Sabato 26 e domenica 27 luglio 2008: sulle strade della Race Across The Alps. Secondo giorno.

Il trillo del cellulare, poverello, fa tutto quel che può per non farsi odiare: inizia fioco fioco, aumenta il volume con molta dolcezza… Ma non basta a risparmiare all’odiato oggetto i miei primi improperi mattutini. Come sempre, quando dormo fuori casa, fatico un po’, al mattino, a realizzare dove mi trovo e perché. Quel che è certo è che ho ancora sonno e vorrei tirare dritto a nanna ancora un po’. Chissà perché mai a casa mia son sempre insonne, sveglia ad ore antelucane, e fuori casa invece ronfo come un ghiro? Sarà forse perché, fuori casa, non c’è il mio grosso amore peloso che, ad una certa ora, mi atterra rovinosamente sulla pancia ed inizia a scodinzolare pieno d’entusiasmo per l’imminente passeggiata, che peraltro ha deciso lui?
Su su Gian, bisogna alzarsi. Ivano che fa, vive o vegeta ancora? No, eppur si muove, a quanto pare la sveglia l’ha sentita anche lui.
Pian piano, riprendo conoscenza e subito realizzo che sto dormendo sul fianco sinistro: già, è vero, il destro è martoriato dalla botta di ieri. O mamma mia… Chissà che dolore, adesso che mi muovo. Me l’immagino già: ieri non ho sentito tanto male, perché la gamba ha sempre pedalato, è sempre stata calda, però oggi, chissà che calvario…
Per prima cosa, mi fiondo sullo zaino e ne estraggo la tavoletta di cioccolato. Non posso percorrere altra distanza se non metto subito, immediatissimamente, qualcosa in pancia! Quel che mi turba è che, per un bel po’ di km, non troveremo alcuna backerei, né alcun market dove trovare qualcosa di salato: mi toccherà accontentarmi, per ora, di una colazione dolce, cosa che io odio. Divido fraternamente il cioccolato con Ivano, mentre in cuor mio sogno una fetta di pane con il gorgonzola, un piatto di tortellini ai quattro formaggi, anzi, perché no, un paiolo di polenta concia… Dai Gian, bando ai sogni, tanto non c’è nient’a fà. Son quasi le sei, si deve partire.
Ivano si preoccupa ancora per le condizioni dei miei bolli: beh, ho una chiappa che è una volta e mezza l’altra (la quale già di per sé non è proprio minuscola), di un intenso color blu notte che tanto piacerebbe ad un pittore, ma il resto sembra a posto. Quel che non è affatto a posto è il cielo, chiuso e livido quasi come il mio deretano!

La mia convinzione, sotto le nuvole, scendo ai minimi storici: raccolgo tutte le mie scarse nozioni di geografia per individuare un percorso d’emergenza che non ci costringa, per raggiungere le auto, a passare a chissà che quota sotto il diluvio universale… Ma i miei colleghi di viaggio non ammettono titubanze. S’è deciso di andare, si va! Ofenpass, o Pass dal Fuorn, tanto per cominciare.

Salutiamo il Flüela Hotel e ce ne andiamo verso Zernez. Che male al soprasella, alle gambe, al polso, a tutto! Per fortuna, prima di uscire dalla stanza, ho preso una buona dose di antiinfiammatori, onde evitare di soffrire troppo i postumi della cosiddetta “Sindrome del Binario”. In paese, ci svestiamo ed iniziamo la terribile salita, con qualche goccia di pioggia a farci compagnia. Terribile, sì, l’Ofen è terribile: la salita meno salita che abbia mai visto, la salita più discesa che mai abbia incontrato, insomma, una roba che va su su su, poi scende, poi sale scende sale scende un milione e mezzo di volte, e ovviamente si impenna negli ultimi 2 km.
Parto già con la compagnia della tensione: un po’ perché mi sento tutto fuorché brillante, un po’ per il meteo, la paura di prender la pioggia e di dover scendere sotto il diluvio. Le previsioni del tempo avevano annunciato il bello, li mortacci loro!!!
Ivano e Claudio hanno pietà di me, mi aspettano, vanno un po’ avanti, poi si fermano, poi ripartono, poveri loro, che pazienza! Io proprio non ce la faccio ad andar di più, e, se anche provassi, la pagherei poi cara e salata sulle salite a venire. Poi soffro tremendamente l’irregolarità della pendenza. Se non altro, però, sembra che qualche raggio di sole stia tentando, timido timido, di fare capolino.
L’ambiente intorno è bellissimo, non c’è che dire, anche se non sono sicura di capire cosa intenda Ivano quando battezza quest’ascesa come “una salita canadese”. Claudio approva, entusiasta; io invece ho rinunciato da tempo a chiedermi il perché di ciò che esce dal fantasioso cranio di Ivano, anzi, ho proprio rinunciato a chiedermi il perché di Ivano!!! Sarà che l’ossigeno che ho in corpo è troppo impegnato a far lavorare i muscoli e non arriva al cervello.
Ci sono decine di zone parcheggio lungo la salita: chissà che folla, da queste parti, nella stagione invernale! Arriviamo anche alla dogana al bivio con la strada che conduce a Livigno: da lì, ancora alcuni km, finalmente i primi illuminati dal sole, e poi gli ultimi due con pendenza più severa, quelli che, nel giro di un paio di tornanti, ci portano su al colle, dove Mik è già da tempo in paziente attesa.

La discesa su Santa Maria, per fortuna, è breve. Spero solo, con tutto il cuore, che lì si trovi qualche cenno di vita e di colazione un po’ più sostanziosa di quella fatta in albergo, perché non ce la posso fare fino in cima allo Stelvio! Sì, qualcosa ho ancora, di commestibile, nello zaino, ma in questo momento non voglio né merendine né barrette né boiatine varie… Voglio CIBO!!!
Detto, fatto, ecco Claudio e Mik fermi davanti ad un supermercato, miracolosamente aperto a quest’ora di domenica mattina. Ci fiondiamo dentro tutti e quattro, peggio della piaga delle cavallette, assaltiamo gli scaffali. Io esco con una bottiglietta di yogurt, due etti di brie, tre pagnotte di pane, una confezione di Mars e l’immancabile bottiglia di Coca Cola. Ci sediamo, tutti quanti, accanto ad una fontana, godendoci la pausa mangereccia ed i raggi del sole. Mentre lavoro di mandibole, osservo la quantità innumerevole di ciclisti in MTB che escono dall’albergo di fronte, fanno colazione, scattano foto, vanno, tornano e cincischiano: credo che la curiosità sia reciproca, comunque, visto che ogni tanto anche noi, quattro affamati accampati a bordo strada, attiriamo qualche sguardo interrogativo. Si mangia, si scherza, ci si gode la pausa; passa un gruppo di escursionisti con un cagnetto, dotato anche lui di un piccolo “zainetto”, due tasche ai fianchi, fissate come la sella di un cavallo: che bello!

Ma ahimè, anche questo momento deve finire… E’ tempo di migrare! Raccogliamo l’immondizia, ci guardiamo intorno alla ricerca del bidone: ricordo d’averlo visto proprio accanto all’ingresso del supermercato; è nascosto dal cartello che reclamizza il prezzo dei “finoch”… Ma prima che io possa dirlo, mi precede l’impeto di Ivano: “A l’è lì… Darè d’i cüpiu!!!”. Questa possono capirla solo i Piemontesi DOCG… Fatto sta che son piegata in due dal ridere!

Basta indugi, ripartiamo, alla volta dell’Umbrail Pass e dello Stelvio. Salire allo Stelvio, per la verità, non sarebbe indispensabile; ma l’ho detto io stessa, la sera prima: “Già che siamo lì nei paraggi, ci andiamo e basta, ci mancherebbe altro”. L’ennesima occasione che ho perso per tacere!!!
Dal bivio, la strada subito si impenna. E’ bellissimo l’Umbrail, una delle salite più belle che abbia mai percorso. Non è certo lo Stelvio più famoso, ma per me questo versante è molto ma molto più bello di quello di Prato. Soprattutto per le caratteristiche della salita, molto più consone al mio modo di pedalare: qui la strada sale subito, decisa, cattiva, mentre da Prato i primi km sono eterni, noiosi, non salgono mai. Qui si va su quasi a scalini, su tornanti accatastati l’uno sull’altro, che ti fanno davvero percepire il dislivello, il salto rispetto al paese laggiù, in fondo. E noto oggi, per la prima volta, grazie ad Ivano, che da qui, dai primi tornanti, si vede l’Ofenpass!
L’unico neo della salita all’Umbrail è il tratto sterrato: uno sterrato bello, molto regolare, tollerabile anche da un’incapace come me, ma pur sempre uno sterrato. Qualche santo, mentre salgo, lo abbatto anche qui: ma cavolo, possibile che sia così difficile buttarci una bella colata di asfalto? Son poi 3 km, più o meno… Ci vuol tanto?
Saluto con sollievo la fine dello sterrato, dove la strada passa su un ponticello e cambia versante, arrampicandosi ora sul lato sinistro della valle. Qualche tornante, traffico di auto e moto che va in crescendo; chissà dove sono già i miei colleghi. Mik in cima, sicuro, ma gli altri due?
Altro cambio di versante, altro passaggio a destra, altri tornanti che sembrano sempre gli ultmi ma in realtà non lo sono mai. Il tempo, intanto, si sta guastando in fretta: nuvoloni grigi e nebbia avvolgono lo Stelvio che, altrimenti, da qui si vedrebbe già. Dovrei essere angosciata ma non ci riesco: sto troppo bene! Le botte dolgono ma non più di tanto; le gambe girano bene; la pancia è piena e non reclama…
La temperatura è sempre più rigida. L’Umbrail è già in parte avvolto dalla nebbia: infatti, quando ci arrivo, devo fermarmi un attimo ed aguzzare la vista per capire se qualcuno dei miei compari s’è fermato qui. Pare di no, non li vedo in giro: ergo, tiriamo dritto, tuffiamoci nella nuvola, ancora 3 km e siamo allo Stelvio. Nebbia sempre più fitta, vemto freddo che appiccica alla pelle la maglia sudata; tiro su i manicotti e ringrazio d’aver scelto, per questi due giorni, i pantaloni ¾.

Manca mezzo km alla cima, quando incontro i tre matti in discesa: meno male, era quasi ora che decidessero d’andar giù: per aspettare me, avranno rischiato certo il congelamento! E’ impressionante la scena che mi si presenta sul passo; non si vede assolutamente nulla di nulla! E fa un freddo siberiano. Infilo la giacca, i guanti lunghi, maledico la mia distrazione che m’ha fatto lasciare a casa la fascia per le orecchie, e via in discesa. Speriamo solo che non si metta a piovere… Anche se le nuvole non lasciano intendere nulla di buono!

Ci sono giorni in cui sono un po’ meno terrorizzata, ad andar giù… Ma questo non è uno di quei giorni. La discesa su Bormio, per me, è un calvario. Poco più di un mese fa, l’ho percorsa ed anche in modo discreto, sempre in rapporto ai miei enormi limiti in questo campo; oggi, non so perché, ma ne sono letteralmente, insensatamente, terrorizzata. Subito vedo il baratro, la valle che va giù profonda, e subito perdo ogni minimo senso di sicurezza. Tiro i freni tanto da massacrarmi le dita; imbocco i tornanti, tanti, troppi, a passo d’uomo, addirittura sgancio il pedale perché rischio di coricarmi di lato. Mi tormenta la sensazione della ruota posteriore che scivola: ma è proprio solo una sensazione, esiste solo nella mia testa! La bici non ha nulla, anzi, le due bici; le ho già fatte controllare, è tutto ok, è la mia mente bacata che non è ok per nulla. Il traffico di auto e moto non aiuta. I trenta km su Bormio sono una lotta continua sul filo del panico: devo farcela, non posso permettermi di gettare la spugna e lasciare che la paura prenda del tutto il sopravvento; però, ho i nervi a fior di pelle, letteralmente. Quando poi imbocco le gallerie completamente buie… Cerco di fissare la strada, solo la strada, ma so che il vuoto è lì a pochi centimetri da me: mi metto un po’ tranquilla solo quando vedo finalmente Bormio laggiù in fondo, segno che finalmente la quota l’ho persa! Che pena crudele, amare tanto la salita e temere almeno altrettanto l’inevitabile discesa. Infatti, dovrei provarlo una volta in salita, questo versante! Il panorama è mozzafiato, questo è certo.
Altro pensiero che mi tormenta nella discesa: chissà cos’han deciso gli altri tre matti? Andranno su al Gavia lo stesso, con questo tempo? Guardo i nuvoloni, ame sembrano sempre più gonfi e minacciosi. Chissà lassù cosa succede! Io non sono mica così entusiasta all’idea di andare a controllare… E se poi piove, chi mi tira giù dal colle?
Appena arrivo a Bormio, trovo i tre seduti su un muretto in paziente attesa; mi vergogno, chissà da quanto tempo sono lì, ma che posso farci? Non sono proprio capace a scendere… Ivano un po’ mi consola: l’ha trovata difficile anche lui, questa discesa; e se lo dice lui che è un discesista suicida… C’è da crederci!

Il caos di Bormio è insopportabile. Troppa gente, troppe auto, troppo rumore. I miei compagni decidono di ripartire e tentare lo stesso il Gavia. Io sono titubante, e tanto, anche; però… Posso tirarmi indietro? E che figura ci faccio? Dai Gian, vanno su tutti, non fare la mosca bianca; magari saremo fortunati, eviteremo il diluvio universale. Ma non riesco a convincere nemmeno me stessa. Si parte, direzione Santa Caterina Valfurva e Passo Gavia, sempre con la cappa grigia sopra la testa e qualche goccia di pioggia qua e là. Mik schizza via; Claudio rimane nei paraggi. Sarà che non sono proprio per niente persuasa, ma mi sembra di non riuscire ad andar su. Ho le gambe indurite, che girano male; faccio fatica, anche qui che c’è solo un lungo falsopiano. Andiamo bene; di questo passo, come faccio ad arrivare su in cima? Certo che, come sempre, il tratto iniziale della salita del Gavia da Bormio non mi aiuta; è uno stradone, dritto, senza pendenze serie, con tanto traffico; devo proprio costringermi, per poter andare su.
Dopo qualche km, ci raggiunge Ivano che era rimasto indietro: ha parlato con alcuni ciclisti che scendevano dal Gavia; ha saputo da loro che verso la cima piove e fa molto freddo. Non mi stupisco, a giudicare dalle nubi, anzi, è quel che temevo. Beh, signore e signori, a questo punto fate un po’ quel che cavolo vi pare: io, di andarmi a spalmare sull’asfalto in discesa per colpa della pioggia, non ho nessuna intenzione. Passi quando sono in gara, passi quando ci devo andare per forza; ma andarmela proprio a cercare con il lanternino, cari miei, questo no. Anche perché non ho voglia di spiattellarmi due volte in due giorni. Già ieri m’è andata fin troppo bene!
Ivano e Claudio tentennano un po’; si vede, che vorrebbero andar su, ma forse è la mia stessa fifa a contagiarli. Io non ho problemi, vado giù verso Tirano per conto mio, poi, tanto per non buttare via la giornata, salgo ancora al Mortirolo da Grosio: l’idea del temporale alla quota del Mortirolo mi spaventa già molto meno! Ma, alla fine, Ivano e Claudio girano le bici con me. Si va verso il fondovalle. Mando un messaggio di avviso a Mik, sperando con tutto il cuore che non vada a cacciarsi nei guai.

La strada che da Bormio va a Tirano è noiosissima, di per sé, ed anche trafficata, nonostante la presenza della superstrada che dovrebbe attrarre a sé le auto. Vediamo, passando in valle, i segni evidenti dei danni causati dal maltempo nei giorni scorsi: alcuni tratti della strada secondaria non esistono proprio più! Ci tocca, così, buttarci per qualche km sulla strada che in teoria è proibita alle bici, ma è anche l’unica disponibile; poi, ne usciamo e ci arrampichiamo lungo una salita breve ma secca, che termina in una galleria e poi riprende a scendere. Dall’altro lato della valle, quel che resta dell’impressionante frana.
Il cielo qui è un po’ meno ostinatamente chiuso. Claudio ed Ivano son sempre fermi da qualche parte ad aspettare, poveri loro: io perdo terreno ovunque, in salita, in discesa, pure in piano. E comincio a non poterne più dello zaino!

Arrivati nei pressi di Grosio, ci separiamo: Claudio vuole cimentarsi sul Mortirolo da Mazzo; Ivano preferisce andare a dare un’occhiata ad Aprica, pensando alla Race Across The Alps 2009; io invece vado a salire al Mortirolo da Grosio, che ricordo, dallo scorso anno, come un’ascesa non durissima ma splendida e molto selvaggia. Infatti è così: si tratta di una stradina minuscola, che pure attraversa alcune borgate, ma pare dimenticata dal mondo, ed alterna lunghi tratti quasi in piano a strappi violenti che nulla hanno da invidiare al versante più blasonato di Mazzo. Son poco meno di 1.300 m in 15 km; arranco e fatico molto, con il peso dello zaino che quasi mi incolla a terra, qualche km con il sole caldo sulle spalle, qualche altro km tra le gocce di pioggia. Ricordo distintamente i particolari del paesaggio, anche se di qui sono passata una sola volta, ad agosto 2007, sotto il diluvio universale. Do fondo alle ultime risorse di pappatoria: ormai sono entrata nella cosiddetta “fase inceneritore”, più mangio e più vorrei mangiare!
Da questo lato, si vedono solo prati e qualche cascina, finché non si arriva all’innesto con la strada che sale da Mazzo. Di qui alla cima, ancora un paio di km dove quasi quasi striscio: la fame è spietata! Non voglio cedere, stavolta, devo arrivare almeno fino alla cima. Intorno a me, un gran caos di auto e gente che mangia, canta, schiamazza, ma che è? Una sagra paesana in cima al Mortirolo? Mi prende la stizza; io che odio il caos e la folla, guarda tu se devo arrivare a quota 1.800 per trovarmi in mezzo a questo marasma!
A pochissime curve dalla vetta, ecco che mi raggiunge Claudio, in arrivo da Mazzo: fresco e pimpante, mi supera e va. Ci ritroviamo poco più avanti, in cima, per mangiare un boccone, fare la foto di rito, salutarci e proseguire, lui verso l’auto parcheggiata ad Edolo, io verso Tovo. Chissà Mik che fine ha fatto? Sarà arrivato al Gavia, sarà già in direzione Mortirolo? Secondo me sì, ha già superato Monno… In ogni caso, io non riparto in auto finché non sono sicura al 100% che sia tutto ok. Claudio promette di mandarmi un messaggio se, in discesa, lo dovesse incontrare; così è, infatti: poco più avanti, bip bip, Mik sta salendo al Mortirolo. Il solito fenomeno che si conferma! S’è saltato il Gavia, in un attimo si salta anche questo, e via, come se nulla fosse! Inanella un successo dietro l’altro… Ed io non posso fare a meno, non so perché, di sorridere tra me e me, contenta, ed anche un po’ sollevata, adesso che so che l’uomo di punta del gruppo non s’è perso nella tempesta!

Poco prima di arrivare a Tovo, all’auto, sento Ivano per telefono. Come al solito, tra tutti, è quello che ha scelto l’epilogo più intricato: partito con la fiera intenzione di affrontare l’Aprica, s’è ritrovato, solo lui sa come, a bestemmiare in aramaico antico sulle rampe del Passo Santa Cristina. A questo punto, inutile che lui torni a Tovo: tempo di cambiarmi, rendermi presentabile, caricare la bici e mi avvio per raccattarlo a Tresenda, che è sulla via per Sondrio, quindi per casa. Do appuntamento lì anche a Mik, che tra poco arriverà alla sua auto, e parto, il rombo ancora gagliardo della mia vecchietta a quattro ruote a metter la parola fine a due giorni splendidi nonostante tutto. Mal contati, 150 km e 3.500 m di dislivello, per me.

Posso dire, però, che questa volta non è finita qui, l’avventura. La lunga tirata del ritorno in auto ne è parte integrante, grazie ad Ivano, che la rende un “viaggio nel viaggio”, che non permette al sonno ed alla noia di intontirci fino allo stremo. E’ lunga, quasi cinque ore di viaggio fino a Cuneo, eppure quasi non me ne accorgo; è già tanto che i miei occhi riescano a seguire la strada, mentre la mente fatica a star dietro ai percorsi intricati ed insidiosi di quella fonte inesauribile di parole che ho accanto. Prima ci scopriamo a disquisire sulla teoria che spiega, ricorrendo alla genetica ed all’evoluzionismo, il motivo per cui le donne preferiscono gli uomini che le fanno ridere (ma io no, preciso con foga, io no!!!); poi, dallo spinoso terreno dei rapporti di coppia, su cui non sono proprio la persona più adatta a disquisire, si passa al racconto avvincente, per quanto tragico, di un omicidio, racconto che davvero mi tiene con il fiato sospeso, perche non solo la scoperta dell’omicida giunge alla fine: no, è l’omicidio stesso che conclude la vicenda! E poi, storie di vita vissuta, su cui ovviamente stendo un velo di riserbo. E’ quel clima di complicità che a volte si crea in un viaggio in auto, tanti km, tante ore da trascorrere chiusi nella stessa scatola, al punto che quasi mi spiace arrivare a Torino, a Carmagnola, a Sant’Albano, a Cuneo. E’ come se l’uno lasciasse un pezzetto di sé, della propria vita interiore, all’altro, in custodia, in pegno di fiducia. Io ho scoperto un Ivano molto diverso da quello che conoscevo, sotto la scorza del Crudelio Demon che sbraita nel microfono alla partenza della Super Randonnée in Piazza Galimberti, dispensando presagi di orrende sventure a destra e a manca. No no, caro il mio Ivano, ormai non mi freghi più!

Resta l’ultima ora di viaggio, per tornare a casa, stavolta da sola; nel silenzio improvviso dell’abitacolo, il sonno comincia la sua implacabile opera di tortura. Più o meno, l’auto in strada ci resta, visto che arrivo a casa; l’ultima azione di senso compiuto è centrare il garage con l’auto: da lì in poi… Nanna & buio!

(Visited 8 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!