Sabato 26 e domenica 27 luglio 2008: sulle strade della Race Across The Alps. Primo giorno.

Un’ora di coda in tangenziale a Milano: non c’è che dire, questo fine settimana non comincia sotto i migliori auspici. Tutt’altro. Dobbiamo essere a Tovo S.Agata entro le 23, sono le 20 passate e tutto lascia presagire che ci toccherà star qui ancora un po’. Ivano frigge, e friggo anch’io che pure credo d’essere abituata più di lui alle lunghe trasferte in auto per andare a pedalare. Beh, c’è da dire che la mia Opel non ha l’autoradio, ma, con Ivano come passeggero, non ne sento proprio la mancanza.
Scampanellìo del telefonino, arriva un messaggio: “Certo che i Milanesi son proprio sfigati”; è Michelangelo, perso pure lui da qualche parte in questo mare di asfalto e lamiere e facce a metà tra esasperazione e rassegnazione. Non abbiamo potuto concentrare tre persone e tre bici su una sola auto; il povero Mik così è rimasto da solo. Sfigati, sì, stavo proprio commentando questo fatto: mi fa rabbrividire il pensiero di chi si sorbisce questo immane caos ogni santo giorno lavorativo della propria esistenza, code e rallentamenti all’andata, rallentamenti e code al ritorno, ma è vita? Non pensavo di incappare in un pasticcio del genere, il venerdì sera… Altrimenti, tempo perso per tempo perso, sarei passata da Piacenza!
Poi qualcosa si muove, avanziamo pian piano, direzione Venezia. Ovviamente non ho con me un atlante, ma mi par di ricordare vagamente che sia la strada giusta, almeno per esclusione: Como-Chiasso no, Tangenziale Ovest no, ergo Venezia deve essere giusto. Lo dico anche a Mik, con fare convintissimo; poi però mi vien da pensare, “Speriamo bene…”. Ivano è titubante ma… Dovrà ricredersi! Usciamo a Cinisello Balsamo, poi da lì abbiamo ancora una mezza eternità di strada, verso Sondrio e poi da lì a Tirano e Tovo. Arriviamo a destinazione, all’Hotel Franca di Tovo, che son quasi le 23.30: scopriamo con sollievo che il titolare ci ha aspettati davvero. Tempo di parcheggiare la Opel, alla mia solita fantasiosa maniera (leggi, come occupare più posti possibile con una sola auto), ed ecco che arriva anche Mik: la coda ha annullato la mezz’oretta e più di vantaggio che Ivano ed io avevamo alla partenza. Porca paletta, non c’è niente da fare, ‘sto ragazzo mi umilia anche in auto, non solo in bici!

Tutti a nanna, che domani la sveglia sarà impietosa. Ed anche il giro: Tovo, Mortirolo da Mazzo, rientro a Tovo, Tirano, Passo Bernina, La Punt, Passo Albula, Davos, Passo Flüela.
Ivano ed io la puntiamo presto assai, la sveglia, alle quattro e mezza, per essere in bici un’ora dopo. Mik ha già decretato che non ci pensa manco, e che partirà ben più tardi, in compagnia di Alex e Mario. Già, domani la faccenda sarà complicata: Alex e Mario partiranno da Edolo, saliranno all’Aprica, poi da lì a Tirano e Tovo, dove raccatteranno anche Mik, tra le 6.30 e le 7, per salire al Mortirolo; Claudio partirà sempre da Edolo ma per salire al Mortirolo da Monno. Ivano ed io, a quel punto, avremo già portato le nostre ruote sul colle, anzi, saremo già di ritorno verso Tovo. Io sono clamorosamente lenta rispetto al resto del gruppo; tutto ciò che posso fare, per non rallentare troppo la marcia degli altri, è partire prima, molto prima.

Non è il trillo antipatico del cellulare a svegliarmi, ma Ivano che è già operativo: meno male, una volta tanto un risveglio dolce, non di quelli che fan perdere due mesi di vita. Ci prepariamo alla svelta ed in silenzio, mentre Mik continua ostinato il suo letargo, scomparendo sotto le coperte. Quasi quasi non valeva nemmeno la pena di mettersi a nanna! Colazione, come sempre, molto equilibrata, a base di focaccia con gorgonzola e stracchino, una roba che digerirò più o meno in tempo per l’uscita ciclistica che farò fra due settimane, e succo di frutta fresco, una genialata a cui ha pensato Ivano, stracciando i gioielli di famiglia al povero albergatore, la sera prima, per ottenere la disponibilità del frigorifero del bar.

Per la prima salita, decidiamo di lasciare gli zaini in auto: tanto, ripasseremo di qua tra non molto. Detto, fatto: poco prima delle 5.30 siamo in sella. Tengo d’occhio il cielo: non è limpido, anzi; le nuvole che vedo non hanno affatto l’aspetto rassicurante. Però, mi sforzo di non pensarci: tanto, non cambia nulla, proprio nulla; il giro s’ha da fare e si farà!
E’ proprio vero che la compagnia giusta può spianare anche le pendenze più cattive. Con Ivano succede proprio così: si chiacchiera, si ride, si litiga e intanto si va su senza troppo pensare alle rampe, ai tornanti feroci, alle gambe che un po’ lamentano la partenza a freddo. Anzi, sembra quasi che le pendenze famigerate di questo colle, per oggi, si siano trasferite in vacanza altrove. E poi, a quest’ora mattutina, di traffico ce n’è ben poco, quasi nulla.
Uno dei tanti pregi di Ivano (uè non montarti la testa, mi raccomando, altrimenti estraggo la lista dei tuoi lati detestabili!) è di essere un narratore eccellente: quando parte col racconto di una storia, ti cattura e non ti lascia più scampo; tu non te ne accorgi nemmeno e sei già scivolato via in un altro mondo. E la storia può nascere in qualsiasi momento, da qualsiasi particolare, quello che tu, mente molto meno eclettica, non degneresti nemmeno di attenzione. Passiamo accanto ad un gruppo di minuscole casette in pietra, ce n’è una che all’interno avrà si e no un vano o due: “Che fortuna”, penso io, “a far le pulizie in una casa così, ci si mette mezz’ora e via!”. Lui no, lui ricorda invece un vecchio film per ragazzi, in cui un omino entra in una casetta che dall’esterno appare proprio come questa: piccola, piccolissima. Ma all’interno, oltre la porta d’ingresso, ci sono tre porte: l’omino apre prima quella di sinistra, oltre la quale compare una gigantesca piscina olimpionica; poi quella di destra, che nasconde un enorme stadio di calcio; poi quella centrale, che conduce all’abitazione vera e propria. L’indomani, l’inquadratura torna ad essere quella “da fuori”: l’omino si chiude la porta della casetta che, vista così, continua ad essere la stessa minuscola del giorno prima. Bellissima immagine, e intanto io faccio almeno tre chilometri senza accorgermene!
Passiamo il tornante dedicato a Pantani, dove Ivano si ferma a far qualche foto. E poi l’inevitabile diatriba, io pro Pantani lui anti Pantani, io a favore dei ciclisti sempre e comunque, lui carnefice dei ciclisti dopati, e poi la storia di Ben Johnson, e gli animi si scaldano come le nostre schiene sotto i primi raggi più decisi del sole mattutino. Cavoli, ho bel di arrabbiarmi, ma non è facile contrastare l’abilità dialettica di quest’elemento pericoloso che mi viaggia al fianco! Riesce sempre, il dannato, a dir le cose in modo tale che sembra avere inevitabilmente ragione… Anche se io penso che non sia così! Uff, basta, mi arrendo, tanto ciascuno resta della propria idea, alla fine. E poi, soprattutto, siamo in cima, quindi bando alle ciance: tocca scendere!

Ivano va in esplorazione della discesa su Grosio. Io sento Alex al telefono; lui, Mario e Mik hanno percorso appena qualche km. Decido di scendere per la stessa strada da cui sono salita, nonostante il mio terrore delle pendenze, per incrociare la banda: infatti, parecchio più giù, mi trovo davanti Mik che sale con un’andatura impressionante e, nel contempo, con il suo stile inconfondibile, composto, che non lascia trapelare il minimo segno di fatica. Se non fosse che non sono in grado di staccare entrambe le mani dal manubrio, e che comunque sono in discesa e potrei fare una brutta fine, mi lancerei in un fragoroso applauso! E’ talmente emozionante, per chi ama la salita, vedere un ciclista andar su così, che non riesco a trattenere l’entusiasmo; dopo il tornante, infatti, incrocio Alex all’inseguimento e gli strillo, “Ha un vantaggio mostruoso, non lo prendi più!!!”. Mica male, come incoraggiamento…

Torno a Tovo ed all’auto, dove, poco dopo, arriva anche Ivano. Mezz’oretta di pausa, con tanto di caffè all’hotel dove abbiamo dormito la scorsa notte, prima di caricarci i bagagli a spalle e ripartire, destinazione Bernina. Scambio due chiacchiere con il titolare dell’albergo: mi racconta di due turisti francesi che sono stati da lui di recente, impegnati nella traversata dell’intero arco alpino a piedi. Che meraviglia! Mi rassicura anche sulle previsioni meteo; pare che oggi il cielo sarà velato, ma non cattivo. Speriamo.

Chiudo l’auto, si parte. Ho in spalla uno zaino che è il solito macigno: e dire che stavolta ho proprio cercato di essere parca con l’equipaggiamento… Guardo Ivano che ha fatto stare tutto nelle tasche e nella borsa a tracolla da tenere sulla schiena; boh, mistero della fede, io non so come sia possibile. Ho la giacca impermeabile, guanti invernali, un abito leggero per la sera ed i sandali, le luci con pile di ricambio – si sa mai che capiti di far notte – il telo termico, una giacca invernale, tanto tanto cibo, forse troppo, chissà. Diciamo, il minimo indispensabile per essere tranquilla. Guai se mai dovessi fare un viaggio di due settimane!

Ci leviamo alla svelta dal traffico di Tirano e passiamo indenni la dogana svizzera: già, perché Ivano ha i documenti scaduti, il furbacchione! Però a quanto pare i ciclisti non interessano agli austeri gendarmi. Mi armo di pazienza e cautela: è pur vero che questa salita è tutto fuorché temibile, per le pendenze, ma non bisogna dimenticare che tocca fare più o meno 30 km per arrivare fino in cima. In una parola, è logorante! Già, rifletto su questa innegabile verità, ignara di quanto logorata arriverò ad essere, molto prima di quanto immagini!
… e qui viene il bello… Costeggiamo il lago, poi riprendiamo la marcia in leggera salita. Nei dintorni di Poschiavo, in mezzo alla carreggiata stradale passano i binari del famoso trenino rosso: sono paralleli alla direzione di marcia in certi punti, attraversano la strada in diagonale in altri. Quale migliore occasione per movimentare un po’ questa piatta giornata? Detto fatto, non me la lascio scappare. C’è un punto in cui i binari sono paralleli al marciapiede; per evitare di restare in centro strada, io devo per forza attraversarli e poi viaggiare tra binario e marciapiede. Mi allargo un po’ verso sinistra, tipo curva di un TIR; assumo posa plastica in piedi sui pedali e punto decisa i binari per attraversarli di sbieco: oplà, le ruote si infilano entrambe nel secondo binario ed io prendo il volo. Incredibile, però, quante cose si riesca a pensare in quel rapidissimo momento in cui si precipita. Probabilmente non lo formulo con le parole, il pensiero, ma come concetto, sì, molto molto nitido: sento la bici che si pianta, mi dico “Ripara la testa!” e in un attimo atterro rovinosamente, metà sul marciapiede, con lo spigolo sotto l’ascella destra, metà sulla carreggiata. Testa salva, ma un dolore fortissimo al fianco ed al ginocchio che mi leva il fiato. Resto lì un secondo che mi pare un’eternità, con gli occhi chiusi, a respirare forte come se questo potesse aiutarmi ad alleviare il male; poi mi rotolo lentamente sul fianco sinitro, e nel frattempo intorno cresce il brusio, passi svelti, mani che si avvicinano, voci concitate accanto a me. Non so se sia più lo spavento o più la rabbia per la mia inestimabile idiozia: ecco, adesso ho rovinato il giro, magari anche la bici, ho rovinato tutto, a me ed agli altri. Mi volto, pur nella confusione, a cercare il conforto della presenza di Ivano; lo vedo accorrere e già mi sento un po’ più sollevata. La gamba destra fa un male feroce, ma se non altro la muovo; è la mia prima preoccupazione, il femore, il ginocchio. Cerco di mettermi a sedere, ma la testa, che pure non ha nemmeno sfiorato il suolo, gira vorticosa. Mi sdraio appoggiandomi allo zaino, mentre Ivano gioca al piccolo chirurgo per levarmi i sassolini dalle ferite della mano sinistra: che dolore! Chiedo della bici, sta bene, è intera, meno male. Punto con ansia la strada, ho paura di veder spuntare da un attimo all’altro il resto della comitiva: se mi vedono qui sdraiata a terra, si prendono un coccolone secco tutti quanti! No, no, adesso basta; ok, la mia cretinata quotidiana l’ho fatta, adesso però bisogna sbrigarsi, ripartire, senza tante storie. Intera sono intera; spaventata anche, ma è proprio per questo che devo tirarmi su subito. Non provo nemmeno a scoprire il fianco su cui sono atterrata; qualsiasi cosa sia successo, lo vedrò stasera, in albergo.
Ivano vuole essere sicuro che io sia in grado di stare in piedi; se riparto, in questo istante, lo devo a lui: non solo e non tanto alla sua pur preziosissima assistenza materiale, quanto alla sua semplice presenza, alla premura con cui mi segue da qui in poi, senza farmi pesare la sua preoccupazione, ma sempre chiedendomi come va, come sto, se ho male. Sarà la più banale delle espressioni, ma a lui s’adatta perfettamente: è un burbero dal cuore d’oro, è una persona di cui ti puoi fidare nel momento del bisogno.

Continuo la salita, pian piano, pesta e dolorante e taciturna, un po’ per gli acciacchi un po’ per lo spavento che ancora non mi ha del tutto abbandonata. E penso a quel che suole dire una mia collega, “Nulla accade per caso”. Io sono molto scettica, di solito, di fronte all’idea di voler trovare a tutti i costi un nesso tra cose che apparentemente non hanno legame; però stavolta non posso fare a meno di pensare ad un fatto accaduto nell’estate 2004 e che, all’epoca, ho vissuto come il peggior dramma possibile. All’improvviso, uno spostamento d’aria spazza via il pensiero: è Mik che ci ha raggiunti e va via in fuga verso il Bernina. Dietro di lui, Alex, Mario e Claudio, che invece rallentano l’andatura e scambiano quattro parole.
Che fatica, ragazzi. La gamba destra chiede pietà, il polso patisce la botta presa a braccio teso e non ne vuol sapere di stare sul manubrio; come cavolo faccio io a stare in bici oggi e domani? In più, la chiappa lesa assume le dimensioni e l’aspetto di una mezza noce di cocco. Complimenti Gian, sei proprio ben piazzata! Ma non c’è storia né scusa, bisogna andare avanti. Ogni tanto alzo gli occhi, il Bernina è lassù. Ormai ricordo a memoria metro dopo metro di questo stradone; un ristorante sulla destra, qualche tornante, un tratto dritto quasi pianeggiante che passa in mezzo ad un gruppo di case. La casa sulla cui facciata è scritto “S’oggi seren non è, diman seren sarà; se non sarà seren, si rasserenerà”: già, vediamo pure di crederci, perché altrimenti sono dolori!

Il gruppo si sfilaccia; resto come al solito molto indietro, con il paziente Ivano a farmi da tutore, a distrarmi con i suoi racconti, questa è la volta della profia di francese alle medie, la classica zitellona inacidita. Sto soffrendo tantissimo, penso si veda: botta a parte, il Bernina mi fa sempre questo effetto. Poi, come se non bastasse, c’è un traffico dannato. Ma dico io, un povero ciclista non può nemmeno viaggiare a zig zag in mezzo alla strada, che subito qualcuno ha da ridire!
Alla dogana verso Livigno, so che manca poco. Ancora qualche tornante. L’ultimo km scorre in compagnia di Alex e Mario che sono scesi un po’ per recuperarmi: ci separiamo sulla cima; Ivano, Mik, Claudio ed io proseguiamo in direzione Albula, mentre Alex e Mario tornano verso Livigno.
A me non importa molto della vetta, non ci tengo ad indugiare lì. Del resto, ogni salita salita perde qualsiasi interesse nel momento stesso in cui finisce; l’unica cosa da fare è andarne a cercare un’altra.
Parto in discesa, come al solito cerco di prendere un po’ di vantaggio, di alleviare un po’ ai miei compagni di viaggio la pena di aspettarmi in eterno sulla prossima cima. Questa non è una discesa, però: è quasi un lungo falsopiano, impone di pedalare per lunghi tratti, fin giù alla rotonda nei pressi di Pontresina. Qui mi devo fermare, un po’ per levare la giacca, ma soprattutto per mangiare qualcosa: la fame mi sta tormentando. Di certo è un effetto solo psicologico, ma non c’è niente da fare, sento che braccia e gambe diventano “molli”, sento la debolezza che mi assale. Apro il sacchetto della frutta secca, lo sbrano per metà. Ananas, prugne, melone, fichi, banane, cocco, tutto a pezzettini rinsecchiti e dolcissimi: che bontà!

Conclusa la breve pausa, mi avvio verso La Punt, non senza un po’ di titubanza: che strano che il resto del branco non mi abbia ancora raggiunta; speriamo che sia tutto OK, la sfiga oggi dovrebbe aver già avuto il suo tributo, se si accontenta. Per fortuna, poco dopo, eccoli qui. Ivano ed io ci fermiamo ad una fontanella in paese: pieno alle borracce e, per me, una bella lavata alle mani mezze martoriate nella caduta, una sciacquata alla faccia appiccicaticcia di sudore, un po’ di sollievo. Poi si riparte, destinazione Albula Pass.

Questa salita non fa paura: l’ho già percorsa due volte, e due volte ho avuto la sensazione che fosse finita in un attimo. Infatti è proprio così: la pendenza è severa nei primi km, che tagliano i prati e salgono a tornanti; poi però in un attimo si arriva a vedere il colle, si rilassano i garretti, si giunge al lungo rettilineo della cima, quasi senza accorgersene. Il tempo sembra voler tenere: ci sono qua e là un po’ di nuvole, ma il sole pare ancora avere il comando della situazione.
Tutto vero, sulla carta non sto percorrendo un’ascesa temibile: però lo zaino comincia a farsi sentire, insieme allo sconforto che sempre mi prende un po’, quando pedalo in compagnia. E’ inevitabile; se sono da sola, so che non causo fastidio a nessuno, non rallento nessuno, e riesco io stessa ad essre soddisfatta del modo in cui salgo, a non sentire quasi la fatica. Però, se so che in cima c’è già qualcuno che mi aspetta, ne patisco; la preoccupazione si traduce in fiacca, doloretti che spuntano da ogni dove, sindrome di “Ma chi diavolo me l’ha fatto fare”.
Quando arrivo davanti al bar/rifugio in cima, trovo i miei tre colleghi spaparanzati sul prato a godersi il calduccio ed a far merenda. Come sempre, però, non ne approfitto: mi infilo la giacca e giù in discesa. Orrenda, la discesa dell’Albula, per lo stato dell’asfalto: su in alto, pare di scendere sulle montagne russe, tant’è gibbosa la strada; più in basso, poi, ci sono crepe e buche talmente grandi che, se ci caschi dentro, non ti trovano più. Ovviamente, data la mia proverbiale maestria in discesa, tutto ciò mi rende felice: arrivo al fondo dopo due ere geologiche e mezza!

Altra sosta ad una meravigliosa fontana, poi alcuni km di saliscendi sotto la cappa di calore del fondovalle, e da lì attacchiamo la breve risalita che porta verso Davos. Una decina di km, forse meno, con quella pendenza odiosa che sembra che non salga ma su cui non si va avanti, e il caldo e la fame. Già, io a questo punto ho le visioni, le solite immancabili visioni di Coca Cola e yogurt. Al posto dei prati lindi, verdi e pettinati, vedo distese di gelato al cioccolato, frutta e schiuma di Coca! Non mi par vero di entrare in uno dei paeselli lungo la strada e vedere Claudio e Mik in attesa sotto l’insegna di un supermercato… Ma quanto li adoro, questi due, da uno a dieci? Non ci avrei sperato nemmeno per un momento, che mi fosse concessa questa tregua…
Ci precipitiamo alla ricerca di bibite e pappatoria, usciamo con ogni ben di Dio, non prima però che Ivano replichi al “Guten Morgen” della commessa con un sonoro “Salutam’assòreta” che quasi mi fa precipitare dagli scalini dell’uscita per le risate! Coca Cola, succo di frutta, bevanda di latte ed Ovomaltina – cosa che in Svizzera piace molto, e pure a me! – Mars o tarocco di Mars, merendine varie, chi più ne ha più ne metta.

Rinfrancata nel corpo e nello spirito, riparto un po’ prima degli altri. Mentre salgo, mi accorgo dell’assurdità di quel che ho fatto: ho bramato per millemila km la Coca Cola, poi alla fine ne ho bevuta un sorso e me la son dimenticata. Incredibile, l’effetto placebo all’ennesima potenza: mi basta vedere la bottiglia, per placare la sete!

Il gruppo mi riprende ben prima della cima; Mik e Claudio mi sorpassano uno a destra l’altro a sinistra, suscitando in me un certo quale istinto omicida, ma di omicidio particolarmente efferato,. mentre Ivano… Beh lasciamo perdere, censura, però se solo quella zampa l’avesse appoggiata appena più a destra, sarebbe stato calciato a fondovalle senza ammenda, come reazione al dolore! Già, io me ne son quasi dimenticata, ma la chiappa è sempre gonfia, anzi, sempre di più! Non oso pensare all’ululato che lancerò stasera quando dovrò scollare i pantaloni dalla ferita…

La breve discesa si conclude dentro il tunnel gelido, ma gelido davvero: sono circa 2 km a temperatura siberiana, che già si avverte con una folata di tramontana pochi metri prima dell’ingresso. Ottimo invito a mulinare i pedali il più possibile, anche se non è facile, perché la pendenza tende a salire. Odiosamente!
Fuori dal tunnel trovo il solito Ivano che ha pietà di me e mi aspetta. Da qui a Davos c’è una decina di km di falsopiano: è un tratto che ricordo con terrore per averci sofferto moltissimo in entrambe le edizioni della RATA. Oggi no, non voglio soffrire: andrò piano quanto basta, pazienza. Anche se i nuvoloni che si stanno addensando proprio in direzione del nostro ultimo colle mi danno da pensare… Ma che posso fare? Nulla, se non sperare nella clemenza di Giove Pluvio ancora per qualche ora. Si procede chiacchierando: è sempre Ivano che dà lo spunto. Una volta è il racconto di un curioso colloquio in piemontese con un Giapponese a cui qualcuno aveva rubato dei bagagli. Un’altra volta è l’amico che non vuol più andare in Svizzera, impressionato dall’ordine, dalla pulizia, talmente esagerati che il poveretto si sente timoroso all’idea di toccare qualsiasi cosa. E l’ubriaco in Germania… Quasi quasi vorrei avere con me il lettore Mp3, registrare tutte queste cose, perché so che un giorno svaniranno dalla mia memoria e le rimpiangerò. La compagnia di Ivano è un po’ come quella di un libro, solo che il libro prima o poi finisce; la sua narrazione, invece, no, non finisce, non annoia, mai.

A Davos ci buttiamo nel traffico cittadino. Giriamo a destra perché è di lì che son passata con la RATA, ma ben presto una deviazione ci riporta verso il centro del paese: è in corso una maratona! Ne vediamo gli ultimi baluardi in arrivo. Riceviamo poi un messaggio da Mik e Claudio: “Andiamo giù a cercare l’albergo”. La logica conclusione è che siano già parecchio avanti a noi: meno male, almeno posso trascinarmi e languire lungo la salita del Flüela senza il patema di dover scollinare in fretta. Ed è proprio quel che faccio: agonizzo per tutta l’ascesa o quasi. Ormai sono le cinque del pomeriggio, pedalo già da parecchie ore; gli acciacchi si stanno pian piano risvegliando, la stanchezza la fa da padrone. Mi sforzo di concentrarmi, di risparmiare tutto il risparmiabile, di convincermi che tanto fin su devo andarci comunque. I nuvoloni sono ormai una preoccupante certezza: ecco, ci manca solo di prendere il temporale, così sono proprio contenta.
Ivano ora tace. Lo so, è colpa mia; tace perché ha capito che sono stanca, incavolata nera, insofferente, in una parola, in piena crisi. Vorrei fingere che non sia così, ma non ci riesco; questa è una crisi, di gambe e di testa, e come tale la devo trattare e risolvere, da sola. Mi chiudo nel mio mugugnoso silenzio e faccio scorrere i km sotto di me.
All’improvviso, voci alle mie spalle: sono Claudio e Mik! Ma come… Non erano avanti? Presto spiegato l’arcano: ci hanno attesi a Davos, ma, a causa della deviazione, ci hanno persi di vista. Ripartono, andranno subito giù verso Zernez a cercare una sistemazione per la notte. Intanto abbiamo raggiunto il punto in cui la valle si apre in mezzo ai prati. Cielo livido, vento, la pioggia non tarderà. Scruto in alto: nonostante sia la terza volta che passo di qui, la seconda in poco più di un mese, non riesco proprio a ricordare dove finisca esattamente la salita. Mi pare di vedere una strada lassù, ancora molto molto più in alto, contro il pendio a destra: ma non è possibile, lassù la quota dev’essere ben più di 2.300 m, e poi le auto che mi sorpassano qui non vanno fino là!
In effetti, questa volta la cima arriva ben prima di quanto mi aspetti. Comincia a piovere: Ivano ed io ci ripariamo sotto lo spiovente del tetto del rifugio, per vestirci, poi giù in discesa. Ormai non ho più forma umana: ho paura, anzi puro terrore, anche se è evidente che qui il grosso del temporale è già passato, a giudicare dalle pozze lungo la strada; l’asfalto è quasi asciutto, anzi, più giù è proprio asciutto alla perfezione, ma io non riesco più a contrastare la sensazione di paura, mancanza di equilibrio e di lucidità. Freno all’inverosimile: Ivano mi sorpassa ma ha la pietà di non insultarmi; forse ha percepito lo stato in cui sono.

Arrivo a Susch, a fine discesa, e non posso nascondere la mia gioia alla notizia che Mik e Claudio han trovato posto per la notte proprio lì, all’Hotel Flüela. Chiudiamo con circa 190 km e 5.300 m di dislivello. La mia sofferenza è finita! Pazienza se il cielo è ancora livido e minaccioso; ci penseremo domani. Scopro con sollievo che non sono ancora le sette e mezza; riusciremo a fare doccia, cena e persino un buon numero di ore di nanna.
Ci dividiamo le camere, Mik e Claudio da una parte, Ivano ed io dall’altra. Chiedo solo una doccia, nient’altro che una doccia: mi tocca raggiungere un compromesso tra la temperatura dell’acqua – io che adoro la doccia rovente in ogni stagione – ed il bruciore tremendo delle ferite, su cui devo trovare il coraggio di passare un bel po’ di sapone. Cavoli quanto fanno male, per essere delle banali abrasioni!
Concludiamo la giornata a cena, serviti da una matrona che è svizzera almeno tanto quanto io sono svedese, chiacchierando del più e del meno: i miei compagni d’avventura si lanciano sui pizzoccheri; io, caso più unico che raro, su una pizza che per una volta non è Margherita bensì Tre Formaggi. E Coca Cola, e birra rubata ad Ivano: lo sapevo già che non mi piace!

L’ultima operazione della giornata, il pagamento della cena e della camera, ci pone di fronte a difficoltà insormontabili per i nostri cervelli ormai in deficit cronico di ossigeno: dopo esserci messi d’impegno per incasinare il più possibile i conti tra noi, rinunciamo a far quadrare il bilancio e ci ritiriamo ciascuno sotto il proprio meraviglioso piumone. Domani è un altro giorno, speriamo senza binari!!!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!