Race Across The Alps 2007 – Parte V – La prima metà della corsa

Via, partiti. Ma porcaccia miseria. Possibile che si debba schizzar via come dei missili, se ci son davanti cinquecento e passa km da percorrere? E non certo piatti come un tavolo da biliardo? Maremma maiala… La strada da Nauders al Resia è breve, sono pochi km; il guaio è che è in leggerissima salita, cosa che per me è una tragedia! Ok, in salita vado piano, ma, in proporzione, sul falsopiano sono proprio, cronicamente, piantata. Per un po’ tento di tenere qualche ruota, ma mi passano tutti, proprio tutti; ho già il cuore che scoppia, la gola in fiamme, ma andate al diavolo. Il gruppo se ne va, scompare in fretta all’orizzonte; mi sorpassano, una dopo l’altra, anche le auto di assistenza. Nemmeno 10 km e son già sola. Va bene, Gian, niente panico. Te lo devi mettere nella zucca subito. Queste fesserie qui, questi patetici tentativi di inseguimento, non servono a un tubo, se non a renderti le gambe dure come ciocchi di legno. Calma, rallenta, lascia che il cuore torni ad un ritmo normale, lascia che il respiro si calmi. Goditi il caldo, il panorama, il lago su al Passo col campanile che spunta dall’acqua.

Supero il passo, via giù per la lunga discesa. Compare già qualche nuvola di troppo: beh, è prevedibile che nel primo pomeriggio si becchi qualche temporale…
Nella solitudine totale, raggiungo l’attacco della salita dello Stelvio. La conosco bene: è lunga, ma non ha pendenze impossibili; devo solo prenderla con molta calma, perché è la prima di una lunga serie.
Sono appena ai primi tornanti e già inizia a piovere… C’era da immaginarlo, il cielo è diventato cupo e chiuso in un attimo. Prima sosta per vestirsi, e già mi prende l’affanno: sto perdendo tempo, e già ne ho pochissimo!!! Giacca e pantaloni impermeabili. Poi, dopo un po’, levo i pantaloni, altra sosta, altro scatto di rabbia. Franco mi dice di stare calma… Ha ragione, se comincio a perdere le staffe adesso, sono guai. C’è che fa freddo, che il vento si fa più forte e gelido man mano che salgo; c’è che di là la discesa sarà lunghissima; io già sono una frana in discesa sull’asciutto, figuriamoci poi con l’acqua!

In cima è nevischio. Mi vesto, grazie all’aiuto prontissimo dei miei due angeli custodi: io ho le mani intirizzite! Ho paura di scendere, ma non c’è niente da fare. Devo andare. Speriamo solo che l’intensità della pioggia si riduca un po’. Scendo piano, male, con quell’orrenda sensazione di non riuscire a frenare e, soprattutto, di non poter controllare la paura. E’ bella, questa discesa, ma eterna, prima di arrivare a Bormio. Non mi par vero di poter ricominciare a salire!

Del Gavia, da questo versante, ricordo poco. Solo il freddo e la pioggia. E i km finali, non molto pendenti, in mezzo ai prati verdi, fino alla chiesetta, al piccolo bar. Vedo Franco e Ludwig in cima, intirizziti; mi sento un po’ in colpa per loro. Anche qui, mi aiutano a vestirmi: devo sbrigarmi, scendere, qui fa freddo davvero.

Anche questa discesa è una bella sofferenza. Continua a piovere, e poi, chi conosce il Gavia da Ponte di Legno, sa di che strada io stia parlando.
Per fortuna, pare che il meteo abbia voglia di smettere con le bizze. Alla fine della discesa, la pioggia è cessata. Fino a Edolo, la strada è in discesa; si va via veloci. La stanchezza un po’ si fa già sentire… Scende la sera, Franco mi sistema le luci. Inizio la salita all’Aprica: qui la pendenza è lievissima, ma so che non devo farmi prendere dall’entusiasmo. Bisogna andare piano, molto più piano di quanto ci si senta di poter fare.

E’ buio, ci son solo io con le mie lucine… O no? All’improvviso, ecco che arrivano, alle mie spalle, un po’ di concorrenti: loro han già fatto l’Aprica, il Mortirolo, e ora andranno dall’Aprica a Tirano e poi al Bernina. Io, il giro lo devo ancora fare. Mi sorpassano come moto, pieni di entusiasmo, sorrisi ed incoraggiamenti. Scambio qualche battuta anche con le varie squadre a bordo dei furgoni… Poi ancora il silenzio.

Arrivo all’Aprica, è sera tardi, ma c’è un ragazzo del BDC forum che mi riconosce e mi saluta: che gioia!!! Ringalluzzita, supero l’Aprica ed inizio la discesa. L’asfalto è sconnesso: meno male che le luci dell’auto al seguito mi danno una mano.

Sono interminabili i km dal bivio di fondovalle verso l’attacco del Mortirolo. Pianura, lunga, odiosa. Non mi par vero di arrivare alla salita.

Qui è notte ormai fonda. Ho le cuffie e la musica nelle orecchie, adesso: altrimenti, il sonno mi assalirebbe. E’ incredibile il Mortirolo in piena notte. Non vedo nulla intorno a me: non i tornanti, non la strada giù sotto, né il bosco o le case o le pietre. La salita la “sento” solo nelle gambe; spingo, fatico, non so per quanto e per dove. Il tempo sembra volersi fare cattivo un’altra volta: ci sono lampi che illuminano la vallata a giorno, colpi di tuono sempre più vicini. Pur non volendo, mi ritrovo a forzare sui pedali, con l’angoscia del temporale – per quale ragione, poi, non lo so. E’ che la stanchezza si fa sentire maledettamente, adesso. Non è nemmeno stanchezza: è sonno. maledetto sonno. Arrivo su, inizio la discesa, ma mi rendo subito conto di non controllare la bici. Vorrei darle una direzione, ma gli occhi si chiudono e l’attenzione sfuma. Rabbia, ferocissima rabbia, non pensavo di crollare già così presto!!!

Prima sosta, qualche minuto di sonno sul sedile dell’auto. E’ un sonno strano, tanto profondo quanto breve, con un risveglio di soprassalto. Poi riprendo la discesa: ma freno, freno troppo, vedo la strada molto più ripida di quel che è, sono confusa, tutto fuorché lucida, in quei momenti. Per fortuna, anche stavolta arrivo a Edolo e ricomincio a salire. In salita è più facile combattere il sonno; in più, l’Aprica permette di sciogliere un po’ le gambe.

A Tirano, altra piccola pausa di sonno. Ormai è chiaro che le 32 ore non mi basteranno mai, sono cotta; il sonno non mi dà tregua; arrivano i pensieri nefasti: ma che cavolo pensavo di poter fare, ma che imbecille che sono… E’ l’alba quando attacco il Bernina.

La salita del Bernina è un calvario. Non è dura, non ha pendenze cattive, per carità. Però io ho nelle gambe già cinque salite, ho alle spalle una notte di bici, tanta stanchezza addosso, lo sconforto di essere ormai irrimediabilmente sola. Chissà dove sono già gli altri, dov’è Silke. Sono ridicola, io, qui, vado come una lumaca, non ce la farò mai. E poi, non ho nemmeno la certezza di dove si trovi il colle! L’ho già fatta una volta, questa salita, ma non ricordo… Che bello però, il Bernina, subito dopo la dogana. Che bello tutto, dal lago ai casolari sparsi, agli ultimi tornanti in mezzo ai prati.
Però arranco, son proprio cotta. Fino ad una delle ultime curve… Quando spunta Franco e mi dice, la Silke è in cima, ha i crampi, l’hai presa!!! Mamma mia… Peggio di una frustata nella schiena. Lo so, è crudele, ma mi sembra di risuscitare. Ho preso la Silke… La Wonderwoman… Non ci posso credere…

E’ come se le forze mi tornassero di botto, nelle gambe, nelle braccia, ma soprattutto, mi torna la voglia di andare, di provarci. Faccio una breve sosta, poi via in discesa. Silke lo sa, d’essere una discesista eccezionale; mi fa mangiar la polvere anche lì, anche con la sofferenza del freddo e dei crampi. Però ormai so che è a tiro, non può scappare.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!