Uicchènd in Langa 18-19 ottobre 2008: secondo giorno

La sveglia suona dopo nove ore buone di nanna, per me; eppure, resterei a dormire almeno altre due ore. Mamma mia, che cotta. Mi sforzo di credere che il trillo sia parte di uno dei miei incubi: forse è proprio così, visto che i miei compari non accennano a muoversi… Ahimè, pia illusione: è Luca il più solerte a mettersi in moto. E’ vero, abbiamo chiesto la colazione per le 7 e mezza; se non ci presentiamo in tempo, il gestore non sarà affatto contento!
Metto giù i piedi con cautela, chissà in che stato sono le gambe… Invece no: sorpresa, mi sembra che non stiano affatto male, anzi! Non le sento nemmeno un po’ appesantite… Allora, la cotta mostruosa di ieri sera era una questione di testa, non di garretti!
Indosso tutto quel che ho, che non è molto, per mettere il naso fuori ed affrontare la Siberia: brrr… Ci saranno dieci gradi! La sala ristorante non è ancora aperta, anche se, dalla cucina, sembrano provenire rumori di vita. Poco male, facciamo due passi qui intorno: occasione buona per guardarmi e riguardarmi, con la prima luce del giorno, questo luogo da favola, cogliendo qualche particolare che ieri sera, complici il buio e la stanchezza, m’era sfuggito. La chioma enorme di un fico, sprazzi di verde e giallo acceso; il pollaio, con le galline che fuggono terrorizzate al mio arrivo: tranquille, sono vegetariana… Anche se ieri sera a cena ho fatto uno dei miei pochi strappi, mangiando una fetta di carne. In realtà non ne avrei nemmeno avuto voglia: è che sono proprio pusillanime; quando vado in giro, mi vergogno un po’ a chiedere che si adatti il cibo alle mie fissazioni, anche perché regolarmente la reazione è di fastidio, proprio come ieri sera quando invece Mik, più integro di me, ha respinto la portata di carne. Meno male che ci ha pensato lui, così poi sono stata salva anch’io! Non so, mi sento a disagio: in fondo, se qualcuno venisse a pranzo da me e cominciasse a dirmi “Questo non lo mangio, quell’altro non mi piace”, finirei per mandarlo al diavolo!

Acqua passata, è ora di colazione e finalmente spunta il titolare dell’agriturismo. Ci infiliamo nella sala da pranzo, al tavolo: per ora, in mezzo, solo un cestino di frollini e fette biscottate. Non vorrei parlare troppo presto, ma mi sa che le mie preoccupazioni sono fondate: la colazione sarà quella tradizionale, italianissima, a caffelatte e biscotti… Infatti è così: tazza di caffelatte, fette biscottate pane e marmellata. A pensarci, avremmo potuto chiedere, ieri sera, che ci fosse preparato qualcosa di più sostanzioso; per esempio, io avrei desiderato un altro piatto di gnocchi al formaggio, stamattina. Sono secoli che ho accantonato, d’abitudine quotidiana, la colazione dolce; mangio sempre o pasta, o pane e formaggio, comunque cose consistenti e salate (ovvio che poi a pranzo, quando lo faccio, mangio un po’ di verdura o di yogurt, non certo un pasto completo). Vedo che i miei colleghi sono sconcertati allo stesso modo: per tutti e tre, che abbiamo pedalato in abbondanza ieri ed abbiamo un’altra lunga giornata in sella oggi, questo non è che un piccolo aperitivo… Vabbè, pazienza, ci consoleremo con la prima panetteria che incontreremo.

Ultimo saluto al cagnone, che prima di colazione ho stanato dalla cuccia, ma che ora è già tornato in branda e finge di ignorarmi, poi ci si veste in fretta e si riparte. Bleah, odio indossare la stessa roba del giorno precedente… Almeno la maglia me la cambio, altrimenti provoco un disastro ecologico da esalazioni tossiche!
Adiòs Cascina del Vai, ci si rivedrà, perché sei un posto da sogno! Torniamo sulla strada che da Cairo va a Cortemilia; in effetti, le rampe per arrivare all’agriturismo sono rampe davvero! Se ieri sera ho sofferto così, a salire, qualche ragione c’è.

Dalle stelle alle stalle, attraversiamo la squallida periferia di Cairo, brutta né più né meno di qualsiasi altra periferia: palazzoni dagli improbabili colori pastello, sporchi di fumo e polvere ed umidità, piante rinsecchite credo più per l’atmosfera in cui tentano di sopravvivere che per l’incedere dell’autunno.
Oggi il navigatore è Luca: prime destinazioni, Dego e la salita di Santa Giulia. E la sella non fa nemmeno male, oggi! Ottimo segno… I primi km sono una sofferenza, su stradone piatto, e meno male che è domenica mattina, abbastanza presto, e la massa è ancora a nanna. Mi sforzo di non staccarmi dalla ruota dei miei compagni, cosa ancor più ardua perché sono appena partita e fatico a carburare. Per adesso, il cielo è grigio, né carne né pesce; non si capisce quali intenzioni abbia.
Abbandoniamo lo stradone a Dego e ci immettiamo su una bella strada secondaria, attraverso colline e case isolate dove tutto è ancora sonnacchioso, persone ed animali. Nulla muove, tranne le foglie ingiallite che cadono, pigre anche loro, una ad una dai rami. Un po’ di saliscendi che mi fan soffrire, un po’ di curve, poi finalmente la salita, tranquilla, ideale come “riscaldamento”. Qualche raggio di sole buca le nuvole. Luca e Mik spariscono avanti, io ripiombo nelle mie meditazioni solitarie da salita. Intorno boschi ed ancora boschi, le borgate che spuntano come macchie grigie sui pendii, qualche cane che comincia appena a dare segno di risveglio e, incredibile, persino un’auto! Giungo ad uno stop, a destra Santa Giulia, a sinistra Cairo: mi pare sottinteso, giro nella direzione in cui la strada continua a salite, almeno un po’. Infatti i colleghi sono fermi un po’ più avanti, in mezzo a questa borgata bella ma un po’ lugubre per via di alcuni edifici, vecchi chissà quanto, di cui restano solo i muri perimetrali e qualche brandello di tetto. Proseguiamo lungo la stessa strada, che si fa via via più stretta e prosegue a strappi, un po’ su un po’ giù: il dubbio viene a Luca, ma siamo sulla via giusta? Boh, chi lo sa; rapido sguardo alla cartina, da qualche parte andremo pure a finire! E poi qui è così bello, ora che il sole sembra voler spuntare sul serio e farsi largo in mezzo alla boscaglia, disegnando ombre frastagliate sull’asfalto.

Tiriamo dritto, poi si vedrà: infatti, più o meno andiamo poi a finire dove era previsto, dopo una lunga discesa in cui perdo terreno di continuo rispetto ai miei pazientissimi compagni. Incontro, tra l’altro, un gruppo di cacciatori che sbraitano “Forza Cunego”… Altro che Cunego, sai dove te lo metterei io quel fucile, pezzo di indefinibile che non sei altro?

A fondovalle, giriamo verso destra e ci ritroviamo a Cortemilia: per me, piacevole sorpresa, perché immaginavo di esserne molto più lontana e temevo mi toccasse un tratto di strada in falsopiano ben più lungo. Invece no, per fortuna. Attraversiamo il paese meditando di tramortire qualche madama e rapinarla delle borse della spesa, visto che il languorino comincia a farsi sentire: a dire il vero, io ho scorte di pappatoria per un esercito, ma non mi spiacerebbe una Coca Cola… Passato il viale in uscita da Cortemilia, inizia la salita verso Castino, niente di tremendo, ma fastidiosa perché va su lungo uno stradone ampio ed abbastanza battuto dalle auto. Cielo sempre grigio, anche se mia mamma, per telefono, mi dice che a Carmagnola splende il sole. Ma c’è altro che mi distrae in questo momento. E’ come se i pedali, ogni tanto, facessero un mezzo giro a vuoto. Tac, tac, poi ancora tac… Ahi ahi. Non so perché, non capisco un’acca di meccanica, ma ho la sensazione che questo non sia affatto un buon segno, né un problema destinato a risolversi da solo. Già, perché la mia strategia di azione, in questi casi, è “Non pensarci, prima o poi smette”, ma stavolta non ha intenzione di smettere, mi sa. Ma che ci posso fare? Intanto, curvone dopo curvone, arrivo a Castino, sulla piazzetta centrale con la fontanella, dove Mik e Luca sono in posizione di punta, come segugi, verso un negozietto di alimentari. Già, stranamente io me n’ero scordata, della colazione, che a quest’ora è quasi un pranzo… Ma l’idea della Coca Cola torna a sorridermi.

Entriamo, facciamo il pieno: due merendine con cioccolato e wafer ed una lattina di Coca per me, qualcosa di più per i due colleghi che, evidentemente, non hanno appresso il carretto del cibo come me. E quasi friggo a tenere in mano la lattina, senza poterla aprire, in coda alla cassa! Mamma mia, meglio che esca in fretta; non posso sopportare la vista di quel mattone di Gorgonzola sul banco dei formaggi! C’è una signora che se ne fa tagliare metà; spiega che ha il figlio a pranzo oggi, e infatti saccheggia mezzo negozio… Mi immagino la scena del quadretto familiare intorno al tavolo dall’una alle sei del pomeriggio, cosa per me raccapricciante! Via via, torniamo in sella, falsopiano e discesa verso Cossano Belbo. Non ho mai percorso questa strada, benché bazzichi spesso da queste parti; mi riprometto di studiar bene l’itinerario, ci tornerò presto.

Ci attende la salita di San Donato, che inizia, come annuncia Luca, con una bella rampa cattiva. Ed è qui che si consuma il dramma… Attacco la rampa, la catena cade giù dal 34. Mi ritrovo per un attimo a pedalare forsennatamente nel nulla… Ma non so per quale strano caso, non precipito. Porca miseria, avrò fatto qualche incrocio strano io. Mi fermo, la sistemo, riparto; niente, cade un’altra volta, ed un’altra ancora. Pare proprio che, per qualche ragione, il cambio abbia preso vita propria. Provo a metterla sul 48, anche se dubito seriamente di essere in grado di fare una salita con il 48: resta su qualche istante, poi scende sul 34, poi giù. In compenso, a me sale su una rabbia che, se avessi una motosega, disintegrerei questo carcassone di bici in mille pezzettini. Rimetto la catena sul 34 – a questo punto ho le mani in uno stato inguardabile, e chissà come mi ridurrò la faccia, tra poco, quando mi dimenticherò che non devo passarci le dita… Riparto, evitando però di usare le corone più grandi dietro: più o meno, pare che la cosa funzioni; da qui alla cima, la catena scende ancora un paio di volte, ma mi porta fin su. Io però schiumo di rabbia al pensiero del giro rovinato sia a me che, soprattutto, a Mik e Luca, costretti così ad aspettare ancor di più. Se non trovo una soluzione, mi toccherà scendere per la via più diretta verso Alba e tornare a casa da lì, o, peggio, se si scassa tutto, mi toccherà prendere il treno… Se ci arrivo, alla stazione! Ma porca miseria, tanto per tradurre il mio pensiero in termini pubblicamente esprimibili, che jella maledetta, proprio oggi che tutto avrebbe dovuto funzionare…

Verso la vetta, vedo Luca che torna indietro per controllare la situazione: tutto ok, più o meno procedo, anche se faccio una fatica boia, abituata come sono al 34×29. In falsopiano ed in discesa va meglio: peccato che, preoccupata dai miei inconvenienti meccanici, non mi sia neppure guardata un po’ intorno sulla salita. Tornerò. Per ora, si va verso Manera, quindi si torna in territorio per me noto. Da Manera a Borgomale, una delle strade preferite dai motociclisti, che però, a quest’ora di pranzo, sono pochi: peccato, io resto sempre a bocca aperta a veder le loro evoluzioni in curva. Addirittura, quando percorro questa strada in salita, drizzo le orecchie al rombo dei motori e mi preparo per immortalare le pieghe con la macchina fotografica… Ma di solito son più veloci loro, del mio dito; finisco per fotografare una curva deserta!
In discesa, però, nulla di tutto ciò; ho già il mio bel da fare a guardare dove metto le ruote. A Borgomale, sotto il castello, rifornimento acqua alla fontanella: oggi fa più caldo, bevo come una spugna! Poi il programma prevede la salita a Lequio Berria: con i tre rapporti più “morbidi” fuori uso, non sarà una passeggiata… Ma non sia mai che io mi tiri indietro!
La stradina per Lequio è un gioiellino, una di quelle che devi proprio andare a cercare con il lanternino, minuscola in mezzo a vigne, noccioleti e qualche cascina. Qualche rampa severa c’è e, oltre ad una certa pendenza, il cambio comincia a sferragliare in modo preoccupante… Però sembra reggere, anche stavolta. Ma sì, dai, magari riesco ad evitare di accorciare il giro. Mi spiacerebbe da matti dover dire ai miei colleghi “Andate per la vostra strada, che io torno a casa”… La vista sulla vallata è splendida, di qua. Muretti a secco, case in pietra, fiori azzurro intenso che sembrano messi lì per sbaglio, in questa stagione; poi la strada, dopo Lequio, torna ampia e va ad immettersi sulla principale, quella in cresta che va da Alba a Bossolasco, all’altezza dei Tre Cunei. Da lì, decidiamo di raggiungere la Pedaggera e scendere, via Costepomo, verso Sinio. Sarebbe bello potersi infilare su per una di quelle stradine da capre che, da Sinio, salgono verso Roddino o Serralunga… Ma ho i miei limiti, con il 34×23 come rapporto più morbido, su di lì potrei salire solo a piedi, con la bici in spalla. Dirotto la compagnia verso una scelta più umana per la mia disgraziata condizione meccanica: la salita a Montelupo Albese via Bricco, che è, a mio parere, meravigliosa ma, nel contempo, accessibile anche con un rapporto un po’ più duro. Beninteso, io di norma salgo anche qui, come ovunque, con il 34×29… Altra salita in mezzo agli alberi, foglie da calpestare e ricci di castagne, poche sparute abitazioni. Che fatica, povere gambe, oggi che ho anche lo zaino. Da una parte, scopro con sorpresa che ce la faccio, anche senza rapporti da rampichino; dall’altra, però, mi chiedo quanto durerò ancora, Va bene che non sono più molto lontana da casa.
La salita a Montelupo, dopo qualche km severo, spiana e percorre un tratto in cresta prima del paese. Alla fine, trovo come sempre Mik e Luca in via di mummificazione; si riparte tutti quanti verso Diano: e ci si imbottiglia in un caos di pullman, auto, moto e gente nei pressi di un agriturismo. Una marea di ragazze e signore imbellettate e vestite a festa, di uomini incravattati, di chiacchiere vuote, di vite sprecate! Sì, è pur vero e sacrosanto che ciascuno, della propria esistenza, fa ciò che vuole, ma per me una domenica pomeriggio di sole, passata così, a mangiare e bere e bighellonare, insomma, una domenica senza bici o senza scarpe da corsa ai piedi, non ha proprio alcuna ragione di esistere! Non ha senso, è tempo prezioso sprecato… E poi la folla mi dà ai nervi, mi fa venir voglia di spianarli tutti, questi pecoroni… Meno male che ne usciamo abbastanza in fretta e torniamo a viaggiare verso Diano. Sulla breve risalita, mi sorpassa di gran carriera un ciclista, senza nemmeno salutare: “Ringrazia che la salita finisce qui – gli sibilo, tra me e me – perché a me lo puoi anche fare, un affronto del genere; è come sparare sulla Croce Rossa; ma prova a far lo stesso numero in salita a Mik, là davanti… E ti insegna lui a stare al mondo!!!”.

A Diano ci sarebbe la fontana, ed io sono a secco… Ma non mi va di prolungare ancora l’attesa dei miei compagni; andiamo giù, poi si vedrà. Discesa su Gallo, patria del torrone – ci penso ogni volta che ci passo – poi si va verso la frazione Annunziata, per salire a La Morra. Nel tratto in piano, Luca fa un numero da funambolo: prende la mia borraccia, la svita, fa lo stesso con la sua, travasa un po’ d’acqua e ricompone il tutto… Sono allibita! Io che non riesco nemmeno a staccare entrambe le mani dal manubrio! Inutile, c’è chi può…

Mi preparo psicologicamente ad affrontare l’ultima salita con il mio cambio disintegrato: che fatica… La Morra diventa d’improvviso lontanissima. E’ tutto un altro modo di pedalare; il guaio è che non posso nemmeno alzarmi in piedi sui pedali, perché, se lo faccio, lo sferragliamento aumenta in modo minaccioso… Che fatica boia! Adesso capisco perché, al momento di stabilire le caratteristiche della bici, ho preteso il 29 posteriore…
La rampa dopo la rotonda è un supplizio; mi sforzo di mantenere un’espressione facciale il più possibile serena, per non fare proprio la figura della moribonda, ma corro il serio rischio che la bici si abbatta su un fianco… Sudando e smadonnando come un turco, finalmente supero la rampa e riesco persino a riprendere forma umana prima di raggiungere la cima. Stavolta la borraccia mi tocca proprio riempirla, prima di ripartire in discesa.

Questo è uno dei pochi casi in cui non mi spiace che le salite serie siano finite, per oggi. Vorrei ancora aggiungere quella di Santa Vittoria… Ma ho le gambe in pappa e la catena che sta alzando il volume della sua personale protesta; meglio tirare dritto per la via tradizionale: Pollenzo, Sommariva Perno, casa. Mik ed io salutiamo Luca che, da Pollenzo, torna su verso La Morra dal lato di Meane, quindi ci avviamo verso il defaticamento… Ma, prima, c’è ancora la rampetta di Pocapaglia. E’ nella successiva discesa che mi accorgo, guardando giù, che una maglia della catena è mezza aperta, il pernino in fuori… Porca miseria! Che faccio mò? Mi fermo e tento di chiuderla battendoci sopra con un sasso, oppure nascondo la testa sotto la sabbia come gli struzzi e spero che regga fino a casa? Ovviamente, la mia natura previdente e saggia mi porta diritta verso la seconda opzione. In fondo, da Sommariva Perno a casa ci sono venti km di falsopiano in discesa; dovrebbe farcela… E, se anche non dovesse farcela, la distanza è tale che posso tornare tranquillamente alla mia umile dimora a piedi! Spero solo che il buon Mik non abbia voglia di fare il matto anche nell’ultimo tratto… Per fortuna no: mosso a pietà – o forse preda, pure lui come me, dei morsi della fame? – viaggia a velocità umana, tale da permettermi di non tirarmi troppo il collo. Mestamente ci avviamo alla conclusione del nostro viaggio, in compagnia delle nostre ombre sempre più lunghe; Ceresole, il viale d’ingresso a Carmagnola… Io ci sono, per me è fatta. Non lo invidio, povero Mik: a lui toccano ancora 15 km… Di pianura!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!