Uicchènd in Langa, 18/19 ottobre 2008 – primo giorno

Tutta la settimana a godermi i raggi del sole sulla schiena, seduta alla scrivania dell’ufficio, accanto alla finestra: ma naturalmente, oggi che è sabato mattina, metto il naso fuori di casa, poco dopo le otto, quando manca poco al momento di saltare in sella… E tutto quel che vedo è il grigio del cielo e la pioggia. Poche gocce, per carità, ma pur sempre pioggia. Non è possibile, porcaccia miseria… L’ho meditato e coccolato tanto, questo fine settimana in bici su e giù per le colline di Langa, e rischia di andare tutto a ramengo. Richiudo la finestra, sconsolata. Arriva un messaggio sul cellulare da Luca, che annuncia il MeteoLanga: lui che vive lassù, ha un punto di vista privilegiato. Dice che non piove: è già qualcosa; qui qualche goccia vien giù. Ma quel che più mi lascia interdetta è che son quasi le otto e mezza e ancora nessuna notizia da Mik. Non riesco a capacitarmene: pioviggina, fa freddo, si respira aria quasi liquida… E se lo conosco almeno un pochino, non è proprio possibile che sia partito! Eppure, a quest’ora dev’essere partito per forza… Che invece si sia svegliato ed abbia saggiamente pensato, vista la giornata, di girarsi dall’altra parte e ripiombare tra le braccia di Morfeo? Presa dallo sconforto, quasi rassegnata, gli mando un messaggio per chiedergli quale sia stato il suo destino; poco dopo, in risposta, Bip Bip, il trillo del cellulare. Esito un attimo a cliccare sulla bustina chiusa sullo schermo… Poi mi decido, in fondo il colpo di grazia è pur sempre meno doloroso di una lenta agonia, l’agonia del mio sospirato miniviaggio, in questo caso. I cerotti vanno strappati via con un colpo secco! Leggo… E faccio un salto di gioia: “Arrivo”. Non ci posso credere… Non trovo una spiegazione scientifica a questo fenomeno… Sfugge a qualsiasi legge fisico-matematico-astrofisica… Ma non importa, si parte lo stesso!!!
Sotto una lieve ma fastidiosa pioggia, ci avviamo, direzione Ceresole e Sommariva Perno. Mik ha indosso l’antipioggia, ma io preferisco evitare, almeno finché son poche gocce: rischierei la sauna. L’unica nota positiva è che il tempo uggioso scoraggia i vacanzieri fuori porta: per strada c’è ben poco movimento. Pare una giornata autunnale… In effetti, anche se io non mi ci sono ancora rassegnata, siamo nel pieno dell’autunno! E’ tutto grigio, il cielo, i campi, gli alberi quasi spogli, tutto dello stesso tristissimo colore. Tutto tranne il mio umore, che fa l’arcobaleno. Il meteo secondo Luca prevede, nel corso della giornata, un miglioramento, nel senso che dovrebbe almeno smettere di piovere: e non c’è nulla di più facile che convincere me medesima di qualcosa di cui voglio, con tutto il cuore, essere convinta. Migliorerà, non c’è ombra di dubbio; intanto, pedaliamo. L’allegria mi si trasmette ai pedali, perché a Ceresole il rilevatore di velocità dice “25 km/h”: che exploit, di solito per me si ferma a 22-23!
E’ a Ceresole che guardo giù e vedo il portaborraccia desolatamente vuoto… Porcaccia miseria, ho preparato la borraccia e l’ho lasciata a casa sul tavolo… E mo’? Meno male che non fa caldo; in qualche modo me la caverò, prenderò una bottiglietta in qualche bar, berrò alle fontane, pazienza, non torno certo indietro.
La pianura fino a Sommariva è l’ideale per il riscaldamento, ma non vedo l’ora di levarmela di torno: si passa il paese, giù per la prima stradina a destra ed eccoci in direzione Pocapaglia. Già qui la pacchia finisce e Mik va in fuga… Scena che si ripeterà altre millecinquecento volte da qui a domani sera!
Se non altro, sembra aver smesso di piovere. Da Sommariva, il colpo d’occhio sulle colline è comunque suggestivo, anche se, alle gradazioni di verde che si possono ammirare nelle giornate di sole, oggi si sostituiscono tante sfumature di nebbia, contorni appena accennati, sfumati. Pocapaglia, Pollenzo, ponte sul Tanaro, e finalmente il bivio per La Morra ci proietta in un altro mondo. Più niente strada trafficata di fondovalle, solo vigneti e case isolate ed ancora vigneti. Mik parte all’assalto, come al solito; lui non le percorre, le salite, le aggredisce, via, agile come un gatto. Io mestamente comincio a pensare che, per quanto abbia cercato di ridurre lo zaino ai minimi termini, ci ho comunque messo dentro troppa roba. Questo dannato pesa! Aggiungi poi il peso della borsina da bici (con dentro otto fagottini al cioccolato), della bici stessa e del voluminoso posteriore della proprietaria… E vabbuò, in fondo sono qui per far fatica.
La frazione Rivalta, le nocciole, le viti, la nebbia… La nebbia? Com’è possibile, non c’era nebbia a Carmagnola che è la capitale mondiale della nebbia, e c’è qui sulle alte vette, dove non si vede mai?
Arranco sull’ultima rampa dopo la rotonda: all’incrocio, in fondo, trovo Mik e Luca che nel frattempo s’è aggregato. Passo loro accanto con il terrore che abbiano meditato qualche saggia decisione contro il mio giro… Ma nulla, anche stavolta sono smentita; giù in discesa verso Santa Maria e Gallo. Non è che piova, ma c’è una nebbia fitta che ha lo stesso effetto, infradiciare i vestiti e rendere la frenata difficile. Gli occhiali, li ho già levati e messi nel borsello in salita, tanto sono inutili. Così, adesso, i contorni indefiniti non sono più solo colpa della foschia, ma anche del fatto che non vedo un accidente. Va bè, più o meno vedo la strada, grazie soprattutto alle linee bianche di lato. Tutto il resto mi appare un po’ come quei quadri, non so di che epoca, autore e con che tecnica – lo so, sono gnorrrante, e allora? – quei quadri, dicevo, fatti tutti a puntini, o quelli in cui il paesaggio è dipinto a macchie di colore non ben definite. Più o meno sopravviverò.
A Gallo, svolta a destra, augurio di orribile fine ad una madama che mi taglia la strada per parcheggiare, e poi, passati i vigneti di Fontanafredda, che sono, credo, disegnati con la riga e la squadra, tanto sono belli, ordinati, curati, si va a Monforte dalla frazione Castello. Un po’ di fondovalle e poi su per le rampe, sempre in mezzo alla nebbia, che paradossalmente si fa più fitta man mano che si sale di quota. Rampe con pendenza a doppia cifra, la casa “a righe” di proprietà di una famiglia olandese, le pere schiacciate a terra, Mik e Luca che sono solo più due puntini lontani. Io di più non posso, e poi la giornata è lunghissima!
Li ritrovo al bivio per Monforte, sulla strada che sale da Castiglione Falletto. Centro paese, un po’ di pavè, poi giù verso Dogliani: discesa ampia ed abbastanza facile, persino per me; mi preoccupa solo un po’ il fondo umidiccio e qua e là sporco di terra e fogliame. A Dogliani svoltiamo a sinistra, destinazione Cissone e Serravalle Langhe.

I primi tre o quattro km dopo il bivio sono in mio incubo… Un falsopiano in salita dove vedo regolarmente i sorci verdi. Mi distraggo con un bombolotto al cioccolato, tra l’altro piacevolmente arricchito con un po’ di rhum che, si sa, è l’ideale per l’attività fisica intensa, ma non basta. Soffro ed imploro l’arrivo della salita, che finalmente giunge: così prendo il mio passo e via. Chissà dove sono già, i due satanassi. Spariti nel nulla da un po’! Indago scrutando i bivi; ci sono almeno altre due strade per salire a Serravalle, e prima o poi andrò a cacciare il naso! Oggi però non è il caso. Risalgo lentamente verso la nebbia, con la sgradevole sensazione dello zaino che, oggi più di altre volte, pesa. O forse non è lo zaino, è l’umido, è l’uggia di questa giornata appiccicosa e fredda. Sì, perché la temperatura non credo proprio sia bassa, anzi, ma manca il sole che scalda un po’ la pelle ed il cuore. Mi sembra quasi che abbiano aggiunto qualche tornante! Poi Cissone, con quel meraviglioso edificio del Residence Radice Verde, che ci vorrebbe un premio per chi ha elaborato e curato un progetto di ristrutturazione del genere: ogni volta che ci passo, resto a bocca aperta.

Ancora un po’ di salita ed arrivo a Serravalle, dove ritrovo Luca e Mik nascosti da chissà quanto sotto un tetto.
Luca mi cede una delle sue due borracce; fin qui non ho toccato acqua, ma effettivamente adesso ne sento la mancanza! Poco più avanti, a Pedaggera, centriamo a fatica, nella nebbia, il bivio con la strada che va verso Serralunga; strada che lasciamo poco più avanti, svoltando a destra verso Costepomo. Discesa lunga e fredda, che mi fa un po’ paura per la sensazione di scivolare nei tornanti con fondo bagnato; davanti a noi dovrebbe esserci il castello di Serralunga… Dovrebbe! Anzi c’è di sicuro, ma non si vede. Poi la salita di Albaretto: ho perso il conto delle volte in cui l’ho percorsa, è troppo troppo bella. Infatti, avevo pensato anche di imboccare l’altra strada, quella che sale da Lesme… Ma poi la ragione del cuore prevale. Cartello 18%, i compari schizzano via, io arranco sotto il peso dello zaino; ormai potrei chiamare per nome i sassi, qui; so già perfettamente dove, come e quanto soffrirò! L’umidità è davvero tremenda, rende difficile persino respirare. L’agriturismo, ancora vigneti, poi un attimo di respiro, ancora un paio di rampe, ancora respiro, l’ultimo strappo e sono nel paese, sotto la torre; un paio di km dopo, ecco il bivio ed ecco i due fuggitivi, fermi, come al solito, in paziente attesa. Io davvero non so come facciano… Ovviamente sono contenta, contentissima che abbiano aderito al viaggio; però mi chiedo, al posto loro… Io che odio metter piede a terra quando pedalo, e lo faccio volentieri solo quando poi da terra lo sposto sul pavimentodi una panetteria, non potrei nemmeno concepire di pedalare così! Aspettare qualcuno, ma neanche per idea: darei di matto dopo due salite! E poi, peggio che mai, io non mi faccio aspettare solo in salita; mi stacco anche in pianura ed in discesa… In fondo, meno male che non c’è nessuno che vada più piano di me!

A destra, Pedaggera, a sinistra, discesa al torrente Belbo, bellissima strada in mezzo al bosco ed a poche abitazioni, anche qui ho già consumato le ruote. Ponte sul Belbo e breve ma cattiva risalita: si vedrebbe tutta la vallata, di qui… In teoria!
Approfitto per mandare qualche messaggio, così dimentico un po’ la fatica; arrivo su e subito giù verso Torre Bormida. Da qui in poi, mistero: ci son già passata parecchie volte, ma sempre in compagnia di qualcuno che conosceva il luogo; quindi, non mi sono mai preoccupata di studiare le direzioni. Ma oggi c’è Luca, ci pensa lui!

Bellissima anche questa vallata, più selvaggia, boscosa. Poco fondovalle, in cui mi sforzo, con miseri risultati, di tener la ruota di Luca; poi, come una liberazione, il bivio per Levice e Bergolo. Salita dolce, un po’ di tornanti; cosa ci sarà dietro il prossimo, mistero: solo e sempre nebbia. Qualche km e poi uno stop: e mò? A destra Prunetto, a sinistra Bergolo. Ricordavo di doverci passare, a Bergolo, ma… Meglio controllare la carta. No, effettivamente la mia idea originaria contemplava una strada che da Torre Bormida avrebbe dovuto portare a Bergolo e poi Levice, ma mi sa che non abbiamo fatto quella salita. In ogni caso, devo andare verso Prunetto, adesso; ci sarà poi un bivio verso sinistra per scendere a Castelletto Uzzone.
Da qui in poi, è solo nebbia: non posso vedere altro che il bordo della strada; non posso fare a meno di sentire la fatica. Non riesco ad essere serena; faccio tanta fatica, ma penso che molto sia dovuto a questa strana tensione, colpa della pioggia, della nebbia. Spero almeno che quelle pochissime auto di passaggio mi vedano. Intanto guardo a sinistra, ma di bivi nemmeno l’ombra, se non qualche minima stradina che va a perdersi chissà dove. Eppure sono già a Prunetto, e non avrei dovuto arrivarci! Procedo ancora, chissà che fine han fatto Luca e Mik? Stà a vedere che ho sbagliato strada, o che loro han trovato quella giusta…

Li ritrovo in paese, fermi in preda ai miei stessi dubbi. Ci avviamo in discesa, superiamo un bivio che indica Gottasecca: ma no, allora è tutto sbagliato! A Gottasecca avremmo dovuto arrivare da Pezzolo, quindi dal fondo della valle Uzzone, alla nostra sinistra… Rapido consulto della carta: abbiamo mancato quel famoso bivio, però possiamo sempre rimediare, salendo a Gottasecca da qui. Non ho idea di come sia, la strada: bella, dissestata, facile o ripida… Lo scopriremo solo vivendo. In effetti è una salita suggestiva, che alterna strappi severi a tratti di falsopiano ed anche discesa. Non so quanti km ci siano fino a Gottasecca; non riesco a rendermi conto delle distanze, con questa nebbia. Le gambe sono un po’ refrattarie; comincio ad essere stufa di quest’umidità che impregna le ossa!
Da Gottasecca, giù verso Monesiglio: da qui, Luca mi fa notare che in 20 km si potrebbe arrivare comodi comodi a Cairo Montenotte, meta del nostro viaggio… Certo, la tentazione del lettuccio e della doccia calda è forte, ma suvvia, siamo uomini o caporali? Ancora almeno una salita…

Da Monesiglio avevo programmato di salire verso Mombarcaro da Noceti, via ripida assai e cattiva: ma è una stradina remota, a quest’epoca certo coperta di foglie che, con la pioggia, formano un tappeto scivolosissimo. E poi l’asfalto è, o almeno era, l’ultima volta che l’ho percorsa, in pessimo stato… Mah, meglio non cercare guai. Meglio salire verso Mombarcaro dalla via tradizionale. Sarebbe anche bello andare fin su al paese: ma oggi, con questa nebbia, il panorama non esiste di sicuro; in più, è già abbastanza tardi, conviene darsi una mossa ed avvicinarsi a Cairo, pena il rischio di arrivare con il buio.
Qualche km di salita bella, ampia, regolare, che ogni volta mi piace un sacco, poi a sinistra, breve discesa, altra salita, un po’ di km su strada in cresta, ampia: qui sì, ho il terrore che le auto non ci vedano, perché stento persino io a vedere Luca, poco più avanti. E ci vuole un sacco di tempo perché la strada cominci finalmente a scendere, verso Camerana e poi Saliceto. E qui, davvero, ho solo più voglia di arrivare. A Saliceto, approfitto di una sosta dei miei due colleghi per prendere un po’ di vantaggio: ma è falsopiano, odioso falsopiano, che mi fiacca nelle gambe e nel morale. Cengio: qui dovremmo trovare, sulla sinistra, un bivio per Rocchetta Cengio, strada che ci porterebbe direttamente a Cairo passando su per la collina. Ovviamente, però, non c’è uno straccio di indicazione, così ci ritroviamo nel caos insopportabile di Millesimo. Consulto alla carta; mi sforzo di mantenere un contegno, ma mi vien male quando vedo ciò che ci tocca fare: Carcare, Cairo. Sarà che non ho l’abitudine a leggere le carte, ma ho la sensazione che mi attenda ancora una valanga di km, per giunta su strade trafficatissime. Panico… Vera disperazione quando, attraversato il centro di Millesimo, non senza provare un moto di odio profondo verso la folla, le auto, tutto! Sono proprio alla frutta… 7 km a Carcare, inizia un tratto di salita sulla strada statale: mi sembra d’esser sul Mortirolo, una fatica dannata, le gambe che non girano più, gli occhi che, dopo ore senza occhiali, non mettono più a fuoco nemmeno quel poco che vedevano fino a poco fa… Non ci arriverò mai, a Cairo, no, se sono sette km così, io do forfait, mi accampo qui a bordo strada! Sto maleeee!!!

Per fortuna, la salita finisce abbastanza in fretta; conto i km che mancano a Carcare sui cartelli segnaletici… 4, 3, 2… E’ quasi buio quando arrivo ad una rotonda e becco Luca, in questo caso San Luca direi, che mi indica la retta via. Non riesco più a leggere le indicazioni nemmeno incollando il naso al cartello.
Da qui manca davvero pochissimo: mi pare di scorgere un “Cairo 4″… Speriamo che sia 4 e non 14, questo posto orrendo e caotico mi sta dando ai nervi. Eppure no, son proprio quattro; passiamo San Giuseppe, e se non ricordo male esiste un San Giuseppe di Cairo, quindi ci siamo. Quasi.

Non ci risparmiamo un po’ di su e giù turistici per il paese: già, in teoria io so benissimo dove stia l’agriturismo… Ma in pratica no, niente affatto! La direzione è quella per Cortemilia; maciniamo ancora un paio di km, che a me sembrano duecento… Poi decidiamo che forse è meglio chiedere lumi: Mik si fa carico dell’ingrato compito e fa irruzione in un ristorante. Ci siamo, è la strada giusta: scopro qui che l’agriturismo si chiama “Cascina del Vai”, è poco più avanti, un km o due, ormai ho perso la nozione delle distanze. O meglio, poco più avanti è il bivio: poi c’è ancora un ultimo km su una stradina minuscola, stretta, con due rampe tali che medito seriamente di metter piede a terra. Non c’è niente da fare, ormai nella mia mente la salita era finita; non ce la faccio proprio più! Ma dove cavolo è appollaiato ‘sto agriturismo? Ci sono le luci lungo la strada, tanti lampioncini, ma non finiscono mai!

Quasi un miraggio, ecco l’edificio, anzi gli edifici: nonostante la fatica ed il buio – eh sì, ormai è buio pesto, abbiamo rischiato, siamo giunti a destinazione al pelo! -, non posso non notare che questo posto… E’ una meraviglia! Una splendida scalinata in pietra che unisce diverse piccole costruzioni. Entro nel locale principale, mi investe un meraviglioso tepore di caminetto; poi il titolare mi accompagna alla camera: anche qui, caldo, caldissimo… Basta già questo per riprendermi un po’.

Parcheggiamo i potenti mezzi sotto una tettoia; doccia e pennichella: non me ne rendo nemmeno conto e mi addormento di brutto! Però il languorino è troppo forte; credo che la pancia brontoli al punto tale da svegliarmi. Ci trasferiamo in blocco a tavola: qualche antipasto ed un meraviglioso piatto di gnocchi verdi col formaggio, per me; sono piena…
Non si può dire che siamo loquaci, decisamente no: sarà che la dura vita del ciclista “da viaggio” porta ad apprezzare i silenzi e la solitudine; sarà che io non credo affatto che un silenzio vada riempito per forza, quando non ci si sente di dir nulla; sarà anche che siamo un po’ cotti, almeno io, e quindi un po’ poco reattivi, come le lucertole quando comincia a far freddo. Però, condivisa una bella giornata, si condivide anche una godutissima cena, e poi via. “Andate già a dormire?”, ci chiede stupito il cuoco. Chissà cosa pensano di noi: gente che va in giro da queste parti e non beve il vino, gente giovane che alle nove e mezza si inuma sotto le coperte… Ma noi oggi abbiamo duramente lavorato, e domani sarà almeno lo stesso!
Vorrei fare due passi digestivi, ma non ce la posso fare; fa troppo troppo freddo! No, meglio una ritirata strategica… E mentre i miei due compagni d’avventura seguono in TV un documentario terroristico sui vulcani, io che come sempre sono proprio zotica mi abbatto sul materasso… Poco rispettosamente, senza neanche augurar la buona notte, entro in coma e adiòs! 185 km, 2.900 m di dislivello che, fatti così, un continuo su e giù, mi sfiniscono più di un giro con dislivello doppio su lunghe salite e lunghe discese di montagna; insomma, ho una buona scusa!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!