Race Across the Alps 2009

“Ho scoperto distanza e dislivello di questa corsa solo due settimane fa”: con queste parole si presenta sul palco la ciclista americana. “La mia gara più dura, la Race Across America; 11 giorni e 22 ore, con 14 ore di sonno in tutto”. Sono le poche frasi spese in inglese nel corso della solita pantomima di presentazione, tutta rigorosamente in tedesco, di cui non afferro che qualche inutile spezzone. Però… Beata tu che la prendi così alla leggera. Sarà perché io non ho il tuo curriculum, ma son qui per il terzo anno consecutivo e sono, al contrario di te, molto, ma molto preoccupata. Già il viaggio fin qui è stato un’impresa ciclopica. Si era detto “Prendiamo l’autostrada fino a Bolzano, faremo prima”; già, peccato che i pannelli luminosi segnalino traffico fermo tra Trento Sud e Trento Nord; peccato che noi, viaggiatori arguti e responsabili, si esca a Rovereto e ci si infogni lungo la strada statale insieme a decine di altri viaggiatori arguti e responsabili; peccato che si sbagli pure strada… Morale della favola, a Nauders approdiamo dopo oltre sette ore di viaggio. Ed ora siamo qui, seduti intorno ad uno dei tanti tavoli piazzati nell’ampio salone del centro sportivo, ad ascoltare un po’ stravolti le giaculatorie in tedesco di un tizio che sul palco parla della gara, ma chissà in che termini. Non so bene perché: in fondo, il numero di corsa l’ho già ritirato, le formalità son già sbrigate, qui non si capisce un’acca, tanto varrebbe andar via, a cercare la Haus Kroner dove ho prenotato un mini alloggio. Invece sono qui, inchiodata alla seggiola, insensibile agli sguardi un po’ perplessi delle due persone che quest’anno si sono fatte carico dell’ingrato compito di scortare la mia gara: mia sorella, Stefania, e Flavio. Sono certa che, in cuor loro, preferirebbero andare a fare una doccia ed a mangiare un piatto di pasta, anche se mi ripetono “Fai come vuoi, per noi non c’è problema”.
Sul palco si susseguono i ciclisti, uno via l’altro all’appello del presentatore. E’ già toccato a me, per prima; per fortuna è stato un supplizio breve. Non è cosa che mi faccia felice, tutt’altro, anche perché mi tocca andare lì a dire che sono a Nauders per il terzo anno e ci riprovo dopo due fallimenti… Se fossi in platea, mi verrebbe da rispondermi: “Alla faccia, e non l’hai ancora capito, dopo due batoste, che non ci hai il fisico per una cosa del genere?”. Continuo a non capire una parola, ad eccezione di quei pochi attimi in cui qualcuno infrange il dominio del tedesco e si esprime in inglese, o persino in italiano. Dopo la virago americana, in ordine sparso, salgono sul palco i protagonisti delle edizioni passate e qualche volto nuovo. Tra questi ultimi, un giovanissimo ciclista inglese che non risparmia la frecciata di protesta per il dispotismo della lingua teutonica: “I can’t learn German in two or three days”… Ha ragione! Poi tocca a Patricia Berthelier, validissima ciclista da ultradistanze di cui ho già avuto modo di apprezzare il valore, la simpatia e la modestia al Raid Provence Extreme. Gli altri passano così, uno via l’altro, mentre i miei occhi sono fissi sul palco ma la testa viaggia da tutt’altra parte. Tutti tranne uno, un gran bel pezzo di ciclista per giunta italiano, brizzolato, con uno splendido sorriso deciso, da cui raccatto anche i complimenti per i miei racconti: beh che dire… E’ pur vero che il mio cuoricino è saldamente ancorato, ma so che il mio ormeggio, pur leggendo, non se la prende di certo; l’occhio cade, e non è mica un delitto! In fondo, potrebbe essere qualcosa tipo l’ultimo desiderio del condannato a morte…

In extremis, al centro sportivo arriva anche Ennio, alla fine di un viaggio ben più rocambolesco del mio. Nella coda in autostrada, a Trento, lui c’è finito in pieno; così, scendendo dall’auto, presa a noleggio, ha notato che l’assicurazione era tragicamente scaduta. Tra le mille peripezie per contattare l’autonoleggio, recuperare un’altra auto in località più o meno comoda e ripartire, è arrivato qui al pelo per il ritiro del numero di gara. Poi si va tutti alla Haus Kroner, dove ho prenotato un alloggetto anche per la squadra di Ennio: una dose industriale di pasta tutti insieme, un po’ di macedonia senza zucchero perché ce lo siamo dimenticato, un caffé dalla splendida macchina da caffé che l’organizzatissimo Ennio s’è portato come bagaglio, e via. A nanna, a fare il pieno di sonno perché poi la notte prossima non si dormirà, e chissà se si riuscirà a dormire adesso, sarebbe già una gran cosa. Ma sì, in fondo un po’ di tranquillità me l’infonde la rassegnazione. Le previsioni meteo sbagliano spesso, tranne nei rari casi in cui vorresti con tutto il cuore che sbagliassero. Tutti, ma proprio tutti i siti meteo, fino a questa mattina un attimo prima della partenza, annunciano tempo da tregenda. Sarà così e non c’è nulla da fare; le 32 ore di tempo massimo, che questa volta avrei anche nelle gambe, se ne andranno tra discese sotto l’acqua, tempo perso per cambiarsi e scaldarsi, freddo, difficoltà di ogni genere. Sperare che accada qualcosa di diverso è da sciocchi illusi.

Avevo puntato la sveglia, in un impeto di ottimismo, alle nove e mezza. Alle sette son già sveglia a fissare il soffitto. Mi giro, mi rigiro, vorrei ancora prendere sonno, ma non c’è verso. La partenza a mezzogiorno è un incubo, costringe ad ore di inutile attesa, di tensione, di pensieri cattivi. Pensano a tutto Stefania e Flavio, presto anche loro operativi, mentre io mi aggiro per la stanza come uno zombie. Per fortuna, al bagaglio da piazzare sull’auto scorta durante la gara ho già provveduto nei giorni scorsi. Ricontrollo il contenuto del borsone: due maglie estive e tre invernali, tre paia di calze, tre di pantaloni, due giacche impermeabili, due paia di guanti lunghi, un berretto. E poi c’è la cassa delle scorte alimentari: pane, Nutella, marmellata, miele, succhi di frutta, Coca Cola, barrette, Mars, Bounty, frutta, Parmigiano, chi più ne ha più ne metta. Roba che, se anche dovessimo restare bloccati sul Gavia, potremmo sopravvivere una settimana in tre e sfamare anche la popolazione di marmotte della zona. Eppure mi conosco, ormai so a memoria la lista delle voglie più strane che mi assalgono quando il numero dei chilometri percorsi è a tre cifre già da un po’. Ci sono momenti in cui vorrei sempre qualcosa di diverso da quel che ho a disposizione, e non c’è verso di buttar giù nulla.
Si va a fare la spesa, per ammazzare l’attesa, ma in centro paese stanno già montando l’arco e così l’ansia cresce. Alle dieci e mezza già salgo in bici e vado a cacciare il naso, l’arco è su, ma non c’è ancora nessuno oltre ai tecnici, com’è ovvio. Le bici però sono pronte, le ruote gonfie, gli ingranaggi ben oliati. Certo che sembro quasi una ciclista vera: viaggio con due bici, una sotto il sedere, l’altra, la Ridley, appesa al portabici sull’auto. Così, in caso di guai meccanici, ho la via d’emergenza. E poi la Ridley servirà in discesa: se davvero cadrà tutta l’acqua che è stata annunciata, i freni della bici da corsa normale saranno del tutto inutili.

Alle undici la zona della partenza comincia ad affollarsi. Rispetto alla mia prima partecipazione, nel 2007, il numero di ciclisti è cresciuto molto; erano 29, oggi sono 49 iscritti. Nonostante il cielo plumbeo che minaccia di dare sfogo alla sua rabbia da un momento all’altro, c’è un sacco di gente lungo le transenne. Stefania e Flavio mettono alla frusta la macchina fotografica, su di me e sulla scena del delitto; io resto a guardare, un po’ in disparte perché in fondo continuo a sentire di non essere al mio posto: non potrò essere davvero parte di questo splendido mondo finché sotto l’arco non riuscirò a passare in entrambe le direzioni, andata e ritorno. Il sole è sparito definitivamente e la temperatura s’è abbassata di colpo. Così sentenziava il meteo, infatti: peggioramento dal pomeriggio di venerdì, violenti temporali in serata e nella notte. Siamo sulla buona strada. L’altimetro di Stefania, nelle ultime due ore, ha cominciato a segnare una quota più alta di quella a cui ci troviamo. Che dire, la migliore delle combinazioni possibili. Intanto guardo certe bici equipaggiate con le ruote a razze o in carbonio a profilo alto, le le corna da cronometro, e scuoto la testa… Ma qualcuno, a questi signori, l’ha mostrata l’altimetria?

Quattro chiacchiere aiutano a stemperare la tensione: in griglia si forma il gruppetto degli Italiani, almeno di quelli umani; in prima fila poi c’è Vandelli, italiano pure lui ma in realtà alieno sotto mentite spoglie. Battute, risate nervose, ma almeno si tira avanti il tempo; un refolo di vento gelido accoglie il conto alla rovescia, urla applausi ed il via, un istante di terrore e via. Il pavè, i tombini, le curve: la strada del passo Resia, comincia l’avventura. Il gruppone si allontana subito, ma questa volta non sparisce dalla vista. Partire forte mi pesa un po’ meno: in realtà non serve a nulla, se non come minimo conforto per me stessa. Pochi chilometri in leggerissima salita, in cui riesco a restare a distanza decente dal grosso dei ciclisti e addirittura a lasciare indietro qualche tapino; peccato solo non poter godere della vista del lago, ma sono costretta a moltiplicare gli occhi e tenerli tutti ben aperti. Infatti, dietro alla corsa s’è formata una lunga colonna di auto, che supero rigorosamente sulla destra, in spregio al codice della strada; onde evitare che a qualcuno tocchi l’ingrato compito di grattare via quel che resta di me dalla carrozzeria, però, devo esser pronta a prevedere il pericolo. Pesto sui pedali e riesco, con mia sorpresa, a mantenere una buona andatura, senza che la gola vada in fiamme ed il cuore salti in mezzo alle orecchie; solo, devo ficcarmi nella capoccia, fin da subito, che le forze vanno centellinate. Lo so bene, ma ogni tanto me ne scordo…
Poi, la lunga discesa dal Resia a Spondigna fa spietata giustizia della mia baldanza: in un attimo, appesa ai freni, resto sola come un cane. Pazienza, non è proprio il caso che mi affanni. Scruto le nuvole sempre più fitte, che hanno ingoiato anche quei pochi pallidi raggi di sole della mattina e, con loro, anche le mie speranze di gloria. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: facile dirlo, quando si è a cena di fronte ad un piatto di pasta fumante. Lunghi chilometri in mezzo al traffico, cartelli bilingui ed irrigatori ostinati in funzione anche se tra poco al verde dei campi provvederà madre natura; il tempo di svoltare a destra al bivio di Spondigna, verso Prato, e si aprono le cateratte del cielo. Capperi, che puntualità. Goccioloni pesanti che impregnano in un attimo i manicotti ed il giacchino, una madama che fugge riparandosi la testa con un giornale, ciclisti che scendono tutti bardati ed intirizziti: chissà cosa troverò, lassù. Dove dovrebbe esserci lo Stelvio si vedono solo nuvole.

Stefania scende dall’auto, appena oltre il paese, e mi porge la giacca impermeabile. Prima, sgraditissima sosta; odio metter piede a terra, interrompere il ritmo, perdere anche solo pochi secondi che, sommati ad altri pochi secondi ed altri ancora, alla fine son quelli che mi buttano fuori dal tempo massimo. Ma non posso farne a meno, sarebbe una follia continuare senza coprirmi. Un’alternativa ci sarebbe: imparare ad andare avanti senza tenere le mani sul manubrio, in modo da potermi vestire e svestire comodamente. Ma per me è fantascienza!

Inizio la salita sotto una pesante cappa di nebbia, cercando di valutare dal ritmo dei tergicristallo delle auto che scendono la situazione che dovrò affrontare più su. Frotte di ciclisti in fuga, acqua a catinelle che fa i laghetti nelle pieghe delle maniche e le bolle nelle pozze per strada, ma qui siamo bassi di quota e non fa freddo. I miei due custodi restano sempre nelle vicinanze, fermi qua e là sulle piazzole. L’unica nota positiva è che, mentre soffro il disagio della pioggia, patisco un po’ meno l’odio per i lunghi traversi iniziali, odiosamente dritti. E pazienza se, proprio in uno di questi tratti, mi sorpassa di gran carriera uno dei miei avversari, con le gambe immobili e la mano sinistra saldamente agganciata al finestrino dell’auto scorta. Con le lenti bagnate, non riesco a mettere a fuoco il numero di gara, e in fondo non m’importa; non sono certo il tipo che va a sollevare polemiche. Certo che questo tizio è patetico, però. Pagare un sacco di soldi e macinare chissà quanta strada per essere alla partenza… Per poi far le salite con il motore? Mah…
A Trafoi, repentina com’è arrivata, la pioggia se ne va. Si aprono squarci di cielo azzurro, da non credere: un raggio di sole trasforma in un istante la mia giacca in una serra. Altra brevissima sosta per levarla e restituirla alla custodia dell’equipaggio; mi ci vogliono un paio di chilometri per riuscire a reinfilare il gilet, tenendo sempre una mano sul manubrio, ma è un equilibrismo in cui mi impegno volentieri. Questa è la più gradita delle sorprese, per due ottime ragioni: le ossa si asciugheranno un po’… Ed i miei gregari motorizzati potranno vedere con i loro occhi cos’è che intendo, quando sproloquio ossessivamente della bellezza delle mie strade da bici. L’aria resa limpida dall’acquazzone regala uno spettacolo da favola, sempre più bello man mano che i tornanti portano su verso l’alto, man mano che le nuvole si diradano.
Uno dei pochissimi vantaggi del tempo incerto è il fatto che ha scoraggiato i merenderos motorizzati: in una normale domenica di giugno, su per questi tornanti ci sarebbe mezzo mondo… Invece incontro poche anime, per lo più motociclisti in sella a luccicanti bastimenti con tanto di radio. Per me è una lotta continua tra le gambe, che scalpitano e smaniano per girare un po’ più rapide, ed il buonsenso che impone di risparmiare le energie; alla malga, a circa sei km dalla fine, la tentazione è davvero fortissima, per me che adoro le salite a tornanti e che divento matta quando vedo lassù la mia meta. I miei custodi si appostano qua e là lungo la strada, ancora freschi ed entusiasti. So però che non posso illudermi: dal colle spuntano nuvoloni che lasciano ben poco spazio all’ottimismo; non posso essere certa di quel che troverò dall’altra parte, ma l’immagino. Gli ultimi quattordici tornanti sono concentrati in quattro km; sembra d’essere su una scala. Appena dopo l’ultimo tornante, vedo Stefania che mi viene incontro con un bicchiere di plastica: è caffé preso ad uno dei bar in cima… Sono commossa, questa sì che è una squadra eccezionale! Mi dice “Butta via il bicchiere, lo raccolgo io”, ed obbedisco volentieri. In vetta passo senza fermarmi; chiudo i manicotti e la cerniera del gilet. E’ un azzardo scendere così da quota 2.700 e rotti, per giunta con gli abiti ancora umidicci, ma sono già in piena fobia da perdita di tempo inutile. Con mia immensa sorpresa, sul colle c’è Patricia, di cui i suoi custodi stanno prendendosi cura con massaggi e pappatoria: significa che non è salita poi tanto più in fretta di me, e non posso che esserne contenta. Non del fatto che lei sia ancora qui, beninteso, ma di aver retto, anche solo su questa prima salita, il confronto con una ciclista del suo calibro.

Mi sforzo di non lasciarmi spaventare, come sempre, dalla discesa su Bormio. Non c’è quasi traffico e questo è già un grande vantaggio; posso tagliare o allargare qualche curva senza patemi, ma di staccare le dita dai freni non si parla proprio. Il cielo qui è tornato, ahimè, quello della partenza, o peggio se possibile: solo un’immensa distesa di cotone nero, livido. Beh, se non altro questa volta l’opera di lavaggio del cervello che mi sono inflitta da sola ha funzionato: niente panico, credo di essere abbastanza pronta ad affrontare quel che mi piomberà in testa da qui in poi. L’auto scorta è sempre fedelmente alle mie spalle, preziosa soprattutto nelle strette gallerie buie. Dopo qualche chilometro di discesa, già nella parte più stretta ed incassata del vallone, mi raggiunge Patricia, che in discesa non teme nulla; la vedo, prima sopra e poi sotto di me, gira i tornanti come fosse una biglia contro i bordi del flipper, ma ha il pieno controllo delle traiettorie, cosa che non ho io. Mi costringo ad allentare un po’ i freni almeno nei brevi tratti rettilinei, ma sempre con il dubbio: “La prossima curva, l’azzecco o tiro dritto?”. Il freddo morde le dita nude, ma siamo quasi alla fine.
L’ultimo atto di clemenza di Giove Pluvio mi fa giungere asciutta fino a Bormio, e già è molto più di quanto osassi sperare. Non appena svolto verso Santa Caterina Valfurva, cadono le prime gocce. Pioggia leggera che per ora mi fa propendere per rinunciare alla giacca, con cui rischierei solo un’inopportuna sauna. Meglio approfittare dei primi km facili per mangiare qualcosa: è pur vero che la mia colazione è stata luculliana, con due etti di pasta, due pagnotte di pane, due yogurt, caffé, miele, ma son già ottanta km, mal contati, quelli alle mie spalle. Ormai so bene che è opportuno mangiare prima d’aver fame e bere prima d’aver sete. A dire il vero, finora non è mancato il conforto della Coca Cola, che ho chiesto fin dasubito ai miei scudieri; “Metà Coca metà acqua, grazie”, perché la Coca da sola sarebbe più buona, ma il gas la farebbe saltar fuori dalla borraccia. Un Mars come primo conforto solido; supero l’auto scorta di Patricia ad inizio salita, ma lei è già ripartita.
I primi dieci km della salita del Gavia da Bormio sono sempre una pena per me; strada larga e quasi sempre dritta, che sale ma non ne dà l’impressione alla vista, quindi sfianca le gambe senza un motivo apparente. Pesto, pesto e mi sembra di non andare avanti. Coraggio Gian, ormai lo sai, c’è poco da fare, devi mettere pazienza. Finirà.
I primi colpi di tuono all’ingresso di Santa Caterina. In paese, come se non bastasse il dislivello che già la gara impone, ecco una bella deviazione per lavori, su una stradina che porta su su in alto e poi giù per rientrare sulla strada principale, un paio di coltellate nei polpacci, ne sentivo proprio il bisogno. Mi conforta sapere che, da qui in poi, avrò a che fare finalmente con una strada alpina. Umida, ma alpina. Affronto i primi tornanti con la pioggia che si fa insistente, i tuoni ancora lontani che si affacciano minacciosi dall’altro lato della valle; colpi non ancora secchi, ma lunghi, trascinati. Non vedo i lampi, sarà perché viaggio con gli occhi fissi alla ruota anteriore. Che ne sarà di questa gara, questa volta? Sarebbe fantastico poterla concludere così; si dice che le conquiste sono tanto più prestigiose quanto più sono combattute… Ma so bene che la pioggia mi farà perdere troppo tempo, so che discesa mi aspetta oltre il colle. Quanti km di salita? A dire il vero non lo so, non ricordo. Leggo a terra un 16: saranno i km già percorsi, o quelli che mancano alla cima? Ma no, non dire fesserie, Gian. Se mancassero 16 km alla cima, anche solo con questa pendenza, arriveresti quasi alla quota del campo base dell’Everest…
Improvviso ed inspiegabile un forte bruciore alla pancia: ma porcaccia miseria, ci mancava anche questa! Provo a cambiar posizione, a cambiare ritmo, a bere, ma no no, non c’è nulla da fare, qui urge una pausa di, ehm, riflessione! Mai come in questo momento mi rallegra la vista dei miei fidi custodi fermi proprio all’imbocco di un sentiero, in un tornante… A gran voce, già da lontano, acclamo il rotolone di papiro, tuffo la bici a terra, afferro al volo la preziosa pergamena che Stefania prontamente mi lancia e mi tuffo nel folto della boscaglia, anzi, nemmeno poi tanto folto, perché non ci arrivo. Se qualcuno dovesse vedermi, pace… In questi momenti di fatica ed angoscia mi sento un essere privo di imbarazzo e vergogna, una forma vivente asessuata, mi faccio pure un po’ schifo ma tant’è, non ho mai annusato nessuno che, salendo al Gavia per giunta in un giorno di tregenda, profumasse di mughetto.
Riemergo dal bosco e riconsegno il rotolone; riprendo la bici, via, a recuperare il tempo perso, sperando che il mal di pancia si accontenti del tributo appena avuto. Non passa molto tempo che raggiungo la svolta a destra, quella che prelude ad una rampa niente male, ad un ponticello ed agli ultimi cinque o sei km di salita irregolare, a tratti cattiva a tratti blanda, in mezzo ai prati e poi in vista del lago. Ma oggi non si vede nulla, solo nebbia. Non ho voluto indossare la giacca, perché la pioggia non è forte, ma sono fradicia; il vento mi incolla la maglia umida alla pelle, mi fa rabbrividire. Nuvole ed ancora nuvole: a volte s’intravede appena il bordo della strada. Neve, torrenti d’acqua e fanghiglia; passano un paio di auto, intravedo oltre il parabrezza gli sguardi allibiti di chi sa di aver esagerato con la grappa. Stefania e Flavio poco avanti, chissà cosa ne pensano: scattano foto al lago ancora in parte ghiacciato, alle frange delle nuvole, al rifugio chiuso. Mi fermo proprio lì, afferro la giacca, la infilo; riparto poi per gli ultimi cinquecento metri di blanda salita in mezzo al lago. Proprio nel punto in cui la pendenza s’inverte, c’è un muro di nebbia a bloccare la vista. E c’è il furgone di Patricia, c’è anche Patricia che si veste e si fa un po’ coccolare dalla sua eccezionale famiglia, il marito, la figlia. Se penso che io non ho voluto nemmeno i guanti invernali, per non perdere tempo ad infilarli… Tragico errore!
Della discesa non si vede nulla. Nuvole basse avvolgono la strada, stretta e sconnessa, un cimitero di detriti e pericolose crepe. L’auto mi segue il più vicino possibile, ma i fari servono a poco, si riflettono nella nebbia, ed a poco valgono anche i miei occhiali appannati. Scendo a freni tirati; non capisco come possa piovere, tirare vento ed esserci una cortina grigia così immobile e tenace. Tornante dopo tornante, non proprio a passo d’uomo ma quasi, con tutti i nervi tesi e le dita ormai ibernate sulle leve dei freni. Patricia mi supera, scende ovviamente meglio ma non poi così tanto; la cecità penalizza anche lei. La lunga galleria buia di solito fa paura, ma questa volta è un attimo di sollievo, per poi ripiombare nell’ovatta appena usciti da lì. Solo nella pineta torno finalmente a veder qualcosa: incrocio alcuni motociclisti che salgono e proprio non li invidio. Lascio andare un po’ la bici, muovo le gambe quasi paralizzate: i muscoli ululano per qualche istante, poi tornano a collaborare, complice anche il tratto di breve risalita prima di Ponte di Legno. Mi sforzo di ingoiare qualche boccone di un panino al formaggio che avevo iniziato a Santa Caterina, ma è proprio una violenza: mangio perché devo, perché non posso farmi fregare dalla fame. Da Ponte di Legno ad Edolo la vita è facile; continua a piovere, ma non troppo forte. Per ora i freni Campagnolo sono ancora sufficienti, e poi qui per fortuna non c’è molto da frenare.

Chissà che ora è? Faccio un rapido conto, una stima del tempo che può esser passato dal via di Nauders; potrebbero essere le otto, all’incirca. Non ho ancora concluso il pensiero che, passando a Temù, sento i rintocchi del campanile: le otto. Ed è già quasi buio, benché siamo nei giorni più lunghi dell’anno; è buio per colpa delle nuvole che proprio non lasciano nemmeno un minimo spiraglio di cielo. Brividi, scuoto via l’acqua dalle maniche della giacca; ad Edolo arrivo irrigidita ed intirizzita. S’inizia la salita ad Aprica: salita per modo di dire, sarà una decina di km, poco più, ma molto blanda. Mi costringo a pedalare con la massima agilità di cui sono capace; mi stupisco di notare che le gambe obbediscono e resistono, senza imballarsi. Anzi, così mi scaldo anche un po’. Procedo a buon ritmo, con l’auto scopa sempre al seguito. Faccio segno di affiancarmi, chiedo agli scudieri di andare un po’ avanti e prepararmi l’armamentario per il buio: luci, rifrangenti, lettore mp3, e magari un po’ di pappatoria. E’ presto, ma la visibilità è scarsa; non sia mai che qualche pilota un po’ troppo allegro non si accorga di me! Anche qui, la pausa mi mette agitazione, ma non posso farne a meno. Finisco sempre per cadere preda dell’agitazione e non riuscire a fare tutto quel che dovrei fare; così, per colpa della fretta, mi tocca poi un’altra pausa per rimediare alle dimenticanze. Scavo nelle reminiscenze scolastiche di biologia per cercar di ricordare cos’avesse scoperto questo signor Golgi la cui effigie campeggia su un cartellone a Corteno Golgi… Ma presto mi arrendo: ci penserà Wikipedia a pacificare i miei dubbi.
Lungo la salita mi passano prima uno, poi altri due concorrenti appaiati: capperi, questi qua han già fatto il giro del Mortirolo! Simpatici come un residuo canino calpestato sul marciapiede… Io capisco la tensione, la fatica, la trance agonistica, ma un cenno di saluto non credo che possa prosciugarvi le energie! O forse pedalate talmente in alto che nemmeno vi accorgete della mia infima presenza… Va bè, pazienza, tiriamo avanti. Aprica arriva in un attimo, e, con il cartello d’inizio paese, anche le merendine che avevo chiesto. Vorrei evitare di fermarmi, ma Stefania mi rimprovera: “Metti la giacca, fa un freddo porco!”. Obbedisco, poi giù in discesa, ancora pioggia e auto al seguito. La ricordavo più breve, la discesa da Aprica… Invece no, è lunga a sufficienza per farmi patire ancora freddo. E’ sceso il buio, si sono accese le luci della valle, sfocate per la nebbia e gli occhiali sempre bagnati. I tremori mi scuotono le spalle e le braccia in modo quasi incontrollabile; non vedo l’ora di arrivare a Tresenda, almeno da lì a Tirano finalmente si pedalerà un po’. Infatti si pedala, ma non è un sollievo: nonostante l’ora tarda, quei dieci km di strada statale sono un vero inferno di traffico. Stefi e Flavio sempre dietro, con le quattro frecce dell’auto accese, ma la maggior parte degli automobilisti non capisce, si inferocisce, sorpassa, si aggrappa al clacson, inveisce. Auto, camion, moto, c’è di tutto, e poi la pioggia: ho i nervi a fior di pelle, mi aspetto da un attimo all’altro che qualcuno chiuda il sorpasso troppo presto e mi butti fuori. Come se non bastasse, non è proprio possibile pedalare sul ciglio della strada; è tutto un rattoppo ed un rattoppo di rattoppo, sembra di stare sulle montagne russe. Avrei voluto approfittare del tratto in piano per mangiare, ma nonc’è verso; a Tirano arrivo con il pancino che già lancia qualche lamento. Quattro occhi aperti nel paese, perché a quanto pare c’è vita mondana, anche troppa per i miei gusti; bar, birrerie, musica a tutto volume, assembramenti di gente ovunque. Mi vien la pelle d’oca al solo pensiero: in fondo, qui in bici di notte sotto il diluvio non si sta poi così male. Nel frattempo mi ha raggiunta Ennio: non sapevo che fosse dietro di me… Lui invece sa un sacco di cose, chi c’è davanti a noi, con quanto vantaggio; è in contatto via sms con un amico che segue la corsa su Internet. Così proseguiamo insieme da Tirano verso Mazzo, togliendoci finalmente dalla stramaledetta strada di fondovalle. La pioggia d’improvviso rinforza, adesso sì che sembra d’essere sotto la doccia. Bivio per Sparso, si salvi chi può: come al solito, ho gestito malissimo il tratto in pianura, non ho mangiato e mi ritrovo anche con la borraccia quasi vuota. Troppo tardi, ci penserò, ora è il momento di salire. Rischiamo uno scontro con un ignaro abitante della frazione, che spunta in auto dal viottolo in mezzo alle case. Poi via. Già il primo km, non ancora pendente, mi fa capire che sarà dura: con la pioggia così intensa, le luci della bici non servono quasi a nulla; in certi tratti dove l’asfalto è stato appena steso mancano le linee bianche a bordo strada ed è un vero disastro. L’auto fa quel che può, ma non illumina oltre le curve; tocca a me mettermi un occhio in mano e capire dove andare.
Quando la pendenza si impenna, Ennio parte di gran carriera e mi stacca; mi guardo bene dall’inseguirlo, perché il Mortirolo è sì una delle mie salite preferite, ma va affrontato con il massimo rispetto. 34X29 e via, una rampa dopo l’altra. La pendenza, la fatica, stanotte sono l’ultimo dei miei problemi. E’ proprio il caso di dire che sto salendo alla cieca: seguo finché posso i fari posteriori dell’auto di Ennio, seguo la sua lucina, ma non vedo dov’è che sto appoggiando le ruote. L’auto di Flavio fa i miracoli, mi segue alla mia velocità; ogni tanto si ferma, poi la sento ripartire. Ho l’angoscia che, così facendo, il motore decida di rendere lo spirito: lo so, i miei gregari sono senz’altro consapevoli di quel che è meglio fare in questo momento, ma io ormai sono in preda al panico, e tutto quel che posso è sfogarlo sui pedali. Ogni curva mi strappa un lamento, non so se riuscirò a restare in piedi o se finirò fuori strada; non sarebbe grave, per carità, ma una bella botta la pianterei. E’ angosciante procedere senza vedere. Ma forse, quando vedo, è peggio! La strada è un torrente che scende impetuoso seguendo la pendenza; acqua che fa le bolle, rami e fogliame che viaggiano. D’un tratto, un bagliore si riflette contro le lenti bagnate degli occhiali: per un istante penso al flash della macchina fotografica, ma immediatamente un botto fragoroso mi schiaccia il cervello in mezzo alle orecchie. Alla faccia, ci mancava anche il temporale. Il vento, quando può, s’infila in mezzo agli alberi e mi sbatte addosso secchiate d’acqua; continuo a pedalare, di tanto in tanto mi alzo in piedi ma con cautela, continuo ad imboccare i tornanti a caso, sperando che girino proprio di lì, e già ho perso completamente la nozione dello spazio e del tempo. Supero Ennio, fermo in un attimo di crisi; lo incoraggio, continuo, intravedo ancora una luce. E’ il furgone di Patricia, lei è lì, ferma; le grido con rabbia, “Dai dai”, mi dispiace davvero vederla così: spero sinceramente che si riprenda. Lei non può mollare: se molla, è proprio perché c’è qualcosa di grave! Salgo ancora, con tutto l’impeto di cui sono capace, con l’energia che mi mette addosso la paura, la tensione: l’unico obiettivo ora è levarsi di qui. Ancora lampi, conto i secondi all’arrivo del tuono, con un metro di misura tutto mio; mi sembra che il ritardo sia crescente, forse il temporale si va allontanando, forse la discesa non sarà così. Dietro a me, più nessuno se non la mia auto, fedele come non mai. Eccezionali…
Approfitto di un tratto appena meno pendente per fermarmi un attimo e chiedere qualcosa da mangiare e da bere: Stefania mi passa il latte condensato, perché non riesco nemmeno a pensare di masticare qualcosa. Le consegno la borraccia, chiedo acqua e Red Bull, ma ho le mani così malferme che il tappo mi scivola a terra. E chi lo trova più adesso? Panico… Lo recupero, per fortuna non è rotolato via; richiudo convulsamente la borraccia, aggancio il pedale, riparto a zig zag. “Te la senti di proseguire?”, mi chiede Ste. Sì, certo… Devo. Non so a che punto della salita mi trovo; ogni tanto, dal buio spunta qualche casa, qualche ramo illuminato dai fari, qualche tratto di steccato. Me ne accorgo solo quando sento le gambe spingere un po’ meno: dall’auto mi comunicano “Cinquanta metri e ci sei”. Di dislivello, s’intende: casco dalle nuvole, realizzo che effettivamente son già arrivata in mezzo al prato.
Nell’ultimo tornante, mi spunta accanto Ennio, dal nulla, con espressione un po’ stravolta, senza guanti, senza casco: ma non è il momento per fare conversazione. Lui si ferma all’altezza del cartello di legno, io nello spiazzo, poco più avanti. Il diluvio non dà tregua, è più violento che mai. Non ho scelta, almeno qui devo fermarmi un attimo e cambiarmi: sarebbe il momento di prendere fiato… Ma non resisto, sono agitata, furiosa, scavo convulsamente nella borsa, prendo a casaccio la prima maglia asciutta; via la giacca, via la maglia, altra maglia, mi rivesto e ne dimentico un pezzo, mi rimetto il casco e butto a terra gli occhiali… Afferro la Ridley senza nemmeno montare le luci; pronti, i miei angeli custodi subito dietro. Me l’aspettavo terribile, la discesa… Ma non così. La strada si tuffa nel buio con rampe che pendono troppo, con l’acqua che corre e trasporta di tutto; affido la mia pellaccia ai freni Cantilever, che fanno egregiamente il loro dovere, ma sono comunque costretta a procedere davvero, questa volta, a passo d’uomo, col terrore appollaiato sulla mia spalla. Ennio è passato, è andato, io resto inchiodata quassù e non so come fare, con le ruote che di tanto in tanto slittano, con la sensazione di cadere ad ogni metro,di ribaltarmi faccia in avanti. Buio e stanchezza e freddo rendono le paure ancora più enormi ed irrazionali, e poi fa freddo, tanto freddo. Non so quanto riesco a trascinarmi, così, quasi fermandomi in ogni tornante; so solo che, ad un certo punto, non ce la faccio più. Mi fermo, scendo di sella; Stefania subito mi cede il posto, salto in auto tremando come una foglia, tanto che non riesco nemmeno ad articolare una parola di senso compiuto. Quanto resto ferma così? Forse dieci minuti, forse più, mille pensieri sconclusionati, la tentazione di tirare i remi in barca, è proprio il caso di dirlo, e lasciar perdere questa follia. Ma no, non qui, non ora. Ancora fuori, in sella, perché più resto al caldo e peggio è, si scioglierà la rabbia, mi ritirerò, e poi me ne pentirò. Ancora diluvio, ancora discesa e freddo; ancora Edolo, come prima. Poi le gambe si scaldano un po’, tornano senza fatica a girare, e con loro la voglia di andare ancora, perché ora il peggio è davvero passato, ora i colpi di tuono sono lontani e sfumati, non fanno più paura. Altro cambio bici, perché mi son fissata così; non so cosa mi autorizzi a pensare che la pioggia perderà intensità, eppure è proprio quel che succede man mano che salgo verso Aprica. Riacchiappo Ennio rifugiato in auto; riparte anche lui, si accoda, provato e silenzioso. Come sempre, dalle difficoltà altrui traggo un po’ di forza: come si suol dire, mal comune, mezzo gaudio; mi ringalluzzisco, riprendo un buon ritmo, quasi non mi accorgo d’essere già ad Aprica. Tiro dritto senza soste, probabilmente brucio anche qualche semaforo rosso, perché l’auto scorta si ferma e mi raggiunge di lì a poco; amen, non importa, non è il caso di sottilizzare. La stessa discesa di prima, solo che la pioggia ora è più tenue. Quasi non credo ai miei occhi quando scorgo, in lontananza, uno squarcio di stelle: non sono le luci della vallata, no no, quelle sono proprio stelle! E infatti, nell’ultimo km rettilineo prima dell’incrocio con la statale di fondovalle, volto lo sguardo verso il Bernina e vedo un bellissimo alone azzurro, il primo segno dell’alba che arriva. Lo indico ai miei fidi gregari e mi ci lancio incontro con nuova foga: potrebbero essere quasi le cinque del mattino, meno traffico, meno caos. Quasi quasi il tratto tra Tresenda e Tirano mi sembra persino più breve.

Questo però è il momento critico: l’alba. Perché la temperatura scende molto, perché il sonno aggredisce, perché il Bernina è una salita lunga, interminabile, che ho sempre sofferto molto, sia affrontandola per prima che in gara, dopo tutte le altre già superate. Appena prima della dogana, tolgo la giacca e mi sistemo gli auricolari del lettore MP3. Questa notte il sonno non s’è mai fatto sentire, ucciso dalla tensione, dalla paura che tengono alta la guardia, ma ora il cielo è un po’ meno minaccioso, la strada ampia e facile, la vallata quieta e silenziosa. Avrò voglia di dormire. Oltrepasso la dogana, attacco la salita, con ogni cautela. Le prime rampe sono severe, dritte come fusi in mezzo all’abitato; è la luce del primissimo mattino, ma tutt’intorno il mondo normale dorme ancora. Non un bar, non una panetteria, nulla di nulla, tutto chiuso. Alzo il volume della musica, pedalo senza forzare, perché so che il Bernina mi scoppia; Ennio è sempre nei paraggi, anche lui assonnato e silenzioso. Il lago di Poschiavo offre un tratto di falsopiano in cui ingurgito di malavoglia una barretta; l’acqua è mossa, grigia per il riflesso del cielo biancastro. A Poschiavo, il mio unico pensiero è restare ben lontana dai binari, che corrono sulla strada: la mia chiappa destra reca ancora testimonianza del giorno in cui, quasi un anno fa, ho pensato bene di infilare lì in mezzo la ruota e volare per terra! Piuttosto, quando si tratta di attraversarli, mi fermo.
Le cime sono ancora avvolte dalle nuvole. Tira vento forte, freddo, contrario, manco a dirlo: e già questa salita manca di curve per km e km… Calma, Gian, lo sai già, devi rassegnarti. Soffrirai fino in cima, come sempre; porta pazienza e goditi la musica. Scruto le nuvole, non sembrano minacciose ma non vogliono sapere di andarsene; si spostano, si avvinghiano, chiudono il cielo, fan preoccupare. Non basta la felpa a ripararmi dal freddo pungente che s’infila nelle maniche e nel colletto, nelle orecchie e nelle ossa. I pedali girano piano, con fatica, ma non devo forzare; è solo un momento di crisi, se ne andrà. Cerco di mangiare, ho voglia di roba dolce, chiedo un panino con la Nutella; eh sì, c’è anche quella nel bagaglio. Lo stradone ampio si popola pian piano; vedo avvicinarsi con sollievo la testata della valle, finalmente qualche curva tra le chiazze di neve ed i pascoli gialli di freddo. Ed il proverbio scritto sulla facciata di una casa… “S’oggi seren non è, diman seren sarà. Se non sarà seren, si rasserenerà”. Suona come un’immensa presa per i fondelli! Che m’importa che si rassereni diman, mannaggia la miseria?
Ancora freddo, nonostante le gambe che spingono per fare in fretta. La dogana verso Livigno, finalmente i tornanti appena sotto il colle, che non si vede ancora; in compenso da quassù si scorge l’intera vallata, Poschiavo ed il lago laggiù in fondo. Stefania propone una sosta in cima per bere qualcosa di caldo; lì per lì, dico che non è il caso… Ma, quando arrivo in vetta, al lago, mezza ibernata e con il vento che mi butta addosso minuscoli aghetti di ghiaccio, convengo che, sì, forse è il caso di prendere una pausa. Ormai so bene che sono in ritardo, troppo: ancora dodici ore e cinque salite… Sono le otto del mattino, non ho speranze di farcela, nonostante gli incoraggiamenti di Flavio che è fiducioso. Ho perso tanto tempo e tanto ancora ne perderò; Giove Pluvio non mi è stato amico. Ma per ora si va avanti; un the bollente, una sosta in un bagno civile e si riparte, discesa, destinazione Pontresina. Discesa per modo di dire, perché c’è parecchio da pedalare, ammirando il passaggio del Trenino Rosso in mezzo ai prati con ancora troppa neve. Il sole c’è, fioco fioco: nemmeno giù, a fondovalle, si fa poi sentire così tanto. Sul passo il termometro segnava due gradi e mezzo.
I tratti di trasferimento, anche brevi, per me sono sempre un cruccio. Fino a La Punt ci sono pochi chilometri di pianura, ma le gambe rifiutano ostinatamente il concetto. Dovrei approfittarne per essere un po’ più rapida, invece niente, mi pianto, rallento, non posso fare altro che approfittarne per sgranocchiare qualcosa. La fame ormai è costante, ma non riesco a mangiare come dovrei; mi sostengono le borracce di Coca Cola, sia pure gelate. Meglio di niente. Accolgo il bivio per l’Albula come una liberazione: qui la strada torna a salire sul serio, con pendenze di tutto rispetto, anche se l’ascesa è breve, una dozzina di km, forse meno. Prima tornanti nei prati, poi un po’ di strada nella pineta, poi la vallata finalmente ampia, morbida, pendii che sembrano teli sorretti da bastoni di metallo che fan da punta, dolcissimi. Si vede presto, il colle; lo si raggiunge in fretta, in mezzo ai due laghetti. Anche qui, le nuvole basse sferzano la faccia di aghi ghiacciati. Incontro una lunga colonna di motociclisti bardatissimi contro il freddo; con ancora indosso la felpa, la giacca ed i guanti lunghi, affronto la discesa che ricordo, ahimé, parecchio ostica. L’asfalto è inguardabile, tutto gobbe per chilometri; sembra di star sulle montagne russe, sembra di prendere il volo. E continua a fare ostinatamente freddo, benché sia ormai mattino inoltrato. Mi fa talmente paura questa discesa, che mi supera persino il trattore… Solo dopo parecchi km l’asfalto torna a livelli di decenza. Un po’ di falsopiano, direzione Filisur, una breve risalita e poi il bivio per Davos. Qui, per la prima volta, i miei incredibili scudieri si staccano da me per qualche momento, per andare a caccia di un panino, mentre io attacco la salita senza nome, non menzionata nella sequenza delle tante salite della corsa, ma a mio parere degna di nota. La strada qui risale e poi scende in picchiata verso una lunga galleria; mi avvio pedalando piano per riscaldare le gambe, ma la testa è ormai poco presente. Ammiro i prati pettinati, verdissimi, ordinati di questa vallata, e penso che anche questa volta è andata storta, non per colpa mia, ma è andata storta; è troppo tardi per arrivare a Nauders non solo in 32, ma anche in 33 o 34 ore. Salgo di buona lena, in piedi sui pedali, ma sento ancora qualche brivido, anche se ora il sole splende ed indosso ancora la felpa. Salgo e raccolgo qualche sorriso, qualche complimento bonario di chi non sa quale storia possano raccontare oggi i miei garretti; salgo finché non vedo la strada che all’improvviso punta verso il basso, giù da questo colle che non ha un nome e sembra non avere nemmeno un senso. La tristezza affonda qui il suo colpo, tutto qui in pochi chilometri: quattro curve in discesa, quasi tre chilometri di gelida galleria in leggera salita, e poi il maledetto falsopiano assassino prima di Davos. Tutta colpa del falsopiano. Se ci fosse stata subito la salita, avrei senz’altro continuato, perché, quando la strada sale davvero, non c’è posto per i cattivi pensieri. Ma sul falsopiano mi trascino, fatico e non avanzo, sento le forze spegnersi, ma non sono più le forze. E’ tardi. Che senso ha continuare, e costringere Stefania e Flavio ancora a troppe ore di auto dietro ai miei comodi, quando so che ormai non c’è più nulla da fare per la mia gara? Arriverei alle undici, mezzanotte. Che senso ha? Mi si spegne la luce. Cerco l’auto, la vedo parcheggiata in piazzola; mi ci fermo anch’io, stufa e scornata e triste, sgancio i pedali, non li aggancio più, basta. Avrei potuto compiere l’impresa disperata, ma avrei avuto bisogno di uno scossone, di un insulto, di un calcio nel didietro che certo non avrei potuto attendermi da chi mi vuole bene, e comunque forse non sarebbe bastato. Salgo in auto, verso Davos, verso il Fluelapass; al bivio, come vedo la strada salire, ho un tuffo al cuore: vorrei fermare tutto, tornare giù, scaricare un’altra volta la bici. Fortissimamente. Ma non sarebbe più la gara… Sarebbe una fregatura, un tratto anche se solo di pochi chilometri percorso a bordo dell’auto, sarebbe quello che ho disprezzato e disprezzo senza appello. Gian, ormai è fatta, indietro non si torna. Si può solo tornare a Nauders, e vorrei non vedere la folla di gente al tendone, accanto all’arrivo, vorrei nascondermi sotto il sedile e sparire. Questa volta non ho molto da rimproverarmi, se non il fatto di non essere capace di gestire e sopportare situazioni di tempo difficile: eppure quella è la montagna; chi l’affronta dev’essere pronto a qualsiasi condizione. Poco importa il fatto che si siano ritirati in tanti, molti prima di me, compresa la baldanzosa ciclista americana forte della sua RAAM; alla fine resta un pugno di mosche, il dispiacere. Questa volta non dico “appuntamento al 2010”. Credo che una prossima volta non ci sarà, anche se è difficile rinunciare ad un sogno…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!