Sanremo, 13 aprile 2008

A questo punto, potrei anche pensare di prendere baracca e burattini e trasferirmi in Liguria… Tanto, son sempre là! Anche oggi, partenza da casa alle quattro e mezza, destinazione Sanremo. Meno male che guida Max: io son così assonnata che riuscirei ad entrare in autostrada al contrario!

I pannelli luminosi sull’Autofiori sono confortanti: 7, 8, 11 gradi, la temperatura pare nu babbà! Poco dopo le sei e mezza siamo ad Arma di Taggia. Scovo Lorenzo e Claudio intenti a farsi di chissà quali sostanze proibite al bancone di un bar. Lorenzo è reduce da una brutta caduta in gara la scorsa domenica: ha un ginocchio ed una spalla doloranti, ma non se ne fa un problema. Veloce presentazione per tutti, si parte, via verso il Poggio.

Bene, oggi ho deciso che sono combattiva: son già in piedi sui pedali per non perdere la ruota di Claudio sui due saliscendi dell’Aurelia. Il sole sta appena spuntando dietro le montagne: luce limpidissima, cielo blu, si annuncia una splendida giornata! Si chiacchiera, si sale bene; ok, il Poggio non è certo il Mortirolo, però mi sa che ho cominciato un po’ troppo forte. Le gambe però stanno bene… E se ci provassi?
Studio un po’ i miei colleghi… Lorenzo è già lì che sale con il 53×1, rapporto che terrà più o meno per tutto il giro. Claudio dichiara il proprio incrollabile amore per la tripla, ma lo vedo, che in salita non scherza. Anche Max sale bene.

Passiamo il Poggio, via verso Ceriana. Si chiacchiera ancora; Lorenzo è un appassionato di geologia, ci spiega tutto il tuttibile sulle vicende geologiche della valle. Io ascolto e non mi accorgo, per ora, della salita. Bellissimo l’abitato di Ceriana: prima pausa caffé al bar. Lorenzo patisce i postumi di una notte brava in discoteca… Poi si sale, destinazione Monte Ceppo. Splendida salita, ripida ma senza pendenze impossibili. Sento le gambe girare agili, senza fatica: nonostante i 26 km di corsa del giorno prima! Cerco di non perdere terreno rispetto a Lorenzo e Claudio. Difficile, anche perché, per colpa di Lollo, rischio continuamente di soffocare dalle risate! L’aria è ancora tagliente, gelida, ma un po’ di sole pian piano sta arrivando. Che spettacolo, questo posto! Temevamo di trovar neve, invece no, la strada è spesso ingombra di sassi, ma ci si passa. 1450 mt di dislivello per la prima salita.

Sempre fedele al mio mito del vero uomo, scollino senza vestirmi: ideona… Mi porto avanti con il lavoro, vado giù mentre gli altri si vestono e fan sosta in cima. La discesa è ripida, l’asfalto sporco e un po’ viscido; scendo con molta cautela, anzi troppa, come al solito. Intanto le mani si congelano. Pochi km più avanti c’è un incrocio: mi fermo, aspetto i colleghi; non vorrei mai sbagliare! Da lì a Molini di Triora, la discesa è ancora lunghissima e quasi tutta in ombra: arrivo giù ibernata, tremo e batto i denti, non vedo l’ora che ricominci la salita. Altra pausa caffé, graditissima, a Molini, poi via verso il Passo Teglia. Mi aspettano circa 11 km di salita. Attacco subito con impegno, soprattutto perché ho voglia di scaldarmi. Mi meraviglio io stessa di riuscire a salire molto a lungo in piedi sui pedali, oggi. Max resta un po’ indietro; Lorenzo e Claudio passano avanti, io accelero un po’ per non perderli. Anche qui, le pendenze sono severe, ma non impossibili. Stiamo risalendo la vallata, Molini è già in fondo. Salita meravigliosa, soprattutto quando si raggiungono i km finali in cui gli alberi lasciano il posto a distese spoglie: ambiente severo ed affascinante. Fa freddo, nonostante il sole. Incrociamo un paio di ciclisti in discesa: dunque non siamo soli, ci sono altre forme di vita quassù!
Lollo dà sfogo a tutta la sua verve comica, manca poco che mi ribalti dalla bici per le risate… Quando invece mi dice che gli sembra che io stia andando bene oggi, non rido affatto, ma sono felice! Detto da un ciclista del suo calibro, questo vale doppio!!!
Poi l’ultimo tornante, si arriva in cima. Ci affacciamo dall’altra parte, niente neve, benissimo! Seguo Lorenzo che scende subito, mentre Claudio aspetta Max in cima, almeno credo. La strada scende in mezzo ad un bosco ancora spoglio: solo qualche timido accenno di fogliolina verde appena spuntata. Stavolta la giacca me la sono messa, eccome. La levo non appena arriviamo a San Bernardo di Conio ed iniziamo la risalita verso il Colle d’Oggia. Qui comincio a pagare le mie intemperanze. Le gambe non sono già più così brillanti… Faccio finta di nulla, insisto con un rapporto un po’ più duro del mio solito e continuo ad alzarmi sui pedali. Faccio ancora fatica a mettermi in mente questi luoghi, ma in cima al Colle d’Oggia mi torna in mente con piacere un bel giro che ho fatto, passando di qua, poche domeniche fa. Altra lunga discesa verso Badalucco, poi un tratto di falsopiano in discesa in cui provo – sia pur con scarso successo – ad attaccarmi alla ruota di Lorenzo per ripararmi dal vento. Non è facile però.

Attacchiamo la terza salita, destinazione Vignai e poi Baiardo. Mi accorgo solo dopo un po’ che Max ha deciso di non seguire il resto della truppa e di tornare al mare. A questo punto, non c’è più santo che tenga, devo riconoscere di avere esagerato finora… Le gambe sono indurite, faccio proprio fatica a star dietro a Lorenzo e Claudio. Non mi va di mollare adesso, cavoli: probabilmente è l’ultima salita della giornata; Gian dai, un po’ di orgoglio. I nuvoloni neri sono sempre più spessi lassù: comincio a pensare che ci prenderemo una bella lavata… Vabbè, pazienza, ormai siamo qui. La salita alterna tratti leggermente ripidi a lunghi pezzi di falsopiano in cui respiro. Ho fame!!! Attacco un plumcake, tentando di non soffocare. Vedo che tendo a perdere contatto con i miei due colleghi, che ogni tanto rallentano per aspettarmi. Quando manca un km circa alla fine, ecco il patatrac: per un attimo vedo tutto buio, la testa che sembra un pallone. Afferro un’altra merendina, la trangugio a mò di pitone, spero che basti. Sì, ormai la fatica è finita, si scollina. Lorenzo ci saluta, ha fretta di rientrare; Claudio ed io scendiamo con più calma, affacciandoci a vedere Baiardo. Il cielo è minaccioso, adesso. Decidiamo di rientrare: so che Max è giù in attesa, mi spiace farlo aspettare, e poi comunque ne ho avuto abbastanza, per oggi. Viaggiare in salita a questo ritmo, per me, è più distruttivo che fare il doppio dei km mantenendo la mia andatura da tartaruga. Torniamo giù per la strada da cui siamo saliti all’inizio: Ceriana, Poggio, Arma. Per quanto sono congelata, sono contenta di arrivare giù e godermi un po’ di tepore del mare. Max ed io ci godiamo mezz’oretta di sole seduti su un sasso in spiaggia: la mia giornata finisce nel migliore dei modi possibili, coprendo di coccole una splendida femmina di Rottweiler che si chiama Tsunami, ma ha un po’ paura delle onde…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!