Provenza – 7/8 dicembre 2008 – I giorno

Le cifre rosse della temperatura campeggiano impietose sullo stabilimento della Maina, quando l’autostrada passa nei pressi di Marene: sette gradi sotto zero. Chissà se è giusto: la Opel non me ne può dare conferma; lo schermo su cui dovrebbero comparire data, ora e temperatura ha reso l’anima molti anni fa e nessuno s’è mai curato di farlo sistemare. Tanto, in soldoni, a che serve? Me ne accorgo da sola, che fa un freddo boia; lo vedo nell’aria limpidissima e nello scintillio dell’asfalto e della neve ghiacciata a bordo strada. Quel che è peggio, lo sento nelle curve del tratto appenninico, dove l’auto tende a pattinare un po’. Non ha gomme termiche, povera bestia; ha gomme vecchissime e chissà quanto consumate, ma poco male; non c’è nessuno nel raggio di chilometri, ergo posso appropriarmi dell’intera carreggiata e raddrizzare le curve per quanto possibile.
Mi tornano in mente i viaggi a Savona di quand’ero piccola: la minuscola A112, l’autostrada ad una sola corsia per ogni senso di marcia, le due ciminiere della centrale di Vado Ligure che segnavano la fine della lunga marcia. Stanotte no: sono le quattro e mezza e Savona è solo la prima tappa del viaggio. Ho appuntamento con Matteo appena fuori dal casello: dopo aver sbagliato strada un paio di volte, evento per me direi fisiologico, scorgo nelle tenebre una losca figura, uno zaino enorme, un paio di ruote. Evito per un pelo di travolgerlo: eccolo qui!
Ben poco educatamente, esco un nanosecondo dall’auto e ci rientro subito: le operazioni di carico preferisco seguirle dall’interno, dove non è che faccia caldo, ma almeno non si iberna! Pochi minuti e rieccoci in autostrada: in fondo, il vero viaggio inizia qui, in due, entrambi in fibrillazione per l’avventura ed ansiosi di arrivare, di scoprire cosa troveremo laggiù. E’ un’emozione che entrambi conosciamo bene…
I km scorrono veloci con le chiacchiere; arriviamo a Nizza in un attimo, poi fuori, basta autostrada, si va su per i monti. E già comincia, ben prima del previsto, lo spettacolo. Ci lasciamo alle spalle Grasse e saliamo lungo una strada ampia, dalla pendenza morbida, su per i fianchi di montagne arrotondate, pelate come zucche: direi che questo è un posto caldo, molto caldo, di sole cocente, di sete; probabilmente lo è davvero, nella bella stagione, che qui è senz’altro molto lunga. Ma oggi è il 7 dicembre e non ci si salva, nemmeno qui. Le cime di fronte a noi sono imbiancate, solo una spruzzata, ma è già molto, visto che parliamo di monti affacciati sulla costa. E ci basta valicare il primo colle, infilarci nell’interno, perché crolli qualsiasi speranza di incontrare, oggi, il conforto di un po’ di tepore. Quel che vediamo è una landa desolata, bianca: non solo di neve, ma di vivo, spesso, inconfondibile ghiaccio. Ghiaccio sono le colate d’acqua attraverso la strada, ghiaccio i candelotti che pendono dalle rocce, ghiaccio l’erba sui pendii. Il sole qui non è ancora arrivato; l’alba è giunta da poco, ma i raggi scalderanno questo posto solo tra parecchie ore, e per un tempo brevissimo. L’auto pattina vistosamente sulle ampie lastre di ghiaccio; mi tocca procedere con le ruote di piombo e guai a toccare i freni. Sono, anzi siamo, a bocca aperta: le stime su quanto possa essere bassa la temperatura si sprecano. Tutto, indistintamente, bianco, tutto in ombra, tutto immobile, cristallizzato, addormentato. Un colle, poi un altro ed un’altro ancora, salite sempre dolci lungo questa strada enorme e perfetta, che mi chiedo cosa stia a fare in questo luogo che pare deserto. Ogni tanto compare qualche casupola, qualche locale, ma tutto immobile in mezzo al bianco; sembra un paesaggio irreale, mette quasi paura, anche se qualche altra auto in viaggio c’è.

Ho lo stomaco in fondo ai calzini quando finalmente si arriva a La Palud, a due passi due dalle Gorges du Verdon. Si vede che guido talmente male, ma talmente male, che mi patisco da sola. E quel che vedo intorno a me non mi conforta per niente: ancora ghiaccio sull’asfalto, auto che potrebbero avere i colori di Arlecchino ma in questo momento sono tutte, uniformemente, bianche. Mi assale la preoccupazione: come posso pensare di mettermi in strada con la bici da corsa, in queste condizioni? Mi spaventano le dieci e più ore di viaggio che presumo mi attendano, ma soprattutto mi terrorizza l’idea di scivolare. L’incontro ravvicinato tra la mia faccia e lo spigolo di una rotonda, dello scorso gennaio, me lo ricordo ancora bene! Per fortuna c’è Matteo che, con la sua calma olimpica, riesce sempre a fare da contrappeso alle mie fobie. Mi guardo intorno. Poco fa abbiamo superato l’incrocio con la Route de Cretes, quella che porta dritta verso le gole, e un brivido, questa volta non di freddo, mi ha attraversato la schiena. Del Raid Provence Extreme dello scorso maggio, quello è uno dei tratti che ricordo in modo più nitido. Era notte fonda; la strada su in alto non si vedeva, ma sapevo che avrei dovuto superare alcune rampe impietose, per poi buttarmi giù lungo una discesa che di giorno fa venire, garantito, le vertigini. Già, me l’ero quasi dimenticato, ma il Raid Provence Extreme è la ragione prima per cui oggi siamo qui. E’ Matteo che tempo fa ha lanciato l’idea: ovvio che, in due giorni a dicembre, non possiamo pensare di provare l’intero percorso di seicento e rotti km, ma possiamo sbirciarne almeno una parte, soprattutto quella che, rispetto all’edizione del Raid 2008, presenta qualche modifica.
Neve e ghiaccio… E’ tutto quel che ho davanti agli occhi mentre osservo Matteo che sistema il suo enorme bagaglio sul portapacchi della bici. E’ una struttura portentosa: chissà come fa a stare su; è perfetta, ha una forma tondeggiante senza nemmeno una sbavatura… Certo che avrà il triplo del carico che ho io nello zainetto! E l’ottanta per cento, conoscendo il mio pollo, è cibo. Cinghie, lacci, laccetti ed abili manovre: voilà, ci siamo, il dado è tratto. Tocca partire. Se riesco a muovermi, dato che sono già ibernata!

Il sole che a La Palud aveva appena fatto capolino, ci abbandona subito mentre imbocchiamo la strada verso Moustiers. Figuriamoci: i primi due km sono blanda salita, e già qui io litigo con la fisica e la mancanza di stabilità. Addirittura, in qualche punto, attraverso a piedi il lastrone di ghiaccio, rischiando anche così di volar per terra. Vorrei godermi lo spettacolo intorno a me, ma proprio non ce la faccio, tali sono la paura e la tensione che mi paralizzano le braccia ed i due neuroni. E fa freddo, dannatamente sempre più freddo! La discesa non è lunghissima, ma diventa eterna se fatta a venti all’ora quando va bene, con la sensazione di scivolare ad ogni metro, l’occhio fisso a cercare ogni parvenza di ghiaccio anche dove il ghiaccio non c’è. Tutto quel che vedo è l’asfalto, un po’ di bordo strada con l’erba bianca di brina, i candelotti trasparenti che brillano in naturale prosecuzione del filo d’erba a cui sono appesi. Le mani, speriamo che almeno le mani resistano, che le dita non si irrigidiscano; speriamo che la discesa finisca, perché sto congelando! Ed è un misto di rabbia e paura quello che si sta facendo beffe di me, lo conosco bene ed ogni volta ci casco, anche se Matteo fa tutto quel che può per rassicurarmi e per distrarre la mia attenzione dall’ossessione. Se persino lui dice che fa freddo, allora fa freddo davvero. Ho fortissimi dubbi di riuscire, in queste condizioni, a percorrere i centosettanta km che abbiamo messo in preventivo per oggi. Come farò a resistere, se già adesso ho i brividi ed ho male, ma davvero male, a tutte le dita, mani e piedi?

La vista del lago alla mia sinistra mi rincuora un po’: stiamo finalmente arrivando alla civiltà. Non ho visto nulla dei quindici km che mi sono appena lasciata alle spalle, non saprei dire se il panorama fosse bello o meno. Spero solo, con tutto il cuore, che, allontanandoci dalle gole, il clima diventi un po’ meno nemico. Intanto, i brevi tratti di risalita, quelli che di solito detesto, mi sono preziosi per riscaldarmi un po’. Primo bivio, a destra per Moustiers: pian piano, i ricordi riaffiorano, le immagini, i luoghi. Se dovessi descrivere, sulla carta, il tragitto del Raid che ho percorso la scorsa primavera, dapprima in prova e poi in corsa, non ne sarei in grado, ma qui, ora che ci sono, pian piano rivedo i particolari. Un po’ di salita, alla rotonda dritto e poi giù; ha inizio l’interminabile serie di saliscendi che mi ridurrà a brevissimo le gambe in pappa. Davvero, mi domando che ci faccio, io, qui su un tracciato di questo tipo, proprio io che non sopporto, né nel fisico né nella mente, i percorsi ondulati, su cui soffro moltissimo. Però adesso, finalmente, c’è il sole. Fiacco, ancora timido a quest’ora, ma c’è e riscalda il cuore prima ancora dei muscoli. La tensione si scioglie pian piano con la neve a lato strada, anche se non bisogna abbassare la guardia, perché, nei tratti in ombra, il ghiaccio è sempre in agguato. Non avrei davvero mai detto che questi luoghi, roventi già a primavera, potessero essere, in questa stagione, tanto inospitali. Eppure il cielo è blu come non mai, il sole splende, ma sembra quasi che i suoi raggi siano freddi. Puimuissons, poi Valensole; colline dolcissime, tutt’intorno i campi di lavanda, le piante disposte a file che accompagnano e sottolineano i morbidi declivi. E sullo sfondo, lontano, spunta il Mont Ventoux nella sua livrea invernale, con la vetta innevata appena un po’ più bianca di quanto già appaia nella bella stagione, quasi accecante per i raggi del sole che accentuano il colore delle pietre e della sabbia, il paesaggio lunare, come viene spesso definito. Il Ventoux, e più in qua le Alpi, almeno, direi che, per esclusione, può trattarsi solo delle Alpi; vette ben più alte, cariche di neve, nitide, belle. E’ là che vorrei poter pedalare, in realtà; mi manca la salita vera, mi manca la quota, guardare il mondo dall’alto quando l’alto te lo sei conquistato con la fatica dei garretti. Ci vorrà ancora qualche mese di pazienza, l’inverno è appena all’inizio.

Fatico, ma non posso che dare ragione a Matteo, quando osserva che tutto questo è molto rilassante. E’ vero, questo ambiente dolce, un po’ addormentato nel letargo invernale, ispira pace, tranquillità, anche se poi io litigo con i saliscendi. Matteo non scappa, resta pazientemente accanto, permettendomi così di godermi il viaggio senza angosciarmi di continuo perché causo ritardo nella marcia. E’ tormentato da una tosse che non gli dà tregua, poveretto, chissà che non abbia la febbre; però è qui lo stesso, perché l’entusiasmo è più forte di qualsiasi malanno, perché in lui c’è quella vena di follia che me lo fa apprezzare ancor di più. Un comune mortale sarebbe a letto con la tisana sul comodino e la borsa dell’acqua calda sui piedi. Ma lui non è un comune mortale… Per fortuna!

A Puimuissons non potrei sbagliare, mi sembra d’esserci stata ieri; si svolta a sinistra e poi a destra, imboccando una stradina quasi interamente rettilinea che ci conduce a Valensole, non prima d’averci offerto ancora una volta lo spettacolo delle cime. Non si può correre, qui, neanche volendo. Tutto ispira pace, calma, tranquillità. Solo a Valensole c’è un po’ di movimento; quasi cerco con lo sguardo il punto di controllo e ristoro a cui è obbligatorio timbrare il cartellino, nel Raid ufficiale, due volte, prima e dopo la gara. Mi sembra ancora di vedere il tavolino imbandito e gli indaffarati volontari intenti a preparare panini e caffé solubile. Incredibile, quanto un’avventura possa conficcarsi nel cuore e nei ricordi, riaffiorare quasi come sensazione sulla pelle a distanza di tanto tempo. Significa che l’hai vissuta davvero!
Da Valensole, ha inizio un lunghissimo tratto di pianura, leggera discesa, verso il Pont de Mirabeau. In realtà non è poi così lungo, saranno venti km, ma è orrendamente dritto e piatto. Matteo si mette davanti e, contrariamente a quel che temevo, prende un’andatura semplicemente adorabile, che non faccio fatica a seguire. Un breve tratto in ombra, che credo in questa stagione non venga mai raggiunto dai raggi del sole, ci ributta nella ghiacciaia: alla nostra sinistra, un pendio ripido che nasconde la strada alla luce diretta del sole; a destra, un campo di granoturco, alto, con le pannocchie ben formate, vista decisamente insolita per la stagione, almeno dalle mie parti. Viaggiamo verso Greoux Les Bains, soprattutto, verso la pappatoria: siamo vicini all’ora di chiusura dei negozi… E dobbiamo assolutamente procurarci qualcosa per la cena!

A Greoux non troviamo alcun minimarket; decidiamo di rischiare, proseguendo verso Vinon sur Verdon. Alla peggio, ci fermeremo lì. Ancora qualche km di pianura interminabile e poi ecco il paese: c’è persino il mercato; un banchetto sepolto di forme di formaggio di ogni tipo provoca una rivoluzione dei succhi gastrici. Dalla partenza, un bel po’ di km fa, io non ho ancora toccato cibo; non oso nemmeno immaginare cosa sia già riuscito ad ingurgitare invece l’inceneritore ambulante che mi fa compagnia oggi.
Panetteria o negozietto di alimentari? La scelta cade su quest’ultimo, che scopriamo, con sorpresa, essere gestito da una concittadina di Matteo. Che bello sentire qualche parola di italiano! Mi riprometto spesso di imparare almeno un po’ di francese, almeno i rudimenti, visto che viaggio oltralpe spesso e volentieri… Ma poi non lo faccio mai, per mancanza di tempo, o meglio, per pigrizia!
Incuriosita, chiedo alla signora come mai, da Genova, si sia trasferita qui: in un attimo, mi racconta la storia della sua vita; ha gestito per anni un bar trattoria nel capoluogo ligure, poi ha raccolto l’invito della sorella e s’è trasferita a Vinon, e ne è soddisfattissima. Ci posso credere, questo posto è un paradiso; anche se il freddo invernale, a quanto pare, è feroce, credo che sia davvero breve.
Quasi mi spiace non poter restare a fare ancora quattro chiacchiere, ma non possiamo permetterci di perdere tempo: le ore di luce sono poche. Toccata e fuga alla boulangerie accanto, dove prendiamo due brioche da sbafare subito, più una pagnotta per la sera. Vedo la pagnotta intera… Ed allibisco trovandomela in mano, tre secondi dopo, sezionata in almeno una ventina di fette, se non di più. Fenomeno paranormale o macchina apposita?

Trangugiamo le brioches e ripartiamo. 11 km al Pont de Mirabeau: suvvia, s’ha da fare. Almeno si sta con la schiena al sole, e pazienza se si viaggia su uno stradone enorme, accanto ad un corso d’acqua artificiale, sulla piatta piattura. Passata quella che sembra essere una base militare, il ponte è già là in fondo. Certo che, all’inizio di maggio, qui il sole del primissimo mattino era già cocente! Ritrovo la pensilina del bus sotto cui mi ero fermata a dormire qualche minuto, dopo quasi quattrocento km di marcia, al mattino presto: che emozione…

Superato il ponte, ricordo di dover imboccare la seconda strada a sinistra, di cui ho ancora viva la memoria: asfalto disastroso, puro dolore per il soprasella e per le mani. Salita breve e blanda verso Beaumont de Pertuis, poi ancora strada verso La Bastide, mentre Matteo fa già altri programmi, mi parla di un itinerario a piedi che vorrebbe tentare in unica tappa, verso la costa, un luogo caro agli appassionati di arrampicata ma accessibile anche agli escursionisti scarsi come me. Sì, l’idea mi piace, aderirò volentieri quando sarà il momento: però, tra una chiacchiera e l’altra, riesco a distrarmi ed a perdere la strada giusta. Sono davvero un caso disperato: è la terza volta che passo di qua… Eppure ho svoltato a destra all’incrocio prima di quello dove avrei dovuto girare. Come diavolo posso pensare di concludere una randonnée, se ho il senso dell’orientamento di un comodino bendato?

Arriviamo alle porte di Pierrevert, dove Matteo si ferma ed estrae la carta. Eh sì, poco da fare, abbiamo sbagliato strada. E’ evidente che il nome di Pierrevert me lo ricordavo a sproposito. E qui è il dubbio amletico del randonneur: tornare indietro e reimmettersi sull’itinerario prestabilito, oppure ricongiungersi per altra via? Visto che il tempo a disposizione stringe, scegliamo la seconda opzione; scendiamo in direzione Manosque, poi ci immettiamo lungo la salita che da Manosque ci allontana, andando in direzione Reillanne. Matteo ammutolisce e si flagella per l’errore: ok, è vero, lui ci teneva a vedere il percorso giusto, visto che ha intenzione di tentare il RPE nel 2009 (tentare, nel suo caso, non è il termine corretto; ci riuscirà). Ma non vedo il dramma! Pazienza, abbiamo sbagliato, aggiungeremo una decina di km, una goccia nell’oceano! E poi tutto sommato sto bene, non sono nemmeno disfatta; le gambe girano ancora discretamente. E’ qui, in salita, che addento la seconda razione di cibo del giorno; una merendina, dopo la brioche di Vinon. Scolliniamo, discesa e direzione Cereste, per un lungo tratto di pianura ed un bel viale d’ingresso al paese. Passiamo davanti alla boulangerie dove a maggio, nel viaggio di ricognizione con Mik, ci eravamo fermati a fare incetta di pizza e leccornie varie: ma oggi, domenica pomeriggio, è tutto chiuso, e comunque non ne avremmo il tempo. Le ore di luce saranno già strette così; la previsione, al momento, è di viaggiare un’oretta al buio. Previsione sbagliatissima: ma, per fortuna, non lo sappiamo ancora. Qualche km di discesa, poi svoltiamo a destra in direzione Viens: salita dolce e breve, che conduce ad uno dei caratteristici paeselli con le case color sabbia, anche qui ad indicare clima caldo… Quasi sempre.

Gignac, Rustrel, le località indicate sui cartelli stradali mi tornano man mano familiari; dopo Viens, si va a St Saturnin d’Apt, altro gioiellino tra i tanti in questa zona. Ormai il sole è basso all’orizzonte, le ombre lunghissime; la temperatura ha perso quei pochi gradi faticosamente guadagnati a metà giornata, anche se, per fortuna, non fa ancora freddo come stamattina. Breve pausa per montare le luci sulla bici ed indossare il giacchino rifrangente, poi via, ancora, nel tramonto. “Quattro e mezzo al bivio – sentenzia Matteo – cinque e mezzo in salita e siamo a Murs”. Bene, la cosa non può che farmi piacere. E’ vero che ormai sono abituata al nottambulismo ciclistico, ma non in questa stagione, io che sono tremendamente freddolosa. Non so perché, ma l’idea di protrarre il viaggio al buio mi inquieta un po’. Per fortuna, almeno sulla carta, gli ultimi km sono in salita, una salita a tratti ardua; ci si scalda e poi ci si tuffa sotto una doccia calda. Già, la doccia… Non oso chiedere a Matteo, non mi va di fare la menagramo: ma sei sicuro che, in quel paesello dimenticato dal mondo che troveremo lassù, qualcuno ci accoglierà per la notte? Io ho qualche dubbio… Va bè, preoccupiamoci di una cosa per volta. Quando saremo lassù, vedremo, ma, chissà perché, non oso sperare che il viaggio si concluda a Murs. Salgo salgo e non vedo nulla intorno a me, non una luce, niente che faccia pensare alla presenza di un paese; è evidente che lo stesso dubbio è sorto a Matteo, che un attimo dopo si domanda ad alta voce: “Ma ci sarà davvero, il paese?”

C’è; per esserci, c’è. Appena ci arrivo, rischio la collisione con un furgoncino che vende pizze, fermo a bordo strada; un’attrazione fatale. Mi rimetto in carreggiata e seguo Matteo nella ricerca di un ricovero: qui a Murs dovrebbero esserci due locali, ma sono chiusi. E’ tutto silenzioso e morto; butto lo sguardo oltre la finestra illuminata di una casa e quasi quasi spero che qualcuno esca ed offra ospitalità… Sì, mia nonna! Un cartello sulla sinistra indica “Chambres d’Hotes” a un km e mezzo, giù per una stradina secondaria, ed io ho già il cuore in gola e la certezza matematica che saranno chiuse. Scendo con cautela, seguo Matteo che punta deciso in direzione dei cartelli. Ci infiliamo in un tratto di strada sterrata, in mezzo al bosco: ma qui non si vede nulla, non c’è una luce; non è possibile che ci siano chambres d’hotes aperte. Matteo guadagna terreno, mentre io combatto faticosamente con fango, buche e ghiaia per restare in piedi, e tra me e me maledico… Chi? Già, la cosa più indisponente è proprio non avere nessuno su cui scaricare la colpa! In questa situazione disgraziatissima mi son cacciata di mia spontanea iniziativa. Avrei dovuto immaginarlo, che a dicembre qui non ci fosse trippa per gli albergatori & affini. Incespico ed abbatto santi finché mi ritrovo nel cortile di un piccolo edificio: c’è anche un’auto parcheggiata, ma è tutto chiuso, e buio. Meglio che me la fili, prima che il proprietario decida di uscire con la doppietta! Torno al bivio precedente, dove sento la voce di Matteo, qualche metro più in su: c’è un’abitazione illuminata, incredibile, quasi un’apparizione extraterrestre in questo luogo sperduto; ma è una casa privata.

Ho il morale sotto le tacchette, sono preoccupatissima e sconcertata. E arrabbiata: mi dispiace, perché finisco per causare a Matteo un senso di colpa per una colpa che non esiste affatto; me ne accorgo dal modo cauto in cui mi si rivolge, quasi avesse paura di maneggiare dinamite… Avrei voglia di sfogarmi, è sempre così quando sale la rabbia; ma non è il momento, non sarebbe produttivo, non servirebbe a nulla se non ad incrinare la magia di questo splendido e, una volta tanto, totale accordo che s’è creato tra noi oggi. Gian, cerca di mantenere la calma; non è successo nulla; si tratta solo di sopportare ancora un po’ di strada. Non può essere molto tardi; è buio, vero, ma saranno al massimo le sei e mezza… C’è ancora tempo per trovare posto. Decidiamo di scendere a Gordes, che è un paese un po’ più grande, nella speranza di scovare un tetto ed un materasso. Ancora un tentativo a vuoto nei primissimi km di discesa: poi, quando meno te l’aspetti, quando già la stanchezza ha preso il sopravvento e sobilla la rabbia, la preoccupazione, quando il freddo è ormai pungente… La sorpresa: sulla destra, un’indicazione, “Chambres d’Hotes”. E soprattutto… “Ouvert”! Stento a crederci… Matteo suona la campanella. Mi affloscio come un palloncino sgonfiato, tale era la tensione, che si tramuta immediatamente in euforia, a stento trattenuta, fino al liberatorio “Oui” della gentilissima padrona di casa. Incredibile, è finita, davvero!

Solo adesso riesco a guardarmi intorno ed a notare che siamo capitati in un posto meraviglioso. Un complesso di tre piccole costruzioni con i muri in pietre sporgenti, lindo, ordinato, molto molto bello. A noi tocca la camera “ocra”: è da un po’ che il riscaldamento non viene acceso, ma, ci informa la signora, basta avviare il calorifero al massimo. Prima ancora che io possa notarlo, la padrona di casa raccoglie con cura dal pavimento un piccolo scorpione: lo osservo da vicino con meraviglia, non ho mai visto uno scorpione vivo; vorrei tenerlo nel palmo della mano, ma, prima che riesca a farmi capire nel mio francese inesistente, l’inquilino abusivo è già sfrattato in giardino.

Il mio passo successivo? Mi incollo al calorifero e ci resto. Ho freddo fino alle ossa, ho i brividi; l’effetto del calore su mani e piedi intirizziti è dolorosissimo Però sono finalmente tranquilla. Cedo a Matteo la pole position per la doccia, mentre resto attaccata al getto d’aria rovente e medito sulla giornata: beh, insomma, quasi 180 km, e stavolta i cicloturisti arditi siamo noi, davvero! Non abbiamo incontrato nessuno con borse e bagagli… Nessuno che sia così folle! Ora che sono “al sicuro”, posso dire d’aver vissuto una splendida giornata. Domani saranno circa 150 i km, tendenzialmente in salita. E poi… Il mio turno sotto la doccia: ci passo un’eternità, godendomi l’acqua calda caldissima, crogiolandomi sotto la cascata bollente in una sensazione direi paradisiaca. Di solito io odio sprecare l’acqua e faccio docce telegrafiche: ma questa volta mi è indispensabile per riprendere forma umana. La doccia, e poi ci vorrebbe un tazzone di latte bollente…
Con la temperatura corporea, recupero anche il mio buonumore e la mia voglia di scherzare… Già ridendo al pensiero della reazione, lancio il sasso: “Guarda, ho deciso che da qui sotto io non esco più, però potresti venire a farmi compagnia tu!”. Dall’altra parte del muro, un grugnito cavernicolo… Uh? Strano, ed io che la risposta me l’aspettavo immediata! Ma non resto delusa; qualche minuto dopo, eccola in arrivo: “Stavo mangiando la pastasciutta… Nella vita ci sono delle priorità!”. A momenti mi ribalto per terra dal ridere… Quando il mio compare di merende, di lì a poco, fa capolino dalla porta, con un interrogativo “Ma scherzavi o dicevi sul serio?”, scuoto la testa e mostro un ghigno satanico: “Spiacente, troppo tardi”… Infatti è vero; ho già indossato la muta da palombaro dei mari artici, mi sento sexy come appunto potrebbe apparire il suddetto palombaro in divisa e, data la temperatura siberiana, completo l’agghiacciante quadretto arrotolandomi nella coperta supplementare che ci ha portato la padrona di casa.

Resta la frugale cena a base di pane e formaggio tipo Camembert, poi a nanna: domani è un altro giorno… E speriamo di arrivarci senza defungere per ipotermia!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!