Sabato 2 agosto 2008: Trittico del Fauniera, edizione zero

Ai circa 2.500 m di quota (non facciamo i pignoli) del Colle di Fauniera, o, Colle dei Morti secondo I puristi, si sale da tre versanti: dagli 800 m di Pradleves in 22 km, dagli 800 m di Demonte in 25 km, dai 950 m di Ponte Marmora in 22 km. Logica conseguenza: un colle così è fatto apposta perché il volenteroso ciclista ci porti le proprie ruote per tre volte di fila, nello stesso giorno. E’ naturale, inevitabile, direi.

L’idea nasce in primavera, il periodo in cui si risvegliano tutti gli istinti, anche e soprattutto quelli del ciclista affamato di montagna, fin lì respinto dal freddo e dalla neve, costretto, suo malgrado a trasformarsi in sciatore od escursionista con le racchette da neve, pur di placare un po’ il desiderio irrefrenabile di cime. Oppure, come la sottoscritta, ad accontentarsi, si fa per dire, degli itinerari di Langa e Roero, o ad emigrare verso la vicina e tiepida Liguria. Perché non mettere insieme un gruppo di matti e salire al colle, nello stesso giorno, dai tre versanti? Per simile ardita impresa è già pronto un nome giustamente altisonante: il “Trittico del Fauniera”. Un puro e semplice plagio: alcuni colleghi toscani hanno coniato il “Trittico del Monte Serra”, idea che pare fatta apposta per essere copiata! “Trittico del Fauniera”, suona anche bene, sintetico ed epico al punto giusto. Il programma, democraticamente come sempre, lo stabilisco io: si sale prima da Pradleves, poi da Demonte, lasciando per ultimo il lato meno ostico, ma anche meno interessante, di Ponte Marmora.
Come il buon vino, anche il Trittico del Fauniera rimane per qualche tempo lì in cantina ad invecchiare; anzi, ad inizio giugno, il maltempo mette il progetto in serio rischio, scatenando la propria furia anche sulla Valle Grana e sul Vallone di Marmora. Ma le strade, nel giro di un mese e mezzo, tornano più o meno praticabili, e con esse il nostro progetto.

I protagonisti del “Trittico Edizione Zero” sono tre: ma tre, in fondo, è il numero perfetto, no? Solo che non riusciamo, nemmeno noi tre, a metterci d’accordo né sull’orario, né sul luogo di partenza; così, stabiliamo che Luca ed io partiremo da Dronero alle sei, mentre Michelangelo, notoriamente incollato con il Bostik al materasso, ci raggiungerà con molto comodo, partendo da Valgrana alle… Boh, non si sa, comunque più tardi. Tanto meglio: Luca ed io potremo rinfacciargli a vita la nostra schiacciante superiorità, perché, rispetto a lui, avremo accumulato, a fine giornata, anche il dislivello della salita di Montemale!

Ora, poniamo che, come stabilito, voi abbiate fissato per le 6 a Dronero la partenza di un giro massacro. Poniamo che, il giorno prima, un vostro amico se ne vada a fare un lungo giro oltralpe, programmando il rientro a casa sua in treno a sera, da una certa stazione di un certo paese. E poniamo che quel vostro amico arrivi sì a quella stazione di quel certo paese, ma troppo tardi per prendere l’ultimo treno verso casa. E vi mandi un messaggio per annunciarvi il fatto che è nei guai. Senza chiedervi nulla, beninteso. Che fate? Bah. Se fosse una persona di cui vi importa relativamente, fareste probabilmente spallucce e liquidereste la cosa con un distratto “Cavoli suoi”. Magari accompagnato da un ghigno malefico e da un’esclamazione divertita: “Pirla!” Solo che non si tratta di un Tizio o Caio qualsiasi, ma di un amico, di quelli con la A maiuscola. Ci pensate un attimo, ma non due, e gli mandate in risposta un SMS: “Non ho l’auto fino a più tardi questa sera, ma, appena la recupero, parto e vengo a prenderti”. Tradotto in indicazioni stradali, parto, supero un colle alpino, sconfino all’estero e, dopo aver macinato qualcosa come 130 km, arrivo al cospetto del casinista in questione, raccattando lui e la bici, un po’ prima di mezzanotte. Li carico, riparto, risupero il colle, rientro in Italia, li deposito sotto casa, e son circa le due di notte. Da qui, l’idea originaria prevedeva di andare direttamente a nanna a Dronero, per recuperare almeno un paio d’ore di sonno, qualcosa di più; infatti, mi son portata tutto, colazione, sacco a pelo. Tutto, tranne una cosa fondamentale irrinunciabile che invece fa saltare il mio piano e mi costringe a rientrare a casa. Alle tre sono a Carmagnola: sgattaiolo in casa come una ladra, senza che mia sorella si accorga di nulla; poi, per non svegliarla, scendo a nanna in garage: ho un’ora e un quarto di tempo per dormire un po’. In realtà, poi, strappo qualche minuto in più, tant’è che a Dronero arrivo al pelo per le 6, proprio insieme a Luca. Scendo dall’auto e già mi sento uno zombie: andiamo bene… Per fortuna, il cielo sembra terso, promette bene. La piazza è ancora deserta, il paese mezzo addormentato; ci avviamo pian piano sulle prime rampe della salita di Montemale. Nonostante l’ora, fa già molto caldo; c’è afa. Fatico fin da subito, ma per me è normale, sulla prima salita; ormai mi conosco, so che, per far viaggiare come si deve il mio motore, ci vuole tempo, riscaldamento e pazienza. E poi, quel che mi preoccupa non è tanto questa salita, quanto il tratto di falsopiano tra Valgrana e Pradleves, che odio! Luca promette di fare da capofila; peccato che io non sia capace di stare a ruota! Ecco perché, dopo una gelida discesa, comincio ad arrancare, brontolare, sbuffare, pestare in modo scomposto sui pedali che non ne vogliono proprio sapere di scendere.
Pian piano, la vita nella bassa valle si risveglia; spuntano i primi anziani che vanno a far la spesa, le prime auto dei turisti più mattinieri. Chissà Mik? A quest’ora, sarà nella fase finale del sonno. Forse.

A Pradleves, il cartello del km 0 annuncia l’inizio della prima, vera fatica. Nel senso che, a Montemale, abbiamo scherzato; mo’ non c’è più niente da ridere, proprio niente! Come sempre, i primi 7 km, fino a Campomolino, mi creano difficoltà enormi. La strada sembra non salire, ma sale, eccome se sale, e, peggio che mai, lo fa senza tornanti, con rampe lunghe e dritte che sconfortano. Mi distraggo guardando i segni dell’alluvione: è evidente che qualcosa è cambiato in modo radicale, anche se, sul momento, non riesco a mettere bene a fuoco l’immagine di questa valle “prima”. C’era senza dubbio molta più vegetazione dove adesso, invece, il torrente è scoperto e completamente visibile; ci sono alcuni tratti in cui l’asfalto è stato rifatto.
Luca, di tanto in tanto, attende, paziente, ma io sto procedendo davvero piano. Per ora non mi manca il sonno, ma so che la fatica oggi è tanta, è lunga; non posso permettermi di strafare, anzi. Da Campomolino in poi, psicologicamente, va meglio: la pendenza si fa decisa; di tanto in tanto c’è qualche tornante; soprattutto, la valle pian piano si apre, rivelando tutta la sua bellezza in una giornata così luminosa com’è oggi. L’unico fastidio che turba questo silenzio è un insistente “clac” metallico che proviene, credo, dal mio pedale sinistro: ma che diavolo succede? Boh… Insiste, il marrano! Speriamo che sia tutto ok, che non ci sia nulla in procinto di sfasciarsi… Proprio oggi, mi dispiacerebbe!

Superato lo strappo duro della cappelletta di San Bernardo da Mentone e le frazioni di Chiappi e Chiotti, la vista sulla vallata è ormai ampia; si nota che il torrente si è “mangiato” una bella fetta dei pascoli, causando, senza dubbio, ingenti danni a chi vive qui sui proventi del bestiame. E qui mi distraggo e vado a ripensare alle vecchie diatribe, mai sopite, tra la Valle Grana e la Fausto Coppi, la Granfondo per eccellenza delle montagne cuneesi. Amo ed odio questa valle: la amo per quant’è bella, perché è la salita più bella in assoluto che abbia mai percorso, e dire che ne ho ormai collezionate tante un po’ dappertutto; la odio perché è lei stessa ad odiare me quando sto su una bici da corsa. Negli anni passati, le amministrazioni locali hanno fatto il possibile e l’impossibile per impedire che la manifestazione ciclistica passasse di qua, con l’improbabile scusa del danno economico conseguente alla chiusura delle strade “per un’intera giornata” (quando mai la Fausto Coppi ha richiesto la chiusura delle strade per un’intera giornata?). L’unica spiegazione che io ammetto, invece, è la cronica incapacità di vedere al di là del proprio naso, di sfruttare una potenziale risorsa economica e turistica come può essere, appunto, una corsa ciclistica: vedi Maratona dles Dolomites, Oetztaler Radmarathon, Marmotte, Nove Colli, chi più ne ha più ne metta, e vedi il “danno” che tali eventi arrecano alle zone che interessano. Sarà anche per quello che, pochi giorni fa, parlando con una persona vicina all’organizzazione della corsa, e fonte assolutamente attendibile, sono stata soddisfattissima di scoprire che, a quanto pare, l’unico danno reale e tangibile è derivato all’economia di valle proprio dall’ostilità nei confronti della granfondo: vedi, pubblicità negativa nel settore, prenotazioni alberghiere e presso i ristoranti annullate, ecc. ecc. Da ciclista ed amante della Fausto Coppi, la corsa “di casa”, non posso che provare intima e cattiva soddisfazione. Da una parte, vorrei che la Fausto Coppi di qua non passasse mai più, e che questa valle fosse lasciata al suo isolamento per cui tanto ha combattuto; dall’altra, però, spero invece ce la GF qui ci torni, perché questa è “la mia salita”, è piezz’e core!

Così rimuginando, supero anche le rampe che conducono al Santuario, dove trovo Luca in paziente attesa. Si riparte: da qui mancano circa 8 km, ma il peggio ormai è passato. Strappo, falsopiano, due tornanti, minisosta alla fontanella dell’alpeggio, per riempire la borraccia: di Mik, per ora, nemmeno l’ombra. Nessun motorino lungo il serpente grigio della strada. Ancora salita dritta, due tornanti, la baita di Martini: mancano 3,5 km, come annuncia il cartello. E qui è fatta davvero; la pendenza scende drasticamente; riprende appena appena passando accanto al Colle Esischie, il collegamento con la Valle Maira. Il cielo è ancora blu, per adesso; oltre una sella, a poche centinaia di metri dal colle, si vede la famigerata Rocca La Meja: famigerata per me, che un bel po’ d’anni fa ci son rimasta appesa senza più riuscire ad andare né su, né giù. Dall’altra parte, butto l’occhio per vedere se c’è qualche ciclista che sale: no, ancora nulla.

Pochi secondi di sosta, tempo di vestirsi e si scende. Mi rendo subito conto che oggi è uno di quei giorni in cui la discesa mi crea più problemi del solito; soprattutto per via del sonno, che si fa sentire subito, della difficoltà a mettere a fuoco la strada e le distanze. Capita spesso, quando dormo troppo poco, mostruosamente poco come la notte scorsa! Impiego un’eternità a scendere, anche perché il traffico di veicoli a motore sta aumentando; anzi, per un pelo passo tra un furgone che sale troppo forte ed il bordo strada, senza finir di sotto… Una sferzata di adrenalina che, se non altro, mi sveglia per un po’. Incrocio anche un sacco di gente che sale in bici! Tutti meno mattinieri di me…

Finalmente, consumati i freni, arrivo a Demonte. Chiedo a Luca una brevissima tregua: tempo di andare a caccia di Coca Cola e yogurt! I miei punti fermi quando fa caldo. Trovo subito un minimarket e quel che cerco: due botticini di yogurt comodissimi da metter nelle tasche, più due lattine di Coca. Esco giusto in tempo per cogliere le facce divertite di un capannello di persone attorno ad un fuoristrada; il clacson del veicolo sta suonando ininterrottamente da diversi minuti, e chi lo suona è… Un bellissimo Labrador chiaro! Che forte… Evidentemente, s’è stufato di aspettare il padrone!

Raggiungo Luca al bivio per il Vallone dell’Arma; si dia inizio alle danze, torniamo su. Incrocio qui Isacco, un ragazzo del Cuneese che avevo conosciuto qualche giorno fa al Trail: vorrebbe venir su, ma è in compagnia di un amico che ha problemi con il cambio; dice che andrà a Ponte Marmora e tenterà la salita, meno ardua, di là. Ci salutiamo; riprendo il cammino, sorseggiando lo yogurt. I primi 10-12 km di quest’ascesa, finché non ci si lascia alle spalle gli abitati, per me sono sempre un calvario: la salita è irregolare, strappa di continuo, poi scende, ed è esposta al sole feroce di metà giornata. Ho sempre la sensazione che le ruote siano incollate all’asfalto, che il freno sia per qualche ragione bloccato e stringa il cerchio… Per fortuna, questa volta si sale in compagnia; non solo: trovo persino, caso più unico che raro, qualcuno che sale più piano di me! La tentazione di dare battaglia è troppa… E’ una guerra tra poveri, ma anche io ogni tanto ho bisogno della mia iniezione di fiducia!

Ecco, a circa 6 km da Demonte, il buon Mik che scende: con comodo, mi raccomando! Cavoli, vediamo di fare in modo che non mi riacchiappi prima del colle… Anche se, secondo me, ce la farà, garantito!

I tornanti poco prima del Gias Cavera sono una liberazione. Qui la vista è splendida, la valle ampia, l’altro alpeggio a sinistra lungo il sentiero a mezza costa, i due dentini di roccia lassù in alto. I cartelli “Latte fresco” e “Yogurt” sono sempre una tentazione, per me che adoro qualsiasi cosa che derivi dal latte; finora non ho mai ceduto, ma prima o poi…
Dopo il Gias, mancano ancora 8 km: c’è un tratto di falsopiano che concede respiro; ne approfitto per bere la seconda lattina di Coca Cola. Comodo, il nuovo formato “sottile” delle lattine: calza a pennello per la borraccia portaoggetti! Sento che la luce tende a spegnersi un po’… Meglio rallentare, mangiare qualcosa, anche se non mi resta molto. Pigrizia mia, nei giorni scorsi ho rinunciato a fare scorta di barrette da Decathlon; ho in tasca qualche brioche, ma non è la stessa cosa. Pazienza, ormai manca poco: dopo il “drittone” in mezzo al pianoro, dopo il passaggio accanto alle mucche placide e sonnacchiose, mancano 5 km e ci sono un po’ di tornanti dove raccolgo ancora un paio di cadaveri più defunti di me. Ormai il colle è lassù, si vede. E poi, in fondo, qui la salita finisce al Valcavera; da lì in poi, manca un km e mezzo, ma quando sei lì, che diamine, fin su ci arrivi, sempre e comunque! Splendida l’ultima rampa in mezzo alla pietraia, che poi s’infila nella strettoia e rivela finalmente il colle. Passo e ricevo il rimbrotto seccato di un ciclista che lamenta di non poter nemmeno fare pipì in pace… Mah, figliolo, sei praticamente in mezzo ad una strada; fai un po’ tu! Ce n’è di gente strana… Sarà colpa della quota?

Anche stavolta, breve pausa per sgranocchiare una crostatina e via, giù verso Ponte Marmora. Non ci metto molto a realizzare che questa discesa sarà una vera odissea: dire che l’asfalto è in condizioni disastrose è ottimistico… Alla mia difficoltà, già acuita dal sonno, si aggiungono buche, fessure, sassi, tratti sterrati, tratti a pendenza irregolare, e poi quei maledetti quattro o cinqe “scalini” a pendenza esagerata per i miei poveri pattini dei freni. Anche Mik, che all’improvviso si materializza di fianco, concorda: è ‘na tragggggggedia!!! Però poi fila via meglio di me, come sempre… Ritrovo i due compari di viaggio a Tolosano; da qui in poi, la vita è un po’ più facile, solo un po’. Poco prima della fine della discesa, poi, incrocio Isacco ed il suo amico: hanno mantenuto la promessa!
Quando giungo a Ponte Marmora, trovo una lattina di Coca Cola che già mi aspetta: mai omaggio fu più gradito! Ricorderò questa discesa come un incubo; la prossima volta, porto i cingoli!
Al bar ristorante lì accanto alla fontana prendo anche un paio di brioches: non ho più nulla in tasca; se non faccio rifornimento, in cima non arrivo più! Poi si riparte, con circospezione. Sembra che le gambe girino ancora: ho un fastidio alla destra, un dolore che però, per fortuna, sembra farsi sentire più in discesa, a gamba fredda, che in salita. Per distrarmi, rispondo ad un po’ di SMS che mi sono piovuti addosso non appena ho riacceso il cellulare: approfittiamone finché c’è campo!

Il tratto di fondovalle, coln le gallerie, è lungo e noioso, ma tra un messaggio e l’altro passa abbastanza in fretta. Sono secoli che non percorro questo versante del Fauniera: non mi piace, proprio non mi piace. Per troppoi km la salita è troppo blanda, poi ci sono quegli strappi malefici in cui è troppo cattiva, insomma, non mi va mai bene niente! Intanto, lassù, il cielo non è più limpido come prima, anzi… Vuoi vedere che becchiamo il temporale? Ma ormai siamo qui, ad un passo dal Trittico; non è ammesso rinunciare!
Risalgo lentamente il falsopiano prima di Tolosano; qui mi fermo e faccio il pieno di acqua: sto bevendo come una spugna, oggi! Poi, riparto per il tratto in mezzo al bosco, quello con i tornanti e con i malefici scalini, che affronto sempre con terrore. Mi sembra di non riuscire a tenere la ruota anteriore incollata all’asfalto; in più, il fondo è sconnesso, cosa che mi rende la vita ancor più grama. Per quattro o cinque volte di fila, arrivo oltre lo strappo in apnea; tant’è che, quando finalmente giungo ai margini del bosco, in mezzo alle baite e sul pianoro dove la strada passa accanto all’ultimo alpeggio, ho una fame boia! E la crisi è lì, dietro l’angolo, sotto forma di debolezza improvvisa, pesante. Approfitto del tratto quasi in piano per mangiare qualcosa e riprendermi; da qui a su, mancheranno all’incirca 4 o 5 km. E ci sono i tornanti!

La temperatura è scesa, fa quasi fresco e c’è un certo venticello che mi fa tirare su la zip della maglietta. Incrocio un motociclista che mi ricorda che “è ancora lunga”: don’t worry, Lei, si faccia una bella padellata di caxxi suoi… Lo so, divento scurrile ed intrattabile quando sono stanca! Il fatto è che quest’ultimo km prima del Colle Esischie è proprio lungo, ma lungo, molto più di un solo km; come se non bastasse, scollinato il passo intermedio, mi ritrovo in mezzo alla nebbia: andiamo bene! Dai Gian, solo più un km da qui al Fauniera; non te ne accorgi nemmeno. Speriamo che i due fringuelli, lassù, non siano già congelati! No, in effetti no, sono vivi e vegeti ed intenti a chiacchierare come se fossero appena rientrati dalla gitarella di piacere domenicale. Qualche foto di rito, poi giù in Valle Grana: la fatica è finita!!! O no?

La nebbia sembra meno fitta, man mano che scendiamo. Ho freddo, ma non so se sia colpa della temperatura, del sonno, della fame. Anche qui, freni tirati e tempo eterno per arrivare giù; soprattutto, dolore alla gamba che mi fa davvero veder le stelle. Giù a fondovalle, pedalare diventa una vera tortura! Meno male che è finita, altrimenti non so proprio come potrei cavarmela.

Dubbio esistenziale, come tornare a Dronero? Via Montemale o via Caraglio? Via Caraglio significa pianura, cosa che a me fa aCCCCCCapponare la pelle; però, quando Luca mi fa presente che sono quasi le sette, mi rassegno alla necessità di fare in fretta: già, devo, assolutamente devo arrivare a Dronero in tempo per fiondarmi al Maxisconto di fronte al parcheggio e comprare un litro e mezzo di Coca Cola.

Poco prima di Valgrana, colti da un raptus di follia, Luca e Mik si scatenano in una volata verso un non ben precisato traguardo; per un millisecondo tento di restare a ruota, poi li liquido invitandoli, tra me e me, ad andare dov’è immaginabile… E procedo al mio passo, stanco. Invidio moltissimo, in questo momento, Mik che ha l’auto qui a Caraglio! Luca ed io dobbiamo ancora andare fino a Dronero, saranno cinque o sei km, ma tutti dannatamente in falsopiano in salita, anzi, una roba che a me, adesso, pare il Mortirolo. Per quanto Luca rallenti, io rallento ancor di più, striscio, arranco, mi trascino: mi sto spegnendo, e non lentamente, niente affatto! La rotonda di Dronero è quasi un miraggio. Facendo due conti, abbiamo messo insieme circa 170 km e 5.300 m di dislivello: un giro con meno km e più dislivello possibile, come piace a me! Del resto, a che serve la bici se non per andare in salita? Non avrebbe ragione di esistere…
Giungiamo al parcheggio; butto letteralmente la bici in auto, saluto Luca e mi precipito al supermercato: basta il pintone da un litro e mezzo di Coca tra le mani, e già mi sento meglio…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!