Race Across The Alps 2007 – Parte VI – La seconda metà della corsa

Che Silke fosse una tipa molto tosta, era facile immaginarlo. Franco mi ha detto che, sul Bernina, stava male, aveva i crampi, era furente per la sosta forzata; appure, non appena s’è accorta del mio arrivo, è rimontata in sella e s’è buttata in discesa. E’ prima mattina, il freddo è pungente giù per la discesa.


Io già di solito sono una vera frana, come discesista; adesso, poi, le mie difficoltà sono ingigantite dal freddo e dalla stanchezza. Silke mi stacca, va via; poco dopo, la vedo ferma accanto al furgone della sua squadra, in evidente difficoltà, ma sempre con il sorriso in volto. Mi riprende, mi sorpassa ancora. Franco mi racconterà poi d’averla vista più che mai tremante ed infreddolita.

E’ la volta dell’Albula. Splende il sole, sono euforica, ancora per la gioia di aver raggiunto la mia avversaria. Lo so, l’ho raggiunta solo perché non sta bene; se fosse in piena forma, io non l’avrei vista nemmeno con il telescopio, avrei preso un distacco calcolabile in giorni; però, fatto sta che adesso non è lontana.

Salgo bene, sto bene; supero un paio di ciclisti con la mountain bike, vado su tranquilla, mi godo il calduccio. Verso la cima, eccola ancora, la Silke, a piedi, con la bici per mano, accompagnata da uno dei membri del suo equipaggio e coperta da una giacca ben più grande della sua taglia. La supero, la incoraggio: non perché mi voglia sentire superiore, per carità, so di non esserlo; semplicemente perché, in quel momento, vedo me stessa al suo posto ed immagino la rabbia indescrivibile che quella donna può sentire dentro di sé, nascosta dal suo splendido sorriso. Se fossi al suo posto, sentirei che sto gettando via una delle occasioni più belle della mia vita, e non posso farci nulla; sarei pazza di rabbia e delusione.

L’Albula, sul colle, è un lungo falsopiano. Mentre scollino, mi accorgo che anche lei è risalita; mi raggiunge, mi affianca, scambiamo qualche parola, si lamenta dei crampi, poi ancora giù, e qui mi stacca, come sempre. Però, in fondo è umana questa donna. Dietro il fisico perfetto, muscoloso, scolpito, e l’atteggiamento di enorme sicurezza e padronanza di sé, nasconde l’animo di una persona semplice. Io sono un’emerita signora nessuno, non ho nemmeno un centesimo del curriculum grandioso che ha lei, eppure lei è qui e chiacchiera con me, svela le sue difficoltà. Tutto questo non fa che aumentare l’ammirazione che ho per lei.

Altra salita, il Fluelapass. Qui per me iniziano le vere difficoltà. E’ tardi, lo so, ormai è evidente che non ce la farò mai ad arrivare a Nauders in tempo, ma questo lo sapevo fin da subito; sarebbe stato sciocco e presuntuoso, da parte mia, illudermi del contrario. Però questa salita è molto dolce e quasi priva di curve: per me, una vera tragedia. Le forze ormai se ne stanno andando; continuo a mangiare, barrette, i panini di Franco con il formaggio, a bere, ma c’è poco da fare, sono cotta. Penso che Franco e Ludwig ormai non ne possano proprio più, penso che mi stiano odiando perché sono così irrimediabilmente lenta. Anche la pancia comincia a dare preoccupanti segni di insofferenza. Basta, lo giuro, arrivo in cima e mi ritiro. Già. Ne sono proprio convinta, lo voglio fare davvero.
Però… In cima ci arrivo, e penso che, in fondo, posso farne ancora una, di salita. Solo più una, poi, davvero, la smetto, basta. Poi ricordo una discesa, un lungo tunnel ed un tratto, pochi km in realtà, dove la crisi è proprio nera. Sono pochi km di pianura, in cui sento che rallento all’inverosimile: gambe e braccia molli, mi gira la testa, non ce la faccio davvero più. No, non ce la faccio, sono stata una pazza a tentare quest’impresa, adesso sono qui, ridicola, impotente di fronte a questa figuraccia barbina che sto facendo… Anche qui, mi salva Franco, con qualcosa da mangiare, mi pare un gel, una barretta, qualche minuto di pausa e sonno nell’auto. E, soprattutto, con il coraggio che sa infondermi. La pianura finalmente finisce, altra salita, ma adesso sto meglio. E’ il passo del Forno. Qui, lo ammetto, i miei ricordi sono ormai confusi. Ricordo qualche tratto di salita, un falsopiano, l’arrivo in cima con la luce della sera. Pass dal Fuorn, Ofenpass.

Non so che diavolo mi prende, qui. Forse uno strano effetto della stanchezza. Mi sento felice, euforica. Scollino, riprendo la discesa: adesso VOGLIO arrivare alla fine. Non me ne frega un tubo se il tempo è scaduto. Sono qui, voglio continuare, voglio andare a Nauders.
Mi affianca l’auto di Franco e Ludwig. Li ha appena chiamati il boss dell’organizzazione, Mr Gernot: dice che il tempo è scaduto e che, se smetto in questo punto, avrò comunque la maglia di finisher. Non ci penso nemmeno. Dica quello che vuole, Mr Gernot, io ho faticato da bestia fin qui e non mi voglio fermare.

Imbocco la salita dello Stelvio. Intanto, i miei due amici vanno alla ricerca di un posto di Polizia, o qualcosa del genere, per sapere se è possibile passare con l’auto oltre la dogana che c’è prima del passo. Io salgo i primi tornanti, non so cosa diamine sia successo, ma mi pare di volare. Però mi tocca ben presto tornare con i piedi per terra… La dogana è chiusa, non c’è niente da fare, la corsa finisce qui. La delusione, però, se ne va subito via, spazzata dall’abbraccio dei miei amici, che mi festeggiano come se davvero fossi giunta al traguardo in tempo.

A Nauders, in un tendone ormai deserto, trovo ad attendermi Silke e la mia maglia Finisher. Lo so, non me la sono meritata, ma la conservo come una reliquia. Sono così felice che non sento nulla, freddo, stanchezza, niente di niente. Vedo solo i sorrisi, di Silke, di Franco, di Ludwig, di Heinz che è arrivato apposta dal Liechtenstein per salutarmi…

L’avventura si conclude così, nel migliore dei modi possibili. Silke ci invita tutti a dormire nell’appartamento che lei e la sua squadra hanno preso in affitto: prolungo così di qualche ora la mia favola, con una bella doccia, i racconti euforici della sera stessa, una meritata notte di riposo, e ancora la colazione tutti assieme, le due squadre. Sì, di quella sera ho un ricordo splendido, in cui entrano un sacco di cose, ma non la stanchezza. Non c’è posto per la stanchezza, anche se poi, a dire il vero, crollo tra le braccia di Morfeo ancor prima di toccare il cuscino con la testa.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!