, in realtà, lo zaino è quasi sempre parte di me, in bici. C’è chi storce il naso, ma io lo trovo comodissimo. Non è certo il peso dello zaino, che rovina la mia prestazione!!! E’ già rovinata di suo, in partenza!

Pochi noiosissimi km e sono a Bagnolo. Rotonda, via, si sale. 34×26 quasi subito: non ho preso la ruota con il 29, me ne pentirò? Mah. Comincio a sudare in modo indegno fin dalle prime rampe: sarà questa umidità tremenda che c’è oggi! Sono ai piedi della montagna, ma la nebbia non molla. Cerco di capire come vanno le gambe. I drittoni iniziali sono una vera sofferenza: mi sembra di dover convincere le gambe a scendere, ad ogni singola pedalata, che tormento! Vabbè dài, pian piano. Tanto, lo so già, mi ci vuole almeno una salita tosta, per riuscire a partire bene, come quelle auto a diesel che dovevano stare accese una vita prima di poter partire…

Ormai, di questa salita, conosco ogni singola curva. Il tratto critico sono le rampe dei primi tre o quattro km: pesanti più ancora per la testa, che per le gambe. Sarà per questo che io adoro l’Alpe d’Huez? Mi piacciono tanto i tornanti… Per fortuna, arrivano anche quelli. Un po’ di respiro c’è, se li si prende il più possibile all’esterno. Altro punto noto, la fontanella sulla sinistra, poi un bel po’ di curve su e giù. La strada è bagnata, c’è tanta sabbia: addirittura, se tento di alzarmi in piedi sui pedali, la ruota posteriore scivola! Ci sarà da divertirsi, in discesa.
La nebbia avvolge la pianura, non si vede nulla. Qualche camion che va su e giù c’è, anche oggi che è sabato: mi tocca fare un po’ di metri in apnea, quando li incrocio o vengo sorpassata!
I tornanti permettono di prendere rapidamente quota, fino al tratto fatidico dove c’è il cartello che indica la pendenza. A dire il vero, non ricordo se dica 14% o 16%, ma quell’ultimo tornante è una vera coltellata nelle gambe. E poi, il peggio è che quasi metà della strada, sulla destra, quindi per me che salgo, è stata risistemata non con l’asfalto, ma con cemento “grattato” che rende davvero difficile pedalarci sopra, soprattutto con quella pendenza. Finché posso, resto in centro strada, ma ogni tanto devo cedere il passo ai camion e allora sono dolori! Per fortuna, il tratto è breve e l’asfalto, poco prima dell’abitato di Montoso, torna normale.
Poco prima delle case, la strada spiana; mi volto verso la pianura e mi rammarico di non aver portato la macchina fotografica. Si vedono le cime delle montagne tutt’intorno, si vedono persino i monti della Val d’Aosta, ma la pianura no, è coperta da un morbidissimo mare di nuvole bianche. Che spettacolo!
Arrivo al paese, mi fermo, metto la giacca, sgranocchio qualcosa (nonostante la mia dose abbondante di tortellini al formaggio per colazione, ho già fame!!!!! Sono proprio una fogna!) e via in discesa. Qui, come al solito, sono in crisi: data la mia proverbiale abilità in discesa, su queste pendenze e con il fondo sporco, bagnato ed abbastanza viscido, scendo giù a freni tirati, al punto che a metà discesa ho già un gran male alle mani. Non è normale, impiegare ben oltre venti minuti per dieci km di discesa… Ma che ci posso fare se ho paura? Non sono proprio capace!

Arrivo giù alla rotonda di Bagnolo, giro intorno alla rotonda e via su, un’altra volta. Tengo la giacca per un buon km, prima di riscaldarmi un po’. Poi rapida sosta, me la levo e riparto. Stavolta le gambe stanno meglio, da subito. Non voglio esagerare, ma sento che girano bene, anche nei punti in cui, prima, facevo una faticaccia dannata a spingermi su. Ormai mi conosco, è sempre così! Per far bene una salita, devo prima farne un’altra! I drittoni iniziali fanno meno male, passano in fretta. Qualche raggio di sole sembra voler fare capolino in mezzo alla nebbia! Mi sa che, tra poco, uscirà fuori una bella giornata. Infatti, basta salire di qualche centinaio di metri che c’è già il sole: sembra incredibile, ma l’asfalto asciuga in fretta! Pedalo con buona lena su per i tornanti: ma possibile che, ogni volta che salgo, tenti di contarli e mi venga fuori sempre un numero diverso? Mah, sarà la carenza d’ossigeno per la fatica…

Conosco a memoria anche le voci dei cagnoni che abbaiano dalle casette lungo la strada. Mi accompagnano loro verso lo strappo finale, per la seconda volta. Però, mi pare che nel frattempo, questo strappo, l’abbiano spianato un po’… Lo salto senza grossa difficoltà ed arrivo a Montoso. Il mare di nuvole non c’è già più; si intravede la pianura attraverso la nebbia che è già meno fitta. Appena prima delle case, una folata di vento crea mulinelli di foglie secche: ma no, non ci siamo, quest’immagine cosa c’entra, adesso, al primo di marzo? E’ autunnale!
Altra sosta, giacca, altra discesa. Anche la seconda discesa va un po’ meglio della prima – solo un poco, però. I freni si arroventano comunque. Il male alle mani è una costante: riuscirò a tenere le leve ben strette fino alla fine? Speriamo! Sentire la bici che tende a scappare così veloce mi mette il panico, anche se cerco ogni volta di controllarmi. Sulle rampe finali verso Bagnolo, un buon discesista farebbe numeri impressionanti… Io invece scendo con i freni che mordono disperatamente i cerchi: quando il mio meccanico si domanda come diavolo faccia, io, a disintegrargli i cerchi con frequenza inaudita, gli rispondo che dovrebbe venirmi a vedere qualche volta…
Anche questa discesa è finita.

Avevo detto “salgo tre volte”, e tre volte salirò. Altro giro intorno alla rotonda e via, terza salita. Le gambe stanno ancora bene, non sento dolore né particolare stanchezza. Sono proprio soddisfatta! Però, mantengo comunque un ritmo molto tranquillo, tipo carro funebre, perché la strada è ancora lunga e l’allenamento di marzo è quel che è. Le mie varie “mete ideali”, intermedie, son sempre più vicine l’una all’altra: Villar, il primo tornante, la fontanella. Stavolta salgo con il sole, un po’ pallido e velato, ma adorabile per il calduccio che sento, grazie anche all’abbigliamento nero. La stanchezza si fa un po’ sentire tra i tornanti, ma mi distraggo pensando ad altro: ho sempre la testa tra le nuvole, quindi ci riesco bene!
Sullo strappo finale prima di Montoso, questa volta, fatico per bene: ormai i muscoli sono duri, ma acconsentono, ancora una volta, a portarmi fin su.
Almeno adesso, però, s’ha da fare, la salita a Rucas. In fondo sono ancora trecento metri di dislivello: non è tanto questo, che mi peoccupa, quanto lo stato della strada. Infatti, nel tratto delle cave, mi tocca fare lo slalom tra i crateri, per non parlare poi dello strato di fango che o appiccica le ruote a terra, o fa rischiare la scivolata ad ogni metro. Vabbè, se anche cado, sto andando talmente piano che non posso farmi troppo male!
Ultimo tornante ripido, poi arrivo alle antenne ed al tratto in cui la strada scende un po’. Infine il piazzale degli alberghi: non alzo nemmeno lo sguardo, quegli obbrobri architettonici mi mettono una gran tristezza… Robaccia che andrebbe rasa al suolo, per quanto deturpa il paesaggio! Per carità, io non sono un architetto, ma credo che non fosse così difficile concepire qualcosa di appena meno orrendo…

Per l’ultima volta, mi vesto e scendo giù. Ormai ho le mani ed i polsi che chiedono disperatamente pietà: con tre discese così ripide e così ravvicinate, sono a pezzi!
In fondo alla discesa, a Bagnolo, incontro i primi due ciclisti della giornata: due che, a giudicare dall’aspetto, saranno in cima prima ancora che io abbia finito i sei km di pianura che mi separano dall’auto! Amen, c’è chi può… Io no!!!

Odio intensamente quei sei km. Meno male che passano abbastanza in fretta. Carico la bici, me stessa e via, a casa. Ho messo insieme 80 km e circa 2.900 mt di dislivello. Domani è un altro giorno e si va a pedalare in Langa!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!