Una strana mezza avventura intorno al Bianco

Me l’han detto tutti, che sto per fare una gran boiata. Chi in modo più diplomatico, chi più colorito ed esplicito, ma il senso è sempre quello: non è una gita in montagna, non è una prova di forza e di fatica, quella che ti sei inventata; è una boiata, punto e basta. E’ insensato, è pericoloso, puoi farti male, patire il freddo e non ci sarà nessuno a soccorrerti. E pure, nell’ipotesi pressoché irrealizzabile che tu non abbia guai collaterali, non ce la farai mai. Beh, che dire: meno male che esistono gli amici, per farmi coraggio. Io però son fatta così, sono bastian contrario; qualsiasi tentativo di dissuadermi da un mio progetto non è altro che il più efficace degli incentivi a provarci; salvo poi sbattere, il più delle volte, una sonora nasata contro il muro ed ammettere – tra me e me, perché di fronte ad altri non cederei mai – che sì, effettivamente ho fatto una boiata.

Non era ancora passata mezz’ora dal momento in cui avevo tagliato il traguardo del trail Courmayeur – Champex – Chamonix (ma sarebbe meglio dire, avevo strisciato sulla linea del traguardo), che già nella mia testa confusa e provata dalla carenza di ossigeno si faceva strada un pensiero: “Ma quanto sarebbe bello poter provare il percorso intero dell’Ultra Trail…” Per i non addetti ai lavori, il percorso intero consiste in un giro da 166 km e 9.400 m di dislivello, da percorrere ovviamente tutti in una botta e, in gara, entro il tempo massimo di 40 ore. Ecco, quel pensiero lì s’è abbarbicato alle mie poche e malconce cellule grigie, a mo’ di boa constrictor intorno alla preda: la macchina organizzativa, come dicono ai tiggì, s’è messa in moto. Subdola, come sempre, a lavorare nell’ombra, mentre la porzione razionale del mio cervello bada alle futili incombenze quotidiane, il lavoro, la pappatoria, gli spostamenti in auto, le pulizie. Quando provare, come provare, soprattutto, come reperire la cartina del percorso: questioni liquidate in fretta, una ad una, perché la pianificazione non è roba per me; di solito mi riduco ad affrontare i problemi nel momento in cui si presentano. Quando: il fine settimana del 20 e 21 settembre, uno dei pochi liberi da impegni ciclo-podistici già fissati. Come: probabilmente da sola, visto che trovare una compagnia per un giro del genere è più difficile che scovare un pozzo di petrolio nel giardino. La cartina: meno male che esiste Internet…
Chiunque venga a sapere di questa mia iniziativa mi mette sul chi va là. A quest’epoca fa già freddo, alle quote dell’UTMB e così vicino al Monte Bianco troverai temperature vicine allo zero, se non sotto, e magari anche neve; non sei abituata a girare per sentieri da sola, rischi di perderti, rischi di farti male e di non poter chiedere aiuto; la notte è una brutta bestia. Lascia perdere, allenati in altro modo, vai a pedalare, vai a camminare se vuoi, ma su strade note, su percorsi più brevi… Insomma, l’ottimismo è il sale della vita, recitava un’insopportabile spot pubblicitario di qualche tempo fa. Tutto vero, me ne rendo perfettamente conto; però, la voglia di provare è tanta, davvero tanta. Non so perché, proprio lì, proprio quel giro; insomma, in ventisette anni di esistenza non ho mai visto il Monte Bianco e quest’anno, invece, è stato amore a prima vista, non posso più farne a meno, anche se mi devo accontentare di guardarlo col naso all’insù. Difficile, anche per me stessa che ne sono la fonte, dare una spiegazione razionale a questi attacchi, quasi fossero crisi di astinenza da placare il più presto possibile, a pena di insoddisfazione, senso di incapacità e rinuncia.
Ci penso giorni e giorni, sempre più intensamente man mano che il giorno fatidico si avvicina. Ho provato a sondare il terreno, cercare qualcuno che fosse disposto a condividere con me l’avventura, ma tutti, per una ragione o per l’altra, mi han risposto picche. Anzi, qualcuno non mi ha risposto affatto. Pazienza, faccio spallucce, meglio soli che male accompagnati: vorrei con questo convincermi che basterò a me stessa, che ce la potrò fare comunque, ma non ci riesco, proprio no. Scrivo e racconto a mezzo mondo le mie intenzioni: lo so, rischio di farci una figuraccia, anzi sicuro ci farò una figuraccia, ma serve a me, per costringermi a provarci davvero, per non avere più possibilità di rinuncia, un po’ come far saltare per aria il ponte appena attraversato. Chissà, se finissi nelle grinfie di uno psichiatra, sui percorsi della mia mente contorta ci si potrebbe scrivere un paio di tomi.
Due giorni prima, cioè giovedì scorso, mi rigiro tra le mani la cartina del percorso, stampata a sezioni su diciassette fogli che ho accuratamente messo in sequenza e numerato. Vista così, non pare troppo difficile orientarsi: i sentieri dovrebbero essere ben segnalati, ampi, facili da percorrere e da individuare. Ripeto come una litanìa i nomi dei luoghi che toccherò, dei rifugi accanto a cui dovrei passare – molti secondo me saranno già chiusi – e le quote a cui dovrei arrivare, cercando di immaginare un’improbabile tabella di marcia. Ma è tutto molto, troppo vago, perché è vero che ho una voglia incontrollabile di partire, ma è anche vero che stavolta vado incontro all’ignoto e lo so, e ne ho una paura dannata. Paura che cresce quando, venerdì a mezzogiorno, preparo lo zaino, mettendoci dentro tanta roba da mangiare ed ancor più roba per coprirmi, e medicinali e documenti e luci e batterie. Ma sei sicura, Gian? Sicura sicura? Oh insomma, è tutto pronto ormai. Non ci si tira più indietro.

Parto da casa poco dopo le cinque del pomeriggio. Guido come un automa, mi sorbisco la coda in tangenziale a Torino senza fiatare, con il chiodo più fisso che mai. Il cuore batte all’impazzata, anche ora che sono ferma e seduta. Ecco, diciamo che non mi sento proprio così convinta… Insomma, il sentiero dovrei riuscire ad imbroccarlo; le previsioni meteo sono buone; sono ben equipaggiata contro il freddo… Cosa manca allora? Semplice, anche se vorrei poter dire che non è vero; manca qualcuno che sia la mia forza quando la paura prenderà il sopravvento, che trovi una soluzione quando si presenterà un guaio che non saprò risolvere. Eh no Gian, non puoi sempre pretendere che altri si accollino la tua follia; devi assumerti onori ed oneri di queste tue mattane. Provaci, in fondo provare non costa niente, giusto?

Schiaccio l’acceleratore, ma quasi mi dispiace d’arrivare a destinazione. Ora sono io di fronte a qualcosa che è enormemente più grande di me. Un montanaro che si rispetti potrebbe solo ridere a queste paure, ma io non rido affatto, anzi. Gian, attenzione, cerca di concentrarti un attimo e non dimenticare qui qualcosa che ti sarà poi indispensabile. Il rito è sempre lo stesso; pasta di Fissan su tutto il piede, doppie calze, scarpe da trekking; macchina fotografica pronta all’uso, nel taschino; berrettone di lana in testa; chiave dell’auto agganciata allo zaino. Via, dovrebbe esserci tutto, si parte. Ormai è quasi buio; le nevi del Bianco si distinguono appena nella figura scura. Tento una foto, ma vien fuori una schifezza. Poco male, avrò tempo per rimediare.
Sento addosso una tensione insopportabile, una stanchezza nei muscoli già tesi come se fossi alla fine e non all’inizio del giro; mi sforzo di stare calma, mi ripeto che non ha senso angosciarsi prima che se ne presenti il motivo, ma sembra facile… Il ponte che conduce da Dolonne a Courmayeur, su quell’impetuoso corso d’acqua che in tre mesi non ho ancora appurato come si chiami; da lì, qualche km di asfalto tra le case di Courmeyeur prima, di Villair poi. Incrocio qualche viandante serale, che senza dubbio, vedendomi, penserà che io stia tornando da un’escursione in cui ho fatto un po’ tardi. Rumore di stoviglie, profumi di cena, qualche camino già acceso: il freddo è pungente, già qui a quota 1.200. Chissà lassù!
La strada in centro paese va a morire in uno sterrato. E’ lì, quando mi lascio alle spalle le luci del paese, che mi rendo davvero conto di cosa sia il buio. C’è solo la mia frontale, man mano che vado avanti; vedo solo quel che appare nel mio cerchiolino di luce, tutto il resto è ombra, nero su nero; è altri sensi, udito, tatto, olfatto, ma non più vista. Sento il rumore del torrente ed il fruscio del vento tra le foglie, e sento persino il battito del mio cuore, incontrollabilmente impazzito. Posso raccontare a me stessa tutte le balle che voglio, ma non posso sperare che ci creda lui…

A sinistra della strada, sterrata ma carrozzabile, ecco il sentiero per il Rifugio Bertone, prima tappa, se così si può dire, del mio itinerario. Meno male che i sentieri sono segnalati in modo eccellente! I cartelli si leggono benissimo alla luce della frontale. I bastoncini, il mio esperimento di questa gita, si rivelano subito utili e comodi, non appena riesco a coordinarli con il mio passo. Il sentiero è splendido per i miei gusti: sale regolare ed abbastanza ripido, in mezzo alla vegetazione. Mi concentro sul passo, sul respiro, sui miei piedi e sulle punte dei bastoncini; di tanto in tanto alzo lo sguardo alla miriade di stelle, poi lo riporto giù a guardare oltre il bordo del sentiero, le luci del fondovalle laggiù, sempre più lontane. Va tutto bene, Gian, sta andando tutto bene, anche se fa freddo e se ogni tanto qualche volatile notturno ti sfreccia sopra la testa facendoti prendere un coccolone, e se qualche volta incroci occhi gialli che spariscono velocissimi in mezzo alla vegetazione. Fa freddo, ma va tutto bene, le gambe stanno bene, anche se hai i muscoli contratti in modo assurdo, come se fossi appesa a qualche parete strapiombante con le unghie e con i denti. Quasi non mi accorgo d’essere già oltre il bosco; c’è un bivio, controllo la carta per scrupolo, ma “Rifugio Bertone” è scritto sul cartello, lì, che mi mangia. Dietro una curva mi ritrovo una luce, una casa, gente che ancora si muove lì intorno. “Ancora”: insomma, pare tardissimo, ma non saranno nemmeno le dieci. Chissà se il rifugio è una di queste costruzioni? Certo che io sono proprio speciale per dimenticare luoghi e direzioni. Al rifugio sono stata tre settimane fa; d’accordo che ero in gara e quindi avevo ben altro per la testa che ammirare il panorama; però, possibile che proprio non mi ricordi nulla? Sarà che di notte tutti i gatti sono bigi.

Passo accanto alla prima casa illuminata, poi alla seconda. Qui si apre una porta; ne escono tre persone che saluto. Credo che per un attimo pensino agli effetti nefasti dell’alcool, perché, lì per lì, nessuno risponde. Pochi secondi dopo, uno di loro, timidamente, accenna un “Tutto ok?”. Mi fermo, mi volto, ne approfitto per chiedere: “E’ giusto di qua per il Rifugio Bonatti?”. Perplessi, mi invitano ad entrare; guardiamo insieme la cartina che ho in mano. Sì, è giusto… Ma vuoi andare su a quest’ora? Ma perché? Sei sicura? Guarda, se vuoi qui un posto per dormire ce l’abbiamo… Sorrido tra me e me, pensando alla proverbiale durezza del carattere del montanaro: queste persone non solo non sono affatto dure, ma appaiono davvero preoccupate, sinceramente, per la mia sorte. Ma sei da sola? Sì, sono da sola, come vedete… Ma guarda che lassù fa freddo, tanto freddo; guarda che il Rifugio Bonatti lo trovi ancora aperto, ma l’Elena no, non più. Fai attenzionealle bestie, guarda che ci sono i lupi… A questa frase, un brivido giù per la schiena: mi torna in mente l’incontro notturno con il presunto lupo, quello che Matteo ed io avevamo avuto nottetempo mentre facevamo la prova del percorso del Trail Valdigne; presunto, ma comunque preoccupante, almeno per me che, per non saper né leggere né scrivere, mi ero terrorizzata. Ma non c’è santo che tenga, adesso. Manco mi dicessero che c’è l’abominevole uomo delle nevi, mi fermerei… Saluto, proseguo; sento nella schiena i loro sguardi perplessi, posso immaginare i loro commenti.

Pochi metri di salita ripida, poi il bivio di cui mi hanno parlato: devo prendere a sinistra, come conferma il classico cartello giallo. “Rifugio Bonatti, sentiero 1”, da qui lo danno per 2h 30′, secondo me un’esagerazione, conoscendo le stime di questi tempi. Imbocco un sentiero che arrivo ben presto ad odiare: non sale, non scende, va su e giù, un po’ in mezzo alla vegetazione, un po’ al nulla. Alzo finalmente lo sguardo da terra, cosa che mi ero dimenticata di fare: davanti a me si scorge chiaramente il profilo del Bianco, i ghiacci, le luci delle costruzioni che credo siano funivie e simili; giù in basso, invece, quelle della “civiltà”. E’ un attimo di conforto, anche questo del tutto irrazionale: mi sembra di non essere davvero sola in mezzo ai monti, anche se poi tra me e laggiù c’è almeno un’ora abbondante di cammino, visto che io in discesa non sono un fulmine. E poi, che senso ha, cercare il sollievo della presenza umana, quando sono io stessa che me ne sto volontariamente allontanando?
Di tanto in tanto, qualche pensiero mi allontana da qui e mi permette di procedere tranquilla per qualche minuto, ma poi, prepotente, ritorna l’inquietudine. Ma dove vuoi andare, Gian, in questo stato? Stai camminando sul filo del rasoio; credi di essere forte ma sei nient’altro che un pavido coniglio! Senza offesa per i conigli, povere bestiole. Il vento ulula in mezzo alle fronde dei pochi alberi e li scuote violentemente. Andiamo bene… Se dopo due ore sono in questo stato, due notti così e ne esco con un’ulcera!
Un bivio: e mò che faccio? Indicazioni, qui, zero… Prendo a sinistra, perché poco più in là c’è un cartello: nulla, però, che faccia al caso mio. Decido che la mia direzione è a destra, poi si vedrà. Attraverso un pianoro sferzato dal vento; in lontananza, alcune luci che credo siano alpeggi. Però… La mia frontale illumina due lucine molto più vicine, appena più in basso, in mezzo al prato. Mi fermo, le fisso: due lucine così vicine tra loro non possono essere che gli occhi di qualche animale. Ma sono enormi… Ed immobili! Continuo a fissarle: ritmicamente l’una o l’altra si “spengono” e lentamente si riaccendono, è evidentemente un battito di palpebre, ma chissà che razza di bestia è, per restare così immobile… E per avere occhi così grandi? Dubito che si tratti del Lupo Cattivo di Cappuccetto Rosso, che pure ha gli occhi grandi; mi viene da pensare che possa trattarsi di un gufo, anche se non so bene cosa ci stia a fare un gufo in mezzo al prato. Ricordo gli occhioni sbarrati di un gufo in mezzo alla strada, una notte di qualche anno fa in cui viaggiavo per le Langhe… Abbagliato dai fanali dell’auto, se ne stava lì, immobile, e s’era spostato, volando via nel bosco, solo quando io ero scesa dall’auto e m’ero avvicinata. Probabilmente questa bestia qui è qualcosa di simile. Peccato non riuscire a vederla meglio.

Tiro dritto, anche perché basta fermarsi un attimo perché il freddo mi arrivi fin nelle ossa. Radura, ancora bosco, ancora prato. D’un tratto attraverso un ponticello e giungo ad un alpeggio: Arminaz, c’è scritto su una bella tavola di legno. Quota 2000 e rotti. Beh, ogni tanto c’è segno di vita; tirem’innanz. Percorro circa un chilometro e… D’improvviso, altri occhi gialli. Due, anzi quattro; anzi, sei. Proprio sul sentiero. Ahi ahi, mi sa che qui marca male. Sono abbastanza vicina per intuire che si tratta di cani, almeno credo, anche se nessuno di loro accenna ad abbaiare. Mi fermo un attimo: mi fissano, tutti e tre. Senza troppa convinzione, provo ad avanzare un poco, con il cuore che mi scoppia in mezzo alle orecchie. Ringhiano, un ringhio sommesso ma perentorio. Mi fermo ancora. Che faccio adesso? Provo a battere tra loro i bastoncini; sembra che la cosa li spaventi, indietreggiano un po’, ma poi tornano sui loro passi. Provo io a fare un passo indietro, altro ringhio. Oh porca paletta. Ma perché ce l’avete proprio con me, io che i cani li adoro? Indugio un po’, non so proprio cosa fare; provare a passare, con il rischio di invadere un loro presunto territorio e farmi mordere? Restare lì ed aspettare che se ne vadano? Boh… Quel che è certo è che, se mi imbambolo qui così come sono, tempo trenta secondi e sono una statua di ghiaccio. No, questa è l’unica soluzione che di certo va scartata. Ritento un passo indietro, poi un altro: ringhiano ma non si muovono. Così, con somma cautela, mi allontano un po’; poi, quando mi par d’essere abbastanza al sicuro, mi volto e mi allontano. Bene Gian, adesso si tratta di decidere cosa fare. Abbandonare e tornare indietro? No, questo no, non se ne parla nemmeno. Il mio primo pensiero va all’alpeggio di Arminaz, che mi ero da poco lasciata alle spalle. Avevo notato, da una parte, un edificio abitato e, dall’altra, una catapecchia che potrebbe proprio fare al caso mio. Un problema per volta: potrei tornare lì, sistemarmi almeno un po’ al riparo dal vento e meditare sul da farsi. Sperando che il margaro non si spaventi e non esca con la doppietta, che altrimenti casco dalla padella nella brace!

Raggiungo in fretta il luogo prescelto per la mia tappa forzata: non mi azzardo ad entrare nella costruzione che mi pare poco solida, ma mi siedo a terra contro la parete che offre riparo dal vento. Di fronte a me, una scena di una bellezza struggente: il Bianco, le stelle. E’ vero, ho un problema, ma non riesco a rammaricarmi d’essere qui, nemmeno quando mi accorgo che il freddo è cattivo davvero, che i cinque strati che ho appena indossato sul torace non basteranno a risparmiarmi i brividi.
Forse dovrei sentirmi un po’ pirla. Un po’ tanto. Ma, in fondo, perché? Per un attimo, è come se mi dimenticassi il motivo per cui sono qui, il progetto folle, i cani, il sentiero. Sarà il freddo che intirizzisce anche il cervello, che già fa un po’ fatica anche alle normali temperature di casa mia, ma è bellissimo questo posto, ed è bellissima questa situazione. Non riesco a staccare gli occhi dallo spettacolo che ho davanti. Mani e piedi sono andati, già irrigiditi dal freddo, ma di certo la temperatura qui non è tale da causare congelamenti, quindi non mi preoccupo. Sto tremando, sto battendo i denti, se ne sentirà l’eco dall’altra parte della valle, ma che importa?
Di tanto in tanto mi assopisco, poi mi risveglio ibernata, mi muovo un po’. Non so perché, ma dalla mia mente è completamente scomparso il proposito di provare a ripartire, adesso. Che ora sarà? Boh, potrebbero essere le undici, poco più; basterebbe che accendessi il cellulare per vederlo, ma in fondo non importa. Ormai ho raggiunto, con molta serenità, la consapevolezza che tutti coloro che hanno tentato di dissuadermi dall’impresa avevano ragione: non ce la farò mai. Ma non per il pericolo, per la fatica o chissà cosa: per carità, la fatica sarebbe arrivata comunque e mi avrebbe messa KO, molto più in là. No no, l’ostacolo unico e vero sono io me medesima, che vorrei esser leone e poi ho paura della mia stessa ombra. Persino adesso, di notte, quando l’ombra non si vede. S’è alzata una splendida luna, non piena ma che illumina la valle di una luce fredda, quasi azzurra, e che pian piano illumina i miei piedi e sale su lungo le gambe irrigidite. Potrei attendere la luce dell’alba e ripartire; mi resterebbero 17-18 ore del sabato e 24 della domenica, per poi essere almeno fisicamente in ufficio lunedì; sarebbero sufficienti. Già, ma chi mi assicura che la prossima notte non finirà come questa? Gian, parliamoci chiaro, non hai gli attributi per stare in giro la notte su sentiero. E’ evidente. Se la prossima notte salta, è altrettanto evidente che due giorni, parlando delle sole ore di luce, non ti basteranno a fare tutto il giro. Ora che la dura realtà ce l’hai in faccia, la vuoi ammettere oppure no?
E’ difficile decidere, così, di gettare tutto alle ortiche. Anche se ci ero preparata, anche se in fondo lo sapevo già, che sarebbe finita così, e che tutte le mie paure erano proprio rivolte a questo. Basta un niente e le mie certezze già traballanti rovinano in pezzi… Un po’ come le scariche di pietre che rotolano a valle con un rombo sordo da qualche parte laggiù, dalle pareti di fronte a me. Dormicchio e sogno, mi risveglio ma non del tutto, tremo ancora: quant’è lunga la notte. Ogni tanto mi distendo, ma è freddo per terra; torno a sedermi. Dovrei muovermi, scrollarmi un po’, ma è quasi come se il comando dal cervello non riuscisse ad arrivare agli arti; è come se fossi intontita, ipnotizzata.

Poi, il sonno ha il sopravvento; me ne rendo conto quando apro un occhio e vedo che il profilo delle montagne comincia appena a scorgersi contro un cielo un po’ meno nero. Arriva l’alba. A fatica, mi rimetto in piedi: ho male dappertutto, alla schiena, alle spalle, alle gambe. I piedi ci sono, ancora gelati ma pare mi reggano; la gola che quasi brucia, le dita che devo scuotere ben bene perché riprendano sensibilità. Quasi non ricordo d’averci pensato, eppure ho già deciso cosa farò oggi: in primis, andrò al Gran Col Ferret. E farò tante foto a lui, Sua Maestà, che pian piano si sta delineando contro un cielo meravigliosamente blu. Peccato che io abbia appena comprato questa macchinetta fotografica e non sia ancora troppo pratica; le foto senza luce vengono obbrobriose! Pazienza. Tanto, la luce non tarda a farsi più chiara, più limpida; colpisce prima la vetta, poi giù giù lungo il ghiacciaio, mentre la parte della valle dove sono io, opposta, vedrà il sole ben più tardi nella mattinata.

Filo di buon passo, un po’ per scaldarmi, un po’ perché ho deciso che questa giornata non va comunque sprecata: le gambe rispondono bene. Incontro, di lì a poco, un pastore con due tenerissimi cani che non manco di accarezzare: chissà, magari sono proprio loro che mi hanno sbarrato la via stanotte. Qualche parola: dove vai, sei da sola? Chissà perché il fatto di essere da sola deve destare così tanta curiosità… Sono partita da Courmayeur – sorvolo sul fatto che sono partita ieri sera – vado al Col Ferret, buon viaggio, si riparte. Di tanto in tanto, una foto alla montagna, al sentiero. Sì, confermo l’impressione che ho avuto ieri sera: questo tratto è davvero odioso. Mi rincuora la salita che passa accanto al Rifugio Bonatti, ma è un attimo; poi si ripiomba nel su e giù, mangia e bevi come direbbe un ciclista. Tira un vento maledetto, lo stesso che stanotte soffiava ininterrotto; fa davvero freddo. Per fortuna, il movimento mi fa stare un po’ meglio; l’unico inconveniente è che lo stomaco per ora rifiuta di ricevere alcunché per colazione: sarà un problema, questo, più avanti. Per ora non c’è un’anima, km e km senza incontrare nessuno, se non mucche, qualche ragno, qualche lucertola. Sono certa di essere nello stesso posto dove sono passata durante il CCC: solo che il percorso UTMB, quello che ho seguito io adesso, “taglia” la prima cima, che non ricordo come si chiami. E non sono riuscita a capire dov’è che i due itinerari si ricongiungano. Probabilmente al Rifugio Bonatti.

Vabbuò, poco importa; alle nove, poco più, sono allo Chalet Val Ferret, all’attacco della salita del colle. Sì, proprio qui al CCC c’era il tendone del ristoro; ricordo che avevo riempito il mio bicchiere di ogni bene, e poi m’ero messa a mangiare proprio nel punto ripido iniziale della salita! Qui qualcuno c’è già: due coppie di escursionisti si avvicinano con me all’imbocco del sentiero. E qui scatta la voglia di sfida… Nelle cronoscalate non valgo una cippa, ma adesso che ho già un po’ di km e dislivello nelle gambe, posso tentare di vendere cara la pelle. Parto per prima, sforzandomi di fare passi brevi e veloci, coordinando il movimento dei bastoncini e quello dei piedi; i miei avversari restano appena indietro, ma non mollano. Il primo salto di roccia, poi la vista splendida sulla testa della valle; breve tratto in piano, dove quasi corro per non farmi riprendere, poi il ponticello ed un altro strappo. Il vento è sempre più violento ed ovviamente contrario: mi sposta i bastoncini prima che io possa conficcarli nel terreno! In un attimo sono al rifugio; i miei avversari sono rimasti un po’ indietro… Meglio che rallenti un po’ anch’io, altrimenti scoppio. Certo che è una bella guerra tra poveri!

Avevano ragione i margari ieri sera: il Rifugio Elena è chiuso, sprangato. Da lì a su, il cartello dice 1h 10′: no no, troppo, ci devo mettere di meno. Entusiasmo un po’ esagerato, forse per fugare la delusione del mio sogno andato a monte; la pagherò! Anche perché la fatica non è affatto finita, anzi. Ricordo che, al CCC, proprio qui ho preso la prima cotta. E non posso dire di stare benissimo, nemmeno adesso: ho un po’ di debolezza addosso, colpa della fame, del fatto che da ieri sera ho mangiato una sola barretta e basta, ma proprio la roba non va giù! Procedo a passo regolare, inveisco un po’ contro il vento; mi distraggo, mi incasino, perdo il sentiero e risalgo in verticale il corso di un rivolo d’acqua… Poi mi fermo un attimo, guardo in giù, vedo il sentiero un po’ più a destra e faticosamente ci ritorno. E’ il tratto più duro, ma tra pochi tornanti si vedrà il colle. Infatti… Laggiù, contro il cielo. Ancora poco meno di un km di marcia, reso eterno dal fondo fangosissimo che incolla i piedi a terra. No, speriamo di non scivolare, che altrimenti mi ritrovo peggio di una statua di creta! Ma gli avversari sono ormai lontani; posso permettermi di cercare con calma la strada sull’erba, guadagnare la vetta, scattare una foto veloce e filare giù prima che il vento mi porti via!

Sono all’incirca le undici; poco più di un’ora dopo sono di ritorno allo Chalet, dove, al volo, mi godo una cioccolata calda e me ne esco con un enorme panino con fontina, da sbocconcellare durante la salita. Il pancino s’è sbloccato solo adesso.

In un attimo, supero la salitella sopra lo chalet e riprendo, a ritroso, l’interminabile sentiero verso il Rifugio Bonatt.i. Adesso, di gente ce n’è, anche troppa: ripiombo in fretta nella mia misantropia… Sarà che questo tratto è particolarmente facile e ben si adatta agli escursionisti di tutte le età e di tutti i gradi di allenamento. Però io friggo, le mie gambe non amano questi su e giù, per niente. E poi c’è il sonno che la fa da padrone… Però, però, a ben pensarci: c’è un prato stupendo esposto al sole, qui; un po’ di vento ma non violentissimo; e se mi mettessi a nanna qualche minuto? Solo un po’?
Vigliaccamente cedo alla tentazione: punto la sveglia del cellulare un quarto d’ora dopo e mi stendo al sole, perdendo immediatamente conoscenza. Ovviamente il trillo arriva troppo presto; mi risveglio con un gran mal di testa, come se avessi dormito profondamente per ore. Bando agli indugi, si riparte, la marcia è ancora lunga. Non ne ho abbastanza: c’è tempo e gamba ancora per una salita. Scelgo una meta già nota, il Colle Licony: un po’ perché lo conosco già e quindi non avrò problemi di sentiero, un po’ perché è bellissimo e vorrei rivederlo con la luce del tramonto, un po’ perché ne ho uno splendido ricordo, anzi due.

Mi pare d’impiegare un’eternità a raggiungere il Rifugio Bonatti, adesso brulicante di gente; riempo la borraccia alla fontana e mi rimetto in cammino. Un’altra eternità, anche più lunga, per arrivare al Bertone, ritrovando ad ogni passo i posti attraversati in mattinata e soprattutto il mio precario giaciglio della notte precedente. Cavoli, ma davvero ho dormito lì? Il torrente, la risalita, le mucche, il bivio e poco sotto la borgata. Proprio qui ritrovo due dei tre personaggi che avevo incontrato la sera precedente: “Allora, com’è andato il giro?”. A dire la verità, ho poca voglia di parlarne; me la cavo con un generico “Non sono stata bene”, che è una bugia, ma davvero non ho voglia di attaccare bottone. Maleducata che non sono altro, anche perché uno di loro mi rincuora: “Dai, ci riproverai, l’anno prossimo fai la gara!”. Che bestiaccia ignobile che sono… Saluto e proseguo verso la discesa più ripida su Courmayeur. Laggiù in fondo, lontanissima. Certo che, tra foto, soste per la nanna, choacchierate qua e là, me la son presa davvero comoda, anche troppo: arrivo giù che sono passate le quattro del pomeriggio, anche se la luce è già quella fioca del tardo pomeriggio autunnale. Vabbè, pazienza, ho tutto il tempo ed ho anche le luci; il Licony non me lo leva nessuno. Ripercorro il tratto di strada asfaltata che va poi a morire nel bosco, in mezzo ad un gran traffico di auto e turisti; ricordo che i tornanti si potevano in qualche modo tagliare attraverso la pineta, ma non ho più idea di quali siano le scorciatoie, così rinuncio e resto sull’asfalto finché c’è. Poi il bosco e, a sinistra, il sentiero che si inerpica su, bello ripido: finalmente. Ricordavo che il tratto iniziale è abbastanza cattivo; lo affronto piano, con calma, tanto oggi non c’è nessuna gara, non più. Ne approfitto anche per raccogliere la solita pigna da aggiungere al mio mucchietto, a casa: ne ho di tutte le dimensioni… Questa però è piccolina; son più belle quelle grosse e legnose che ho raccolto non so più dove, forse nella zona del Marguareis, o forse ai Tre Comuni l’anno scorso… Boh. Finché il sentiero sale così, regolare, sto bene. Sono sola, solissima: si vede che il grosso degli escursionisti è già in dirittura d’arrivo verso la cena… Il lungo traverso a sinistra mi porta fuori dal bosco, in mezzo ai prati, finalmente ancora una volta di fronte al ghiacciaio, ormai con la luce della sera, dolce, attenuata. Anche il vento sembra volersi calmare, ma il freddo è dinuovo pungente. Mi rimetto il berretto di lana, tiro su la fascia di pile davanti al naso; ormai non manca molto. Ancora un po’ di saliscendi, poi il canale finale: la cima è lassù. Soffro ed inveisco scivolando mille volte sulle pietre… E d’improvviso faccio una orrenda scoperta: già, Gian, è vero che quassù sei già arrivata… Ma le altre volte sei scesa giù dall’altra parte! Adesso invece ti tocca ridiscendere di qua, te ne rendi conto??? Cavoli, è vero, porcaccia miseria… Ma che ci posso fare? Sono ad un centinaio di metri sotto la meta, sarà già che rinuncio qui! Faticosamente arranco fino al colle e mi siedo un attimo a godermi lo spettacolo. Mi affaccio di là, sul lago, già in veste notturna, tutto in ombra, mentre la cima del massiccio del Bianco è ancora illuminata. E qui, altra scoperta dell’acqua calda: avrei dovuto sapere che, quando si compra un apparecchio elettronico, le batterie che ci son già dentro bastano appena per farlo accendere e spegnere in prova… Infatti, provo a premere il bottoncino, on/off, ma non c’è reazione. Muta & silente. Maledetto aggeggio, mi verrebbe già voglia di farlo arrivare a Courmayeur con traiettoria parabolica… Provo con il cellulare, ma le foto con questa luce sono una chiazza di colore incomprensibile e, chissà perché, con le tonalità invertite, scuri al posto dei chiari e viceversa. Dò colpa al telefono, ma probabilmente sono io che non ci capisco una fava.

Amen, qui è meglio che mi muova, fa un freddo boia adesso. In effetti, intorno a me c’è già un po’ di neve, un anticipo d’inverno; del resto siamo più o meno a quota 2.600, se non ricordo male. Prendo il coraggio a quattro mani e torno giù per il canalino, inciampandomi ed incespicando ad ogni passo; sarà anche la fretta, ho voglia di arrivare giù. In fondo è così: se sono costretta a marciare per ore ed ore, costretta nel senso che ho, ad esempio, un percorso da portare a termine in un trail, allora tiro avanti senza protestare finché ce n’è, ma se devo seguire un percorso “di ripiego”, improvvisato, come oggi, allora la mia volontà vacilla. Vorrei essere già giù all’auto, e invece ho ancora un migliaio di metri di discesa, forse un po’ meno.
Incappo nella seconda marmotta della giornata, decisamente ritardataria direi: che belle, le marmottone ciccione alla fine dell’estate! Ma che ci fai ancora in giro a quest’ora? La domanda potrebbe essere reciproca…

Continuo la discesa un po’ in trance, in preda alla fame, sbranando il mio pacchetto di frutta secca e domandandomi da che frutto possano arrivare i pezzetti rossi: forse anguria rinsecchita? Uhm, la vedo dura! Voio la macchina, basta…
Arrivo a Courmayeur che è ormai notte, in mezzo al passeggio serale dei turisti e dei locals. Ancora una volta sono al parcheggio del centro sportivo di Dolonne: butto tutto in auto, via. Non è ancora detta l’ultima parola, però: ho già altre idee per il futuro!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!