Provenza – 7/8 dicembre 2008 – II giorno

Ci vuole qualche istante perché i miei due neuroni si scrollino la brina di dosso e riprendano a funzionare, almeno per le funzioni vitali di base. Un lampo di genio, anzi di preoccupazione, nella notte: ma qualcuno l’avrà messa, la sveglia? Io no… Andando per esclusione, non mi resta che sperare che ci abbia pensato Matteo. “Sì, alle sei e mezza”… Meno male. In ogni caso, dalla finestra non filtra ancora nemmeno un barlume di luce: che goduria inestimabile, svegliarsi e scoprire che si può dormire ancora un po’, o almeno poltrire in attesa del trillo, che si fa sentire poco dopo. Tornata del tutto alla realtà, da sotto il calduccio delle coperte, immagino con terrore la temperatura siberiana che mi congelerà il naso non appena aprirò la porta: ma s’ha da fare, tocca svegliarsi dal letargo e prepararsi. Colazione alle sette e mezza: puntualissimi, ci presentiamo a tavola. I titolari della chambre ci ospitano nella loro stessa cucina: peccato, per me, non poter intrattenere uno straccio di conversazione. Devo accontentarmi di far da spettatrice: a dire il vero, un minimo di discorso sarei forse in grado di imbastirlo, ma mi vergogno all’idea di tirar fuori qualche boiata del tipo “Nù vulevam savuar l’indiriss…” e mi censuro. Sembra di essere stati proiettati sul set della pubblicità del Mulino Bianco: casa perfettamente linda ed ordinata; tavola imbandita con ogni possibile leccornia, marmellate, miele di lavanda, biscotti di varia foggia, pane, burro salato e no, frutta, succhi di frutta, yogurt. Ai due lati opposti della cucina, ampie finestre che danno sul giardino, da una parte, e sulla piscina in mezzo agli ulivi, dall’altra. Famigliola con papà e mamma giovani, belli e gioviali e due bimbe, una però ammalata in camera, l’altra che si accomoda a tavola salutando educatamente, vestita e pettinata senza un capello fuori posto, come una bambolina. In altre circostanze, tutto il mio cinismo sarebbe emerso all’istante, come una palla quando tenti di spingerla sott’acqua; davanti ai miei occhi si sarebbe materializzata l’immagine di quelle stesse persone, private della loro bella maschera di cera, nervose o euforiche o tristi o imbestialite come capita a tutti i comuni mortali. Ma tutto sommato oggi anche la mia natura vipera s’è presa un giorno di vacanza; va bene così, va bene che sia tutto bello anche se magari è finto. Meglio pensare alla colazione, anche se non oso mangiare tutto quello che vorrei: mi porto dietro da ieri una buona dose di fame residua, ma non voglio far la figura di quella che non mangia da una settimana, quindi mi modero; Matteo invece non pare farsi questo genere di problemi; anzi, mi stupisco che non addenti anche il tavolo ed il braccio del padrone di casa!
Si parla di distanze e di percorsi; grande meraviglia quando Matteo descrive l’itinerario di ieri e quello che andremo a coprire oggi, tanto che l’uomo di casa si meraviglia di come Matteo riesca a far fare a “sa femme” una cosa del genere. E qui mi ribolle già un po’ il sangue nelle vene. Un po’ per esser definita “la femme” di chicchessia, che non saprei bene se si traduca come “moglie” o come generico “compagna” ma mi dà ai nervi lo stesso – ricordo, a proposito, un proclama femminista che campeggiava tempo fa sul muro sotto i portici di una via di Torino, “Io sono mia”, a cui qualche burlone aveva risposto a tono “E tieniti! Chi ti vuole?”. Ma soprattutto perché non c’è alcuna necessità che qualcuno “mi faccia fare” qualcosa in bici; che diamine, è la passione mia e basta! Però, a ben pensarci, un fondo di verità c’è: l’idea della Provenza l’ha avuta Matteo; da sola non ci avrei probabilmente nemmeno pensato.

Quando ci alziamo, l’immagine che resta sul tavolo è una buona rappresentazione di ciò che resta dopo il passaggio di uno sciame di cavallette particolarmente affamate. Abbiamo spazzolato una quantità di cibo tale da sfamare una famiglia africana con sei figli per un mese… Ma noi s’ha da pedalare! Ci prepariamo alla svelta, raccogliendo il nostro bagaglio già molto concentrato. Al momento di partire, però, si presenta un problema inatteso: il fango che s’è appiccicato alle ruote della bici di Matteo durante le scorribande fuoristrada di ieri sera è congelato lì, formando una crosta spessa che non ha la minima intenzione di lasciar girare le ruote od azionare i freni. E non si stacca nemmeno afferrandola con le dita o tentando di raschiarla via con un ramo. E’ peggio del mastice! Alla fine, l’idea di versarci sopra dell’acqua calda è vincente. La terra, impregnata d’acqua, diventa molto friabile e si sbriciola subito. Il vapore che sale dal getto della borraccia, riempita con l’acqua calda del lavandino, dà l’idea della temperatura che c’è qui fuori… Il giardino è bianco di brina come i muri della casa, come tutto qui intorno; le foglie delle piantine nei vasi sono ricoperte di minuscoli aghi di ghiaccio. Ma splende il sole, che, confido, provvederà a riscaldare almeno un po’ le nostre spalle in viaggio.

Matteo traffica per un po’ prima di riuscire a liberare del tutto i freni; sono circa le otto e mezza quando ci rimettiamo in marcia. Sulla carta, oggi ci attendono meno km rispetto a ieri; “solo” 150, circa. Però dobbiamo tornare alla quota di La Palud, partendo dal basso, quindi avremo più salita e non risparmieremo poi molto tempo.

Ci troviamo sul tratto del Raid Provence Extreme che fa parte del tracciato 2009, un’aggiunta rispetto al percorso del 2008. Da Murs infatti si scende per poi andare a risalire allo stesso paese, passato il Col de Murs, attraverso una suggestiva gola. La discesa è blanda e fredda, anche se, pare, molto meno di quella che ieri ha dato inizio al viaggio; ci porta in mezzo a strapiombi di roccia porosa e vegetazione di un’unico colore bianco: luogo suggestivo, ma mai quanto la successiva salita. Ad un bivio, svoltiamo a destra; da qui al Col de Murs ci sono circa sei km di salita dolce in mezzo alle Gorges, dove il sole arriverà solo tra qualche ora; tutto gelato, bianco, scintillante in quei pochi scorci di sole dove un raggio riesce già a trapelare. Le dita delle mani e dei piedi fanno già male: non mi resta che immaginare con ansia la calura che qui troveremo il giorno della corsa, a fine maggio. Qualche foto è d’obbligo, ma il sole non arriva mai? No, di tanto in tanto illude, fa capolino, poi torna a sparire dietro le rocce. E, come per tutte le salite da queste parti, ci si arrampica senza mai riuscire a capire dove possa andarsi a concludere l’ascesa.

Incontriamo proprio qui un cicloturista con bici tipo passeggio ed un bagaglio stile vacanza al mare per tutta la famiglia, enorme: cavoli, ed io che già mi sentivo molto eroica per questi due giorni…
Finalmente il colle ed il sole; scendiamo a Murs, deserta e sonnacchiosa come la sera precedente, se non per un paio di operai al lavoro – oggi in Francia non è festa come da noi. Ripercorriamo la strada che ieri abbiamo coperto in salita, giusto per renderci conto che le rampe non erano solo un’impressione dovuta alla stanchezza: c’erano davvero!

Al bivio in fondo, svolta a sinistra e risalita a St Sautrnin les Apt. Matteo sempre davanti, a far da apripista; io vigliaccamente imboscata a ruota. Poco oltre gli abitati di Rustrel e Gignac, abbandoniamo il percorso del RPE, che sa St Saturnin abbiamo percorso al contrario rispetto al senso di marcia della gara, per dirigerci verso Simiane la Rotonde ed andare a riprendere il percorso originario della corsa in un altro punto, lungo la strada che da Banon conduce a St Michel l’Observatoire. L’alternativa è tra un tratto di pianura ed una deviazione con salita verso Carniol: ovviamente si ricade su quest’ultima scelta; abbandoniamo quindi la strada principale in favore di una stradina secondaria con breve salita, tre o quattro km, e vista spettacolare sulla vallata. Per ora le gambe sembrano voler girare bene, con il conforto di qualche grado in più. Siamo ancora entrambi belli ringalluzziti, anche se un po’ di preoccupazione ce l’ho, per il fatto che, secondo me, anche stasera ci toccherà un po’ di strada al buio. Il tragitto di oggi è più breve ma è lento; la salita è molta e spezzata, quindi faticosa.
La discesa ci dà, a tratti, l’impressione di entrare ed uscire da una cella frigo. Ci sono alcuni punti, poche centinaia di metri per volta, in cui il sole proprio non arriva; il cambiamento di temperatura dell’aria è repentino, si avverte all’istante con brividi che aggrediscono la schiena ed irrigidiscono le gambe, con le mani che dolgono e si ribellano al contatto con i freni, nonostante i guanti spessi.

Torniamo, di lì a poco, sull’asfalto del percorso ufficiale. Un po’ di discesa, poi qualche km di risalita che sembra molto più lungo di quel che è, perché su strada ampia ed ostinatamente dritta; tutte immagini che spuntano pronte nella memoria, tutti luoghi che ho già visto. Poi la discesa verso St Michel, dove Matteo riesce nell’impresa in cui io per ben due volte ho fallito: individuare l’Observatoire! E sì che è grosso: ma, per vederlo, tocca voltarsi indietro; ecco perché non l’avevo scovato, concludendo che St Michel l’Observatoire fosse in realtà un paese millantatore, senza Observatoire.
Passando a qualcosa di più concreto: sarebbe ora di cercar qualcosa da mettere sotto i denti; io ho scorte a sufficienza per l’intera giornata, ma avrei gran voglia di un pezzo di pizza, di qualcosa di buono da scovare in boulangerie, o di un po’ di pane e formaggio; quanto a Matteo, mi sa che l’inceneritore ambulante è al limite della risenva fissa… Ma non c’è nulla di aperto qui; tantovale puntare diritti verso Manosque, che è una città più grande e magari offre qualche negozio aperto anche nell’ora di pranzo. Ancora una deviazione a sinistra, verso St Martin les Eaux; sì, me lo ricordo, qui c’è ancora una salita, prima di giungere a Manosque. Nulla di proibitivo, ma per me la fame di qualcosa di sostanzioso comincia a farsi sentire in modo prepotente, insieme alla stanchezza ed all’agitazione che ancora serpeggia per le ore di luce che restano, troppo poche in rapporto alla distanza che ci separa dalla Opel. La salita è più lunga di quel che sembra; qualcuno si ferma a chiedere quale sia la direzione giusta per Manosque. Noi, sia pure per vie traverse, stiamo per arrivarci.
Un momento di panico mi assale quando mi accorgo che, all’improvviso, la catena si mette a “saltare”: c’è qualcosa che la fa incastrare nelle rotelline del cambio, causando un mezzo movimento a vuoto dei pedali. Il cuore per un attimo si ferma… No, non è possibile!!! Se si guasta qualcosa qui, adesso, sono panata! Vorrei evitare una sosta inutile, tirando dritto fino a Manosque, ma Matteo, con la sua flemma proverbiale, mi convince a fermare: estrae lo smagliacatena, individua la maglia incriminata, traffica un po’ e, nel giro di pochi secondi, risolve il problema. Ed è già almeno la seconda volta nell’anno che mi rimette in sesto la bici, senza contare le innumerevoli volte in cui ha risolto i ben più insidiosi guai dei miei momenti di sconforto e di rabbia. Credo di aver sviluppato nei suoi confronti, tra i miei vari confusi sentimenti, anche una sorta di sindrome del marsupiale: se non c’è lui in giro, mi sento un po’ persa… Al contrario, quando c’è, credo che potrei riuscire quasi in qualsiasi impresa matta!

Discesa veloce su Manosque, un paesone che appare orrendo già da lontano. Percorriamo una sorta di circonvallazione, caotica quanto basta per farmela odiare; però, ci offre l’occasione di una bella boulangerie aperta. Un panorama di pane, dolci e focacce dietro il verto del bancone… Non ce lo facciamo dire due volte: pizza e due brioches per uno.
Litigando con il telefonino che non vuol saperne di funzionare, sbrano sia il trancio di pizza che una delle brioches; l’altra finisce nel borsello da manubrio, insieme alle merendine residue. Probabilmente la titolare del negozio, da dentro la vetrina, ci sta osservando con la compassione che si riserva a chi patisce da sempre la fame…

Semafori, rotonde e ancora rotonde, poi inizia l’odiosa risalita verso Valensole: odiosa perché impietosamente dritta, molto dolce ma non per questo meno insopportabile. E meno male che non tira vento. E’ primo pomeriggio, non sono ancora le tre, ma il sole è già basso, la sua luce gialla, le ombre sempre più lunghe. E’ una salita odiosa perché non si conclude mai, non offre la consolazione di una discesa ma solo di un tratto finale in piano, in mezzo ai campi di lavanda, con le montagne innevate sempre più vicine. L’aria è così limpida che sembra di poterle toccare allungando la mano. Ormai la mente, complice la stanchezza, viaggia per conto suo e si fissa sulle cose più strane; mi colpisce, poco prima del paese, un signore che scende da una lussuosa auto a bordo strada, vestito con un bel maglione ed un paio di pantaloni con un vistoso strappo su un ginocchio ed un lembo di stoffa che penzola: un “alternativo” un po’ troppo cresciuto, oppure un reduce da un diverbio con qualche cane poco amichevole?

Appena oltre Valensole, svoltiamo a sinistra verso Puimoissons, ripercorrendo a ritroso la strada di ieri mattina. In teoria, avremmo dovuto svoltare a destra secondo quanto previsto dal percorso ufficiale; di qua, però, si risparmiano tanti km ed un paio di saliscendi; vista l’ora e la strada ancora da percorrere, è meglio così. Matteo snocciola le cifre della distanza che abbiamo ancora da metter sotto le ruote, e le previsioni circa l’ora di arrivo, a cui io, che ormai conosco il mio pollo, aggiungo un’ora buona. Sole sempre più basso, ombre sempre più lunghe; da Puimoissons verso Moustiers, si sale, si scende, ancora una volta in mezzo ai campi di lavanda, alla terra che adesso ha il colore dell’oro, appena accarezzata dai raggi lunghissimi e radenti.

Mi sbizzarrisco con la macchina fotografica, sperando di cogliere i giochi di luce ed ombra; ormai la prestazione sportiva in sé, se mai ha avuto qualche importanza, non conta più. L’unica cosa davvero infaticabile è la lingua: non smettiamo mai di chiacchierare; gli argomenti non ci mancano!

Gli ultimi km prima di Moustiers sono una sofferenza, prima in pianura e leggera salita, poi in rapida discesa che ancora una volta ci congela; ormai la strada è in ombra; abbiamo ancora breve autonomia prima di essere obbligati a fissare le luci sulla bici. Il paese è una meraviglia, così arroccato all’ingresso delle Gorges du Verdon, alla luce fioca della sera; ci passiamo proprio sotto, poi scendiamo ancora un paio di km prima di imboccare il bivio per La Palud. Da qui ha inizio l’ultima fatica: circa 17 km all’auto. Anzi, per me saranno 15: per sua somma magnanimità, infatti, Matteo farà questa salita “a tutta”, recupererà la Opel a La Palud e tornerà un paio di km verso di me, per attendermi proprio in cima al colle e risparmiarmi gli ultimi due km di discesa. Lo so, lo so: sono solo due km, ma ne sono terrorizzata, perché già immagino quanto possa essere feroce il freddo, lassù.

I primi tornanti ci portano in vista del lago, meraviglioso, rosso fuoco come il cielo all’orizzonte; tento un paio di foto, ma la macchina fotografica ostinatamente fa scattare il flash. Mi sa che verrà fuori una schifezza, ma pazienza. Poi mi fermo per montare le luci e caccio letteralmente via Matteo, che poveretto, da due giorni morde il freno! Parte, sparisce, non lo vedo più. Mi riavvio con calma, dopo aver litigato per qualche minuto con la frontale e con il giacchino rifrangente. Per la mia vista scarsa, questa è l’ora peggiore, quand’è già buio ma non completamente. In più, spesso la strada in questo tratto tende a scendere; io non riesco a definire in modo nitido il bordo della strada, ma so che al di là c’è un gran bel salto… Quindi rallento, ben più del dovuto, e mi tengo, per quanto possibile, in mezzo alla strada. Sulla mia testa, paretoni verticali quasi inquietanti; sulla pelle, vento freddo che sta pian piano rinforzando. La luna non si vede, ma se ne intuisce la luce, che illumina il vallone quel tanto che basta a distinguere il profilo della montagna dal cielo. Una miriade di stelle limpidissime, scintillanti; ancora vento che sibila nelle orecchie e rende un po’ più ardua la salita. E’ un misto di preoccupazione e pace quello che sento in questo istante; preoccupazione per il freddo che ormai si fa intenso e risale dalle braccia al tronco, dai piedi alle gambe, assale la faccia; pace perché non si sente un rumore, solo il fruscio degli arbusti ed il latrato di qualche cane in lontananza.

Mi accorgo all’improvviso che il baratro ha lasciato il posto a morbidi prati in parte innevati. Di tanto in tanto, in lontananza, spuntano le luci di qualche auto che mi sfila poi accanto con cautela, nemmeno avesse visto un fantasma. La luce della bici illumina i cippi che segnalano i km mancanti a La Palud; sempre due di meno alla fine del mio viaggio. Meno tre, meno due, meno uno; la pendenza si allenta finché, sotto un cielo tempestato di stelle sempre più belle e più vicine, scorgo la figura di un’auto e, accanto, in piedi, di una persona. Ebbene sì, è Matteo, che, nel giro di pochi km, mi ha dato un distacco tale da arrivare a destinazione, cambiarsi e tornare un po’ indietro ad attendermi. La gioia ed il sollievo di questo incontro sono immensi: adesso anch’io posso tirare un sospirone di sollievo, schizzare in auto e cambiarmi, mentre il mio efficientissimo compagno di viaggio carica la mia bici nel bagagliaio. Sfido qualunque professionista al mondo ad avere un gregario così!

Conclusa la fatica sui pedali, ce ne attende ora un’altra. Il viaggio di ritorno sarà lungo: sono quasi le sette, abbiamo diverse ore di auto davanti a noi. Il che, da una parte, mi preoccupa un po’, perché so che presto il sonno si farà sentire in modo prepotente; dall’altra, però, mi lascia la soddisfazione di poter trascorrere ancora un po’ di tempo insieme al mio compagno d’avventura, dare libero sfogo all’entusiasmo, raccontare e sentir raccontare le impressioni delle due giornate. Si torna verso la costa; vana è la ricerca di un negozio di alimentari ancora aperto: devo dire che, questa volta, la mancanza di pappatoria mi preoccupa più delle volte precedenti… Dividiamo salomonicamente la mia scorta residua di merendine; poi però, superato in autostrada il confine italiano, si impone una sosta in autogrill alla ricerca di qualcosa di commestibile, onde evitare che il senso di debolezza che mi sta assalendo mi faccia rischiare troppo alla guida. Un caffé con zucchero e mezzo tubetto di biscotti Grancereale mi riportano allo stato cosciente; Ventimiglia, Sanremo, Imperia, le uscite scorrono in fretta, per fortuna, ma purtroppo. Ogni volta che vivo momenti come quelli appena trascorsi, farei di tutto per prolungare ancora un po’ l’atmosfera del viaggio, in compagnia di chi ha contribuito a rendermelo tanto caro. Ma domani, ahimé, tocca tornare in trincea; del resto, se una favola durasse troppo a lungo, probabilmente non sarebbe più una favola. L’importante, in fondo, è che, quando la favola si conclude, rimanga più vivo che mai il desiderio di cominciarne un’altra, appena possibile. E noi la prossima l’abbiamo già in mente!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!