Randonnée Fausto Coppi 8000 – edizione 2006

E’ il primo di luglio, siamo intorno a mezzogiorno, a Cuneo, in Piazza Galimberti. Uno splendido sole picchia impietoso sulle teste di noi ciclisti. Fa un caldo meraviglioso, per me che sono una lucertola… Dal piccolo palco avanti a noi, Ivano Vinai, il boss della Rando, lancia le ultime minacce apocalittiche prima del via. Lasciate ogni speranza, voi che partite… Un po’ di paura ce l’ho davvero. Sono qui anch’io in mezzo agli altri, ma non so se ce la farò. Quest’anno ho potuto prepararmi poco e male, soprattutto per via dei gravi problemi di salute di mia mamma; la testa è qui sulla bici, ma insomma, fino a un certo punto; è anche un po’ a casa… Ma a questo appuntamento tengo moltissimo, non avrei potuto rinunciarci, no. Faticherò, ma insomma, devo arrivarci, alla fine! E’ il momento di chiudere fuori dalla mente tutto il resto e pensare solo a pedalare.

C’è davvero tanta gente, oggi. Qualche volto noto, quello di Graziano sopra tutti; poche settimane fa, abbiamo provato insieme un bell’allenamento, Lombarda + Bonette + Lombarda, ed è andato bene! Lancio occhiate qua e là all’equipaggiamento dei miei compagni di viaggio: chi ha le borse sulla bici, chi ha lo zaino, come me; chi ha fari e faretti ovunque, chi li monterà sul far della sera. Chi ha la tripla, chi la compact come me, chi monta ostinatamente il 53×1 e ce la farà lo stesso, molto meglio di me! L’attesa logora, per fortuna non è lunga; in un attimo, foto di gruppo, pronti, via!

Il caldo torrido incolla quasi le ruote alla strada. Vedo tutti quanti schizzar via come birilli impazziti: qualche gruppetto lo tengo, fino a Moiola, Gaiola, poi basta, prima di Demonte, su quegli stramaledetti rettilinei in leggera salita, son già da sola. Ma non me ne importa nulla: sono qui, sulle strade di casa, itinerari che la mia bici potrebbe seguire anche da sola, anche se io chiudessi gli occhi e dormissi, tante sono le volte in cui son già passata di qua. Andate pure, gente, ci son trecentocinquanta km ancora davanti a noi! Non ci penso nemmeno, a fare il benché minimo sforzo per raggiungere qualcuno. Sulle spalle ho un macigno di zaino: dentro, la giacca invernale, quella da pioggia, manicotti, gambali, batterie di ricambio per le luci, guanti, pappatoria per un reggimento!!!

Io odio, qui lo dico e lo ripeto, odio i km tra Cuneo e Vinadio. Non sale, la strada, fa solo finta di salire, eppure costringe ad una fatica improba, e c’è traffico, anche nell’ora di pranzo del sabato; ma dove andate tutti, malnati, posate le vostre zampacce sotto un tavolo e non rompete!!!

Per fortuna, prima che la mia capoccia fonda del tutto, si arriva al bivio. Colle della Lombarda: cartello liberatorio! Da qui in poi, marcia ridotta. Si impone di andar piano, pianissimo, molto più piano di quanto mi sentirei di salire. 34×29, subito, e guai a levarlo! Il peso dello zaino si sente; fatico ancora un po’ a carburare, sarà per il caldo. Ecco che acchiappo i primi fuggitivi, fermi alla Fontana del Vescovo con il cervello in fiamme: eh sì, oggi fa davvero caldo, poi siamo nel pieno del pomeriggio; non mi stupisce che molti siano già in seria crisi. Passo avanti, seconda serie di tornanti, sempre piano, con cautela. Mi affianca Vinai in auto, chiede se va tutto bene; mi dice che qualcuno ha già gettato la spugna per via della temperatura. No no, tranquillo, io in questo altoforno sto benissimo, non avrei potuto chiedere di meglio! C’è una luce che acceca; il vallone è bello come non mai… Supero i tornanti, arrivo al tratto di falsopiano, poi ancora avanti, in vista del Santuario di S. Anna. Si sente appena un po’ di vento sulla pelle: ormai la quota è elevata, il sole picchia ma la calura è meno asfissiante. Ancora qualche tornante, poi si arriva al tratto finale, gli ultimi km di saliscendi in mezzo ai prati ed ai laghetti.

Arrivo su con entusiasmo: non so perché, ma a me la fine di una salita fa questo effetto… Mi dà quei cinque minuti in cui mi sento Superman, anzi Wonderwoman… Tiro dritto senza nemmeno metter piede a terra: mi basta chiudere la cerniera del gilet antivento e via, si scende. Sono talmente euforica che sorpasso un gruppetto a bordo strada, senza nemmeno voltarmi, senza badarci, e vado giù. Scoprirò molto più tardi, con dispiacere – mannaggia, se solo avessi capito, mi sarei fermata – che in quel punto è successo un incidente ad una delle ragazze partecipanti, amica di Graziano: la forcella s’è spaccata appena all’inizio della discesa; lei s’è fatta male, per fortuna in modo non grave, ed ha dovuto rinunciare alla rando.

I primi km della discesa, fino a quell’obbrobrio di cemento e vetro che risponde al nome di Isola 2000, sono critici per una discesista cronicamente incapace come me. Poi, da lì in giù, è un’autostrada!
Da Isola a St Etienne, me la prendo comodissima. Sono altri 10 km di vera sofferenza per me, di solito: leggero falsopiano in salita… Direi che non è il caso di impegnarsi più di tanto, anzi. Risparmio pure qui: se ne avrò ancora, provvederò più avanti, a menare i pedali!!!
Sulla sinistra c’è una casupola con una bella fontana; ne approfitto per fare il pieno. Poi, pazientemente, arrivo a St Etienne. Si sta facendo sera: da qui alla cima, ci vorranno circa tre ore; arriverò su con il buio, o quasi. Da una parte, so che sarebbe meglio accelerare un poco, perché la discesa su Jausiers è tutt’altro che agevole e meglio sarebbe farla con la luce; ma è meglio di no, se sforzo qui, lo pagherò più avanti, e la strada è ancora lunga, troppo.

Sono sempre da sola, o meglio, c’è qualche collega qua e là, ma ciascuno pedala per conto proprio, immerso nella propria fatica. Con la luce bassa del tardo pomeriggio, la vallata è ancora più bella. Passo il ponticello di metallo, le curve dolci e l’asfalto con le bolle, il brevissimo tratto di discesa a Le Pra, poi l’abitato di Busieyas – perdonatemi se sbaglio la scrittura… Sono gnorrante!!! Da lì in poi, solo più i prati, le pecore, le baracche di Camp de Fourches, e infine gli ultimi interminabili 7 km: la cima è lassù, si vede già da un pezzo il panettone pelato, sembra che sia dietro ad ogni curva… Invece no, si sale ancora e ancora, e in certi tratti la pendenza è sostenuta davvero. Fa quasi fresco adesso, qualche brivido sulla pelle: il cielo è già viola, intenso, fiamme di colore così belle che vorrei avere la macchina fotografica… Ma anche quella sarebbe stata un peso di troppo, e poi non c’è tempo per fermarsi! O meglio, sì, ci sarebbe, questa è una rando, mica una gara: ma io non riesco a mettermelo in testa…

Indosso gambali, manicotti e giacca ed inizio la discesa. Ho un po’ di timore; accendo le luci e scendo con cautela ancor maggiore del mio solito, un po’ perché ho paura, un po’ perché sono miope e con il buio vedo ancor meno… E’ un vero sollievo veder spuntare le luci di Jausiers. Almeno questa è finita!!!
Poco prima del bivio verso La Condamine c’è uno dei punti di controllo ed assistenza. Ne approfitto per svestirmi e bere volentieri qualcosa di caldo. Fa piacere, anche se, in realtà, non si può certo dire che faccia freddo, anzi!!! E’ ormai notte fatta, ma si sta bene con la maglia delle maniche lunghe e nulla più.
Mentre sono lì a far tappa, arriva Graziano. Sono stupita di scoprire che è stato dietro, rispetto a me, finora: ma è lì che vengo a sapere dell’incidente. Graziano è visibilmente scosso e un po’ demotivato. Ma io lo so, che non mollerà… Non è da lui, no no, quel verbo lì non lo conosce.

Ripartiamo, terza fatica, destinazione Col de Vars. E’ pura pace adesso. Notte, una miriade di stelle in cielo, troppe per noi cittadini che siamo ben poco abituati a vederle. Migliaia, bellissime, e poi la luna, e intorno il silenzio, solo il fruscìo delle ruote, qualche ciclista più avanti o più indietro, che è solo una lucina. La temperatura è gradevolissima. C’è Graziano qui vicino; brontola che non ce la fa, che non va avanti, ma, come previsto, di lì a poco prende il volo… Vorrei davvero che questa salita non finisse mai. E’ una sensazione indescrivibile di tranquillità. Dai tornanti nel tratto finale, si vede l’intera valle illuminata da una limpidissima luna, e poi la svolta, il colle, il lago, e giù fino a Le Claux.

Qui c’è il ristoro nel locale coperto e riscaldato. Gian, fatti furba, qui ci si deve fermare e basta. Ci sono i bagni, si mangia, si riposa un momento. Sui tavoli del ristoro fanno bella mostra di sé panini al formaggio, cioccolato, marmellata, miele, thermos di caffé, Coca Cola… Per non far torti a nessuno, io mi ingozzo di tutto, in ordine rigorosamente sparso, manca solo più che spalmi la Nutella sulla Groviera e siamo a posto. Caffé e Coca Cola sono la vita per me!!! Quattro chiacchiere con gli altri ciclisti, sottovoce, perché, dietro al tendone, c’è qualcuno che dorme. Dormire? No no, non ci penso nemmeno! Ci sarà tempo, per dormire, a casa!

Ripartiamo in gruppetto, c’è anche Graziano. I miei compagni di viaggio hanno la pazienza di aspettarmi, nonostante la mia lentezza in discesa. Adesso arriva il tratto che temo, in assoluto, di più: i trenta km tra Guillestre e Briançon. Terribili, lunghi, su uno stradone, un orrendo falsopiano in salita. Non mi spiace affatto essere in compagnia, qui! Da sola, ci avrei messo un’eternità, e soffrendo… Invece, così, non ho altro da fare che mettermi a ruota della locomotiva-Graziano, che fila davvero come un treno e, in men che non si dica, ci porta in vista delle luci di Briançon. Di tanto in tanto, scruto il cielo: mi sembra davvero impossibile che la fortuna sia così ostinatamente benevola! Ci son sempre le stelle, si sta bene, meglio di così, cosa si potrebbe desiderare?

A Briançon attacchiamo l’Izoard. Da questo versante, la salita è lunga e molto dolce; però, non va sottovalutata, affatto: a questo punto, i km nelle gambe sono già tanti! Io accuso un po’ di crisi. C’è un punto di controllo alle prime curve; mangio e bevo qualcosa di caldo, due bicchieri di the. E’ un po’ di cotta, non c’è nulla da fare. Ma tiro dritto, grazie anche all’aiuto di altri ciclisti che ripartono con me e mi fanno coraggio. Intanto, il cielo è già un po’ meno nero: qualche sfumatura chiara, le cime dei monti che si fanno più definite, e poi, in un attimo, scoppiano i colori dell’alba. Questo è il momento più bello e più difficile dell’intero giro: il momento in cui il freddo si fa pungente e ti aggredisce nelle ossa, a tradimento, perché ormai sei stanchissimo e vulnerabile. Arrivo in cima, ci son parecchi ciclisti fermi lì a riposare, ma no, meglio che non mi fermi. Mi vesto, vado giù subito. Passo la meravigliosa Casse Deserte, inizio i tornanti: vorrei esser già a Chateau-Queyras, ma proprio non ce la faccio. Fatico a tenere aperti gli occhi. E poi, se anche sono aperti, gli occhi non vedono più la strada. Vedono ombre, figure che non ci sono eppure saltano in mezzo alla strada. Scarto una prima volta, riprendo la traiettoria, cerco, in uno sforzo enorme, di riprendere il controllo della situazione, poi scarto un’altra volta, mi ritrovo a viaggiare a bordo strada sul lato opposto al mio… Gian, qui i casi sono due, o ti fermi un attimo o ti schianti, fai un po’ tu. Appoggio la bici al guard rail, mi siedo, chiudo gli occhi. La sensazione è di cascare in un sonno profondissimo, da cui mi risveglio con un salto. Saran passati pochi minuti, mi rialzo, riparto. Ecco, questa è la conseguenza del fatto di aver dormito troppo poco, nei giorni scorsi. Faccio qualche km con la rabbia che sale e ribolle: rabbia, poi, per cosa? Non ha nessun senso, a pensarci a mente fredda; ma in quei momenti, con la stanchezza che pesa come un macigno e la voglia di farcela ed il terrore di crollare, è difficile restare lucidi…
Attraverso i paesi, supero il bivio verso Chateau Queyras. Ancora una volta, mi fermo, mi butto letteralmente a dormire contro una catasta di legna; anche qui, mi risveglio di soprassalto, con quella sensazione di precipitare che coglie ogni tanto nel dormiveglia, e risalto in bici, più arrabbiata di prima. Mi affianca uno dei motociclisti del servizio assistenza: un vero angelo… E’ preoccupato che io non stia bene, ma no, è tutto ok, è solo il sonno. Al bar, all’attacco della salita dell’Agnello, prendo un caffé: cattivo, lungo, come tutti i caffé francesi, ma un po’ di caffeina ce l’avrà pure quello, no?

Via, l’ultima salita. Io sono davvero cotta, sfinita, ma qui non si può mollare, nemmeno per sogno! Non si può, ormai è fatta, l’ultimo sforzo ed è fatta!!!
Al primo tornante, un intoppo che per fortuna si risolve per il meglio: si sente un belato disperato; mi guardo intorno ma non capisco; per fortuna, ci sono Graziano ed un altro ciclista che realizzano immediatamente la situazione: c’è un agnellino intrappolato nella rete di recinzione del prato! L’altro ciclista si avventura giù per il pendio e, con un coltellino ed una buona dose di fatica, libera la bestiola. Son così contenta, quando riprendo a pedalate! E’ una bellissima alba, questa luce splendida rinfranca un po’ il mio spirito. Fa freddo, anche in salita; queste sono le ore più temibili per la temperatura. Son rimasta da sola: che fine han fatto i miei due colleghi? Saranno davanti… Invece no: poco dopo, mi raggiungono; s’erano fermati a sbafare il pane fresco in uno dei paesi!!!
Le ombre lunghe delle cime sui prati, la neve che ancora imbianca i punti in ombra, il Pan di Zucchero che fa capolino. Che fatica. Il versante francese del Colle dell’Agnello non ha pendenze impossibili, è lungo, offre lunghi falsipiani per recuperare; il problema è che qui io non ne ho più… Coraggio, pochi km, dieci, cinque. Gli ultimi cinque sono i più duri, ma li attendo come una liberazione, sono felice quando arrivano. Almeno, lì, la strada sale decisa; dai tornanti si vede il salto, il dislivello, insomma, si vede che la fatica ha prodotto qualcosa! Poi compare il rifugio. Finalmente usciamo nel sole; siamo stati all’ombra finora, ma i raggi caldi sulla pelle danno un conforto meraviglioso. Manca poco, davvero poco, la sella del colle è lì davanti a noi.

Ecco. Siamo in cima. Ora cosa resta? Restano settanta km, almeno… Settanta km, trenta di vera discesa, il resto da soffrire in mezzo alla pianura. Mamma mia che incubo. Vabbè… In teoria, il peggio è passato… Giù verso Cuneo!
Ancora una volta, nella discesa, il sonno mi aggredisce. Prepotente: non c’è nulla da fare. Troppo pericoloso, qui. Troppo ripido. Se non tengo la bici, sono dolori sul serio. Lascio andare gli altri… A circa cinque km dalla cima, appoggio la bici ad un guard rail, mi distendo nella canaletta a bordo strada, sotto gli occhi allibiti di un gruppo di turisti appena arrivati lì accanto, e crollo nel sonno. Anche qui, pochi minuti, credo; mi riprendo, scendo giù, con enorme fatica, sempre assillata dal sonno. Alla sbarra di Chianale, mi affianca il motociclista di prima, che mi offre un bel pezzo di focaccia: non finirò mai di ringraziarlo…

Ora è giorno fatto, ancora sole, ancora caldo, arrivano già i primi merenderos. Scendo a Sampeyre, faccio ancora una pausa caffé: vorrei farne a meno, vorrei solo volare in discesa ed arrivare giù, a fondovalle, a Cuneo, ma non c’è niente da fare, questa volta è così. Sono stanca e in preda allo sconforto. Come al solito, viaggio senza orologio e non ho riferimenti temporali precisi; sono convinta che sia tardissimo, mi spiace d’aver fatto una corsa così scarsa, insomma, son proprio giù…

Arrivare a Brossasco è faticosissimo, anche se la pendenza è a favore. Poi c’è la Colletta di Rossana, poco più di un cavalcavia, ma è una bella coltellata nelle gambe per chi ha già alle spalle cinque colli…
Poco avanti a me, vedo una bandierina. Più giù, a livello strada, un trabiccolone di “bici” a tre ruote. Stento a credere che anche quel veicolo faccia parte della corsa… A giudarlo, un personaggio altrettanto curioso, che trabocca di simpatia ed esuberanza!!! Ci voleva proprio uno così, per rimettermi in carreggiata e ripescarmi dal pessimismo cosmico in cui sono piombata. Da lì a Cuneo, si va insieme. Nella discesa della Colletta, lo vedo schizzar via come un go-kart: son proprio ignobile, mi faccio staccare anche dal triciclo… Il mio insolito collega, per la cronaca, è partito per far la rando con sei ore d’anticipo rispetto agli altri: con quel mezzo anomalo, direi che ha compiuto un’impresa di tutto rispetto!!! E, nel mezzo, s’è fermato anche a mangiare la pasta ed a fumare…

Non resta che l’ultima fatica: i quindici km, forse venti, non ricordo, fino a Cuneo. Piattura, solleone, ma ormai non c’è più nulla che mi fermi. Un’auto attacca a suonare, faccio per mandarla a stendere: ma è Vinai!!! Ci supera, ci precede a Cuneo. Di lì a poco arriviamo anche noi. Finalmente, Piazza Galimberti, l’accoglienza di Vinai, la maglia di finisher, la telefonata a casa, a mamma. Felicità immensa.

Pazienza se poi son così rintronata da girare senza meta per un sacco di tempo prima di trovare le docce; pazienza se, quando esco dalla doccia, non riesco più nemmeno a trascinarmi al pasta party. Pazienza se rimonto in macchina e mi tocca fermarmi due volte, in preda al sonno, prima di arrivare a casa. E pazienza se a casa divento istantaneamente un tutt’uno con il materasso. E’ uno di quei giorni, tanti ormai, che non potrò mai dimenticare!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!