Sabato 13 giugno 2009 – Da Demonte a Demonte in sei colli

I fari dell’auto illuminano un oggetto semovente, tondeggiante, in mezzo alla mia corsia. Sterzo per istinto tutto a sinistra, meno male che dall’altra parte non arriva nessuno: per fortuna, lungo la statale della Valle Stura non c’è molto traffico alle tre di notte. L’oggetto tondeggiante guadagna l’erba sul bordo destro della strada e si dilegua: bene, non avrei potuto dare inizio all’avventura con migliore auspicio; per un caso del destino, ho evitato di stirare un riccio. Se penso poi che poco fa ho superato una comitiva di viandanti notturni a piedi, allora direi proprio che quel che sto per fare non è così folle.

Demonte: passo oltre la strettoia nel paese e parcheggio la Opel nella piazza appena successiva. Notte fonda, cielo terso di stelle, non c’è un’anima qui intorno. E non fa nemmeno freddo, anzi! Del resto, l’ora peggiore per il freddo non è questa; arriverà tra poco, con il primissimo chiarore. Indosso due maglie con le maniche corte ed i manicotti: una nuova strategia, da sperimentare. La felpa sarebbe troppo pesante, la giacca mi causerebbe un bagno di sudore. Scarico la bici, sistemo le luci e le borsine. Oggi niente Ridley: viaggerò con una delle mie due bici da corsa “classiche”, per l’occasione tutta rinnovata dal mio meccanico e dotata di un bel gruppo Centaur nuovo di pacca, o quasi. Per gentile concessione di un tizio che l’ha comprato, l’ha usato due settimane e l’ha dato indietro! Unico azzardo: ho portato la ruota posteriore con il 26 anziché quella con il 29. Basterà? Speriamo. Deve bastare, perché non ho altro!
Infilo le scarpe, già pronta ad accogliere il male ai piedi che spunterà tra pochissimo e mi accompagnerà fedele per tutto il giorno.

Ultimo controllo generale; ho preso tutto, ho chiuso l’auto: sono le tre e mezza, si parte. Attraverso la piazza, uno sguardo a destra, uno a sinistra, giusto per scrupolo; il cuore si ferma un istante… E sono già in strada. Paura e gioia per un attimo si fondono. C’è un residuo di buonsenso, di istinto di conservazione, chiamatelo come volete, quello che per un attimo mi fa domandare a me stessa “Perché”… Ma non posso sentirlo, ho il vento nelle orecchie e la musica del lettore Mp3 che tiene lontani i rumori della notte, indecifrabili e per questo spaventosi. Ora che pedalo, il freddo si sente un po’ di più, sulle gambe nude e nelle maniche; ci vorrà qualche momento prima che io prenda confidenza con il buio, con la strada che devo osservare con attenzione moltiplicata per mille, con le buche e le crepe che posso scorgere solo all’ultimo momento.
Il semaforo appena oltre Demonte è rosso, ma il tratto è breve, luci in arrivo non se ne vede; passo, con equilibrio precario, sull’asfalto grattato dei lavori in corso; poi viaggio nel buio, solo la riga bianca a bordo strada a segnare il mio percorso. Di notte è difficile, quasi impossibile capire se vado forte o vado piano, se faccio fatica o no; assecondo la pendenza con la spinta delle gambe, ma davanti a me la striscia bianca si perde nel nulla. Qualche camion mi arriva incontro, ne vedo già la luminaria da lontano; passano, abbassano gli abbaglianti, ancora più enormi nei contorni incerti.
Quando le fronde a bordo strada si diradano un po’, intravedo le luci della valle: è Aisone il primo paese, con il campanile acceso di luce giallognola. La poesia è una gran cosa, ma i ciclisti son fatti anche di bruta materialità… Per la quale casca a fagiuolo la toilette pubblica sulla piazzetta. Sfilo accanto ad un’auto, ferma al semaforo prima della strettoia, dal cui finestrino si affacciano due sguardi a metà tra l’assonnato e l’allibito; breve tappa, poi riparto anch’io. Ancora buio, ancora luci che punteggiano la montagna, o chissà se sono le stelle, non vedo il confine. Le luci di Vinadio sono un momento di conforto, nell’attesa ansiosa dell’alba: la notte, la inseguo ma mi fa così paura. Il piazzale di fronte al parco è affollato di camion, autisti che dormono in cabina e nemmeno s’accorgono di me. Pedalo via, passo il forte, la discesa; un occhio al bivio per la Lombarda: al colle non s’arriva ancora, chiuso closed fermée, ma al Santuario di Sant’Anna si può andare, è verde; buon segno. La prima galleria, quasi non la vedo: in fondo passo da un buio ad un altro buio… Il bivio per le Terme, e qui poi non sono più sola. Due occhietti gialli mi fissano dal centro della strada, è un istante; un camoscio, corre ma non fugge, mi accompagna per qualche metro, galoppa quasi accanto a me e sembra non avere paura; poi forse ricorda che non deve fidarsi, brutta gente i bipedi, anche quando hanno le ruote, e sparisce nel folto della boscaglia. Un altro, poco avanti, lo segue. Dovrò fare attenzione al ritorno, in discesa.

Ancora gallerie, cerco le luci di Sambuco; il segreto è quello, per placare l’inquietudine, cercare le luci. Curva dopo curva, ascoltando le canzoni, cercando di non vedere i rami degli alberi spezzati, che sembrano tentacoli o mani, che vedo muoversi e tendersi verso la strada. E’ solo suggestione, eccomi qui, proprio io che alla luce del sole rido di queste sciocchezze, e adesso son qui e posso riderne solo se mi ci costringo. La salita un po’ mi riscalda, ma è meglio non levare ancora la maglia; s’è alzato un vento a tratti anche teso. Ancora luci, Pietraporzio, ma questa volta non solo. Il cielo non è più nero; si distinguono appena i contorni delle montagne; ormai la notte cede il passo. Lo sento dall’aria, sempre più frizzante; giro il curvone di Pontebernardo e vedo la vallata in un attimo più luminosa, i lampioni che sfumano nel primo chiarore; di fronte a me le Barricate, la galleria. Tento qualche foto, ma l’impresa è ardua: non sono capace di impedire il flash, così quel che viene fuori è una riproduzione decisamente più buia rispetto all’originale.
La galleria è il primo assaggio di salita un po’ severa; i tornanti, il Villaggio Primavera, le cime incappucciate di luce, la pelle d’oca sulle gambe che pure spingono di buona lena. L’allegria cresce man mano che i raggi del sople scendono giù verso il fondovalle, man mano che io salgo loro incontro. Qualche auto, qualche camper, pian piano il mondo si rimette in movimento. E le marmotte, ora vigili a segnalare il mio passaggio attraverso il lungo pianoro prima di Argentera. Questa è una salita orrenda, una salita che non sale mai, ma ripaga con la bellezza del paesaggio e con le fontanelle nel paese. Poi finalmente i tornanti; ogni volta comincio a contarli e perdo il conto dopo tre o quattro curve. Le gambe rispondono bene, non sembrano curarsi del freddo; quando sarò su, dovrò vestirmi per benino. Il vento ogni tanto si fa sentire, tira schiaffi a casaccio, poi sparisce; l’asfalto qui lascia un po’ a desiderare, è più sforacchiato di una groviera. Ho sentito dire che sarà risistemato a breve… Speriamo. Osservo con invidia il camion lassù, l’autista che si destreggia nei tornanti come se fosse al volante di una Cinquecento e invece chissà quanti metri di rimorchio porta giù; con la bici io non ho la stessa agilità. Spunto sul pianoro, prima del lago, e mi aspetto la folata di vento: no, mistero, non arriva nulla; anzi, la superficie dell’acqua è placida come olio. Il bar è già all’opera; un pescatore siede sul guard rail e fissa chissà cosa; si risveglia di soprassalto quando gli passo accanto.

In cima: giacca e guanti lunghi, la discesa sarà fredda, la luce di certo non ha ancora raggiunto la strada. Impugno un po’ titubante le leve freno nuovissime, parto: pare che tutto funzioni, per fortuna, solo che i pattini sono nuovissimi e la corsa del freno è breve. In altre parole, come tocco le leve, inchiodo. Va bè, basta saperlo. Ormai è giorno fatto, batto i denti ma brucio dalla voglia di arrivare giù, per poi tornare su, ma molto più su. Quanti mesi sono che non vado alla Bonette? Troppi… Scoprire, solo ieri, che il colle è aperto è stata una sorpresa splendida. Maison Meane, Larche, Meyronnes, qui tutti dormono ancora; dorme, come sempre, anche la frana, che vorrebbe vietarmi il passaggio. Solo la minaccia di qualche sasso, filo giù in barba ai divieti; mi ci vorrà però tutto il falsopiano fino a Jausiers per convincermi a togliere la giacca. La strada lungo l’Ubaye è ancora tutta in ombra, gelida. Via il lettore Mp3, conserverò la batteria per la prossima notte; ora non ho più bisogno della musica per restare sveglia, anche se la notte scorsa ho dormito tre ore. Mi basta sapere che sono sulla “Plus haute route d’Europe”, e poco importa che non sia più vero; a me piace pensare che sto salendo sul tetto ciclisico d’Europa!

Lungo tratto in mezzo a borghi e cascine e case di artigiani del legno, poi un primo salto a tornanti, un altro salto ancora. Mi sembra impossibile che tutto sia così ostinatamente bello oggi: il cielo blu senza nemmeno la striscia di un aereo, l’erba verde e punteggiata di fiori. L’asfalto perfetto: e sarà perfetto fino in cima, nonostante l’inverno appena concluso, perché quassù l’inverno è molto più lungo. Il rifugio, Halte 2000, i cartelli a bordo strada che segnano lo scorrere dei chilometri. Anche le gambe, in armonia con la giornata, sono in stato di grazia. A farmi compagnia, sciami di motociclisti in assetto da turismo. Altra serie di tornanti, il pianoro con il lago, la neve: qui la strada è stata aperta a forza, schiacciando la neve contro il pendio, creando muri che fanno più impressione di quel che è la realtà; l’acqua scende a rivoli lungo la strada. Il 26 per ora non pesa; sembra quasi che i garretti si divertano ad affrontare i tornanti dell’ultimo salto, i più aspri, perché per guadagnare il premio della cima, laggiù in fondo, bisogna faticare di più. Non posso vedermi, ma so benissimo d’avere un sorriso a trentadue denti, compresi quelli che mi hanno cavato, stampato in volto e già da un bel po’; la mia felicità in questo momento è quasi incontenibile, tanta era la voglia di tornare. Mancano tre chilometri al colle, me li mangio tra le foto; “bravò, bravò”, mi strillano dalle moto, e ci manca poco che non scenda dalla bici e non faccia una piroetta. La scruto da lontano, la cima; è come se indossasse un collo di pelliccia, la neve scostata dalla strada ed accumulata giù dal pendio. Sarà possibile farne il giro? La strada che circumnaviga la cima, benché pulita, pare ancora ingombra di neve franata dai lati; perentori cartelli indicano il divieto di passaggio in entrambi i versi. Non è il divieto che mi impressiona, quanto la poca voglia di zampettare nella neve; scendere da qui, quota 2.700 e rotti, con i piedini umidi non sarebbe il massimo del divertimento. Quassù c’è già gente, qualche ciclista, qualche turista pigro in auto, un bellissimo Pastore Tedesco che si sbizzarrisce rotolandosi nella neve; qualche foto, poi mi vesto e rimonto in sella. Dopotutto quel che conta è il viaggio… Quando sei in cima, non ti resta che scendere! A caccia di un altro viaggio. Mi fermo solo un istante per fotografare il ghiaccio: all’ombra la temperatura è ancora siberiana. Poi giù, con calma: che dire, ho preceduto si e no di mezz’ora una fiumana di ciclisti che ora incontro a grappoli in discesa. Mi godo anche il paesaggio che, salendo, era nascosto dietro la mia schiena; tirando i freni, posso distrarmi più o meno quanto voglio. Anche per inquadrare un bellissimo ciclista dal corpo ben tornito, tutt’altro che magro come un attaccapanni, capelli castani lunghi sulle spalle, carnagione scura, maglietta aperta fino a metà della cerniera ed occhi che non posso vedere, ma dietro alle lenti immagino verdi. Tentazione di fare inversione… Ma non si può, l’Allos chiama!

A Jausiers approfitto della mia solita fontana, pochi secondi e poi ancora strada. Approfitto dei chilometri più o meno piani verso Barcellonette per mangiare: faccio fuori prima il Mars, che non sopravviverà alla calura. In paese passo con il paraocchi, per non guardare le tome e le pagnotte esposte sui banchetti del mercato; via Gian, che se senti il profumo è finita…
La temperatura ora è rovente. Lo stradone che sale al Col d’Allos, al sole del mezzogiorno, è spietato: c’è un po’ d’ombra, ma poca roba, il resto è asfalto nero e bollicine di catrame che ogni tanto scoppiano sotto il peso della ruota. 19 al colle, 18, 17, i chilometri sono scanditi dai segnavia a bordo strada. Qui la pendenza è quanto di più costante si possa immaginare; ci si può mettere lì, prendere un passo, scollegare il cervello. I piedi sono già furiosi, sembra che vogliano scoppiare nelle scarpe; inizia la danza per cambiar posizione, scuoterli, smuovere un po’ la circolazione. E’ tutto verde, tutto bosco qui intorno, ma inganna, non fa ombra. La fontanella: ci butto la testa e poi i piedi, scarpe e tutto, e pazienza se son le bellissime SIDI nuove, io ho troppo male. Sollievo immediato, anche se durerà poco; mi distraggo con le foto, soprattutto quando la strada raggiunge la testa della valle e sale in mezzo ai pascoli. Supero un gruppone di ciclisti fermi; non capisco che lingua parlino, ma tanto non avrei fiato per chiacchierare. Solo uno di loro mi raggiungerà, più avanti. Intanto mando un messaggio a Matteo, a quest’ora segregato in negozio: solo lui può capire davvero la mia gioia per essere qui!

Ormai conosco ogni metro ed ogni curva; so già che, tra poco, arriverà il passo. Infatti, dietro alla curva, spuntano prima i tavolini, poi il Refuge du Col d’Allos: è qui che, nel maldestro tentativo di fare una foto, rischio di sinistrare sia la macchina fotografica che me stessa medesima. La macchinetta vola, io resto agganciata al pedale, solo per un pelo non rovino sull’asfalto. Con molta nonchalance, mi ricompongo, mi vesto: è ora di scendere. La discesa qui è lunga e nemmeno poi fredda; i primi chilometri verso La Foux sono su strada stretta e sconnessa, un po’ troppo per i miei gusti. Mi superano tre auto d’epoca; io sono piantata, riacquisto un minimo di tranquillità solo sullo stradone oltre il paese. Ad Allos poi levo il giacchino, sto bollendo! Mi fermo proprio accanto al dehors di un ristorante da cui si sprigionano profumi assassini… Il falsopiano che segue è un calvario per i piedi; meno male che Colmars arriva in un attimo, o quasi. Un attimo prima del bivio, metto su il rapporto più morbido che ho: so già cosa mi attende! La prima rampa è cattivissima; la salita al Col de Champs prosegue poi sempre severa, almeno per i primi dieci km. Sono novecento metri in poco più di undici chilometri, considerato che, alla fine, la strada spiana. Qui il 26 sì che mi sta un po’ stretto: due o tre denti in più ci vorrebbero… Meno male che la fitta pineta concede tratti di splendida ombra. Mi risorpassano le auto d’epoca, che avevo visto ferme giù al bivio, mentre i piloti discutevano animatamente, chini sulla carta stradale. Difficile azzeccare il bivio, se non sai che c’è; è minuscolo!
Sento la fatica, adesso, ma cerco di far finta di nulla. Non posso risparmiare le gambr, non ho denti a sufficienza; sono costretta ad alzarmi spesso in piedi sui pedali, ma per ora, per fortuna, i garretti non sembrano lamentarsi. Una curva, un’altra curva, qui i chilometri già fatti sono segnati a terra, con vernice verde. Al piazzale del parcheggio, a circa 7 km dall’inizio, mi spaventa un cartello giallo: “route barrée” a 200m. Come, route barrée? Scherziamo? Infotrafic diceva ieri che il colle è aperto… Infatti è un bluff, un cartello dimenticato. La strada qui diventa sì un disastro, ma è percorribile, a patto di pedalare su un tappeto di aghi, rami spezzati, pigne, sabbia, pietre, fanghiglia. La situazione poi peggiora quando si esce dal fitto del bosco: lungo i pendii, a destra e sinistra, si vedono solo alberi piegati e spezzati dalla neve, paline abbattute; in mezzo alla strada, torrenti d’acqua della neve che si scioglie. E ancora cielo blu a perdita d’occhio, e caldo, tantissimo caldo. Mangio una barretta per allontanare la cotta, che per fortuna se ne va da sola. L’ultima curva cambia il colore della montagna, che diventa nera come se una nuvola le facesse ombra, ma non è ombra, è il colore della pietra. “Bravissima”, questa volta il motociclista è italiano: ringrazio, sgambetto via, ormai è fatta, anche questa. Col de Champs, quota 2.100 circa. Questa volta in discesa metto solo il gilet; mi attedono quindici km, prima pascoli e poi tornanti nel bosco. Patisco un po’ il sonno, sarà la calura del primo pomeriggio; la discesa non aiuta. Conto i segnavia; meno male che il fondovalle è già in vista. Saint Martin d’Entraunes: è ora di fare una sosta. Non so quanti chilometri ho alle spalle, ma saranno più o meno duecento; non so nemmeno che ora sia, ma c’è un negozietto già aperto. Entro con la speranza di una Coca Cola e di uno yogurt dolce; mi devo accontentare di un litro di succo di frutta e due tristissimi vasetti di yogurt bianco, nemmeno dolce. Ci aggiungo una scatola di gallette ricoperte di cioccolato; scelta incauta ed infausta. Il cioccolato è già liquefatto prima ancora di uscire dalla bottega. Mi fermo su una panchina al sole, perché in fondo ho l’indole della lucertola; mi ingegno a mangiare gli yogurt, che oltretutto devono essere scaduti all’epoca delle guerre puniche.. Disgustosi e di consistenza gelatinosa. Sono inguardabile, lo so, ma in un modo o nell’altro i vasetti finiscono ripuliti, il succo nella borraccia, i biscotti nella borsina al telaio. Riparto sforzandomi di credere che la pausa mi abbia fatto bene; insieme a me, tre ciclisti francesi alle prese con il Tour de Troi Cols, Quando scoprono che io ci ho aggiunto altri Troi Cols, o meglio li avrò aggiunti quando sarò tornata sulla Maddalena, restano basiti. Però vanno più forte di me: io accuso un po’ di stanchezza, li lascio andare. Stranamente i cinque o sei km di salitina noiosa prima di Entraunes passano in fretta; poi la pendenza si fa cattiva, non ce n’è più per nessuno. Le ombre si allungano, ma il sole picchia ancora feroce, anche se qualche tratto di strada finisce già in ombra. Sedici km al colle, Gian risparmia mi raccomando. Scatto ancora foto, misuro le forze; sono un po’ abbacchiata, temo per la prima volta di non farcela. Non farcela? Ma non diciamo eresie, Gian. Pian piano, ma ce la farai, anche perché raggiungere Estenc è un pianto, ma da lì in cima i km sono solo più sette e sono meravigliosi. Due dei ciclisti francesi sono sempre lì avanti, in vista. Ancora un po’ d’ombra, qualche turista, l’aria della sera, la vallata immersa in una luce ora più dolce e tenue. Meno cinque, meno quattro, anche le gambe sanno che è quasi finita; ancora un messaggio a Matteo… Un tornante, due, in mezzo alla neve, poi il colle, già in ombra. Saranno le sette e mezza, più o meno. Una famiglia in camper mi saluta. Mi vesto, con calma, scendo giù; ventinove km a Barcellonette da quassù. In fondo era questo l’unico mio obbligo: arrivare quassù, al Col de la Cayolle, in modo da poter ancora affrontare la discesa con la luce. Obbligo assolto comodissimamente. Scendere con il buio da quassù mi avrebbe consumato i nervi e mi avrebbe costretta a rischi non indifferenti, soprattutto nei primi chilometri. Invece ora mollo i freni, anche un po’ troppo, tale è la voglia di tornare per un attimo con i piedi a fondovalle. Bellissima la vallata della Cayolle, punteggiata di paesini e fontane e chiusa in fondo dalle Gorges, ma io inseguo ora le luci di Barcellonette.

Anche qui, breve pausa, visto che ormai conosco la geografia dei “WC Public” di mezza Francia; ne approfitto per indossare il giacchino rifrangente, le cavigliere e per mangiare qualcosa. Poi mi rimetto in marcia: se mi sbrigo, avrò un po’ di luce fino a Meyronnes. Forse.
La strada verso Jausiers e La Condamine è il solito strazio. Passo il tempo sbocconcellando una barretta; devo razionare il cibo, non mi resta molto, e la fame avanza. A La Condamine, ultima sosta; riempo la borraccia aggiungendo una bustona di Polase, sistemo la frontale e le luci sul manubrio, parto. Per un momento mi assale l’angoscia: e se lungo la Maddalena, nel tratto iniziale incriminato, in pieno divieto, incontrassi la Gendarmerie? Se non mi lasciassero proseguire? Sarebbero guai seri: l’auto a Demonte, io qui e la Maddalena in mezzo… Metto la musica per scacciare i pensieri cattivi, ma quei primi quattro o cinque km prima di Meyronnes me li mangio. E’ la paura che mi dà energia. Dalle prime curve si vede ancora il salto sul fondovalle, ma al paese è quasi buio. Salgo ancora a lungo con la sola lucina a manubrio, intermittente, per farmi vedere da chi scende; per me, per procedere, non è ancora necessaria la frontale. E così, nell’oscurità, si vedono meglio le stelle, a profusione, si seguono le luci dei camion che mi sorpassano e poi pian piano si arrampicano lassù. L’unico timore è per la discesa; sarà gelida ed io non ho portato nulla per coprire le gambe. Ma bando ai patemi, Gian: te ne preoccuperai quando sarai lassù.
Non avrei mai pensato che lungo la Maddalena ci fosse tanto movimento di camion, di notte. In realtà non è tardi; sento suonare le undici poco dopo Larche; il fatto è che la notte dilata gli spazi e confonde i riferimenti; potrebbe essere mezzanotte, le tre, chissà… D Ormai manca poco; salgo tranquilla, con la testa che va per conto suo, un po’ per effetto del buio, un po’ per il sonno che fa capolino. Di fronte a me è tutto nero; giro il penultimo tornante… E resto senza fiato. Laggiù, a fondovalle, un ultimo tenue barlume di luce blu spezza il nero e resiste aggrappata alle cime. Il tempo di una foto, l’ultima prima che la batteria della macchina fotografica renda lo spirito. Ho dovuto fermarmi, ma anche ripartire diventa, al buio, un esercizio di equilibrio delicatissimo. Chissà se sono qui davvero o se sto sognando? E’ difficile, molto difficile credere di avere un contatto con la realtà, in questi momenti. E’ tutto incerto, indefinito, il tempo e le figure che escono dal buio nel cerchio della frontale, che bisogna esserci ben vicini per capire cosa siano davvero.

Anche l’ultimo chilometro rotola via. Al passo mi fermo, al riparo del gabbiotto dei liquori; indosso la giacca, i guanti lunghi, fisso la terza luce. E’ la resa dei conti, ora si scende. Calma e sangue freddo, Gian: saranno quaranta km, vedrai che passano in fretta. Devo ragionare per obiettivi. Cercare le luci di Argentera, prima: un tornante via l’altro, brividi sulle gambe, dita che fanno male per quanto tendo i freni senza nemmeno rendermene conto; mi fanno paura le crepe nell’asfalto lungo il senso di marcia. Un’eternità per vedere le luci del paese, illuminato sì ma deserto, Poi il pianoro, e qui mangio un po’, l’ultimo Mars che si era sciolto ed ora, al freddo della notte, è tornato solido, miracoli della fisica pasticcera. Devo respingere il sonno: è ancora troppo troppo presto. A Bersezio riprendo la discesa; dai Gian, hai ancora luce per un po’. Vorrei guardare il cielo ma non posso distrarmi; arrivo alle Barricate, alla prima galleria, in compagnia di tre lunghissimi camion. A Pontebernardo poi incrocio alcune auto; com’è tutto relativo, di norma le odio ed ora invece ne desidero il conforto. Pietraporzio e mi gelano le mani: cerco di controllare almeno il tremore delle gambe nude. I piedi sono gelati, almeno il freddo lenisce un po’ il dolore. Ma è un gioco di fino, spostare il peso un po’ su un piede, un po’ sull’altro, un po’ sulla sella quando il didietro ormai dà segni di impazienza pure lui. La riga bianca a bordo strada è il mio faro nella notte, soprattutto quando le auto che incrocio non accennano ad abbassare gli abbaglianti. Sambuco, ancora un po’ di luce, poi le gallerie. Ed i camosci, quasi fossero rimesti lì ad aspettarmi dalla notte scorsa: stavolta schizzano via subito, agili spariscono dalla mia vista annebbiata. Il falsopiano prima di Vinadio è una tortura per i piedi gonfi: sfrutto la breve risalita per cambiare un po’ la posizione. Ancora dodici km, santa pazienza e sforzo sovrumano per tenere gli occhi aperti. Che le palpebre stanno anche su… Ma il cervello si stacca, vuole riposo e non c’è niente da fare. Aisone, anche stavolta la vedo al buio; ancora interminabili curve, quasi non mi sembra vero quando raggiungo finalmente il semaforo del senso alternato a Demonte. Entro in paese, spengo le luci, la Opel è ancora lì. Mezzanotte e mezza. Sono stanca, sono incommensurabilmente felice ed ho una gran voglia di una vasca colma d’acqua: ma dovrò attendere ancora un po’… Dopo circa 330 km e quasi 7000 m di dislivello, i 70 km di ritorno a casa in auto mi costeranno cinque e più ore: baldanzosamente decido di partire… Ma alla prima piazzola sono già ferma, nel mondo dei sogni. Quasi pronta per un altro viaggio!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!